Prosegue il polverone che si è alzato intorno alla piattaforma streaming Netflix per ipresunti rincari illeciti sugli abbonamenti. La nota piattaforma aveva già dichiarato che avrebbe fatto ricorso scagliandosi contro la decisione del Tribunale di Roma e, infatti,non avrebbe ancora rimborsato gli utenti che hanno diritto a tale misura.
IlMovimento di Consumatori, che aveva in precedenza mosso l’azione promossa dal Tribunale, ha così deciso di lavorare su unaclass action, ovvero uno strumento legale utilizzato da più soggetti che hanno subito lo stesso danno che permette di avanzare un’azione giudiziaria unica. Infatti,l’associazione ha mandato una emaila chi aveva pre-aderito alla class action: “Fai parte delle oltre 220mila persone interessate ad ottenere i rimborsi con il nostro aiuto.È una mobilitazione di massa senza precedenti nella storia del consumerismo italiano”. Inoltre, nella email si legge che “Netflix non ha manifestato l’intenzione di procedere spontaneamente alla restituzione degli aumenti illegittimi” e che “È ora di passare all’azione”.
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Nellasentenza del Tribunale di Roma, però, non vengono specificate né le modalità del rimborso né un automatismo,stabilisce, quindi,solo che gli utenti ne hanno diritto. Inoltre, il colosso streaming deve comunicare tale decisione entro il primo luglio 2026, con 700 euro di sanzione per ogni giorno di ritardo. Per gli utenti, esistono due modi per ottenere il rimborso: il primo è che la piattaforma lo conceda volontariamente, oppure tramite una class action che “costringa” Netflix a pagare.
Contattato dal quotidianoRepubblica, Movimento Consumatori specifica che al momento si stanno raccogliendo le adesioni per la class action, dato che secondo loro è l’unica opzione percorribile. Infatti, il colosso streaming si era fermamente imposto contro la sentenza, dichiarando: “Presteremo ricorso contro la decisione. In Netflix i nostri abbonati vengono prima di tutto. Prendiamo molto sul serio i diritti dei consumatori e crediamo che le nostre condizioni stiano sempre state in linea con la normativa e le prassi italiane”. Una volta contattata dal quotidiano, l’azienda ha comunque confermato la posizione precedente sostenendo che non ci sono altri elementi.
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