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Giorgetti apre all’aumento delle spese militari: “Con deficit sotto al 3% saranno sostenibili”

Il ministro ha poi chiarito che non vi sarà quindi alcuna rinuncia alle spese dedicate alle priorità di natura sociale, in quanto l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale permetterà di avere un margine maggiore di spesa

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Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha difeso a spada tratta le potenzialità dell’aumento delle spese della difesa e della sicurezza del nostro Paese. Nel corso del Question Time al Senato, il titolare del Mef ha chiarito alcune prospettive verso cui si sta dirigendo l’Italia, rassicurando coloro che temono che questi nuovi investimenti possano creare un danno alla situazione finanziaria di Roma.

Innanzitutto, Giorgetti ha chiarito che prima di prendere qualunque decisione in merito sarà necessario attendere gli esiti della stima del deficit del 2025 che l’Istat notificherà alla Commissione europea nel mese di marzo. Senza questi dati, infatti, è impossibile comprendere quali siano le potenzialità economiche del nostro Paese.

Nello specifico, nel caso in cui il deficit italiano dovesse risultare inferiore al 3%, allora all’Italia sarà permesso di uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo, ovvero il procedimento che le ha vietato di produrre nuovo debito pubblico negli ultimi anni. In questo modo, come spiegato dal ministro, “sarà possibile confermare gli intenti contenuti del Documento Programmatico di Finanza Pubblica, ossia l’incremento della spesa per difesa e sicurezza graduale“.

Giorgetti: “Grazie alla clausola di salvaguardia nazionale, vi sarà più tolleranza sulle spese”

Questa avrà un’incidenza sul Pil che potrà toccare il picco di 0,5 punti percentuali entro il triennio coperto dalla Legge di Bilancio appena varata. In riferimento a questa possibilità, i senatori del M5S si sono rivolti al titolare del Mef, chiedendo se queste spese possano in qualche modo andare a penalizzare gli investimenti in altri settori, tra cui quelli sociali. Giorgetti sulla questione è apparso ferreo: “Grazie all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, sarà tollerato un sentiero di crescita della spesa netta più ampio in ragione delle sole maggiori spese in difesa e sicurezza“.

Il ministro ha poi chiarito che non vi sarà quindi alcuna rinuncia alle spese dedicate alle priorità di natura sociale. Inoltre, è stato specificato che la clausola di salvaguardia è collegata allo strumento Safe, destinato a sostenere gli Stati Ue che desiderano investire nel settore  della difesa, ma è anche autonoma da esso, per cui non richiederà la pubblicazione di un nuovo Piano strutturale di bilancio di medio termine. Verrà richiesto solamente uno scostamento dagli obiettivi programmatici al Parlamento, che dovrà essere approvato proprio da quest’ultimo.

Quindi, ogni decisione sulle spese della difesa dovrà comunque passare dal Parlamento ed essere votata proprio da quest’ultimo. Una specifica che arriva dopo le innumerevoli polemiche legate alla decisione del governo Meloni di far aderire l’Italia alle richieste della Nato, e in particolare degli Usa, all’aumento delle spese militari fino al 5% del Pil del Paese. Un investimento che, secondo le opposizioni, non sarebbe sostenibile dal sistema finanziario del nostro Paese.

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