“Le tensioni gonfiano l’oro, ma non fermano la Borsa“, lo si legge nella congiuntura flash di gennaio pubblicata dal Centro studi Confindustria (CsC), in cui viene messo in luce che il boom dei prezzi del metallo prezioso si verifica solitamente in situazioni di crisi e incertezza economica. L’oro è infatti un bene rifugio, un asset privo di rischio che attira gli investitori nel momento in cui in altri mercati ci sono troppe variabili instabili.
L’innalzamento del costo di questa riserva, infatti, ha iniziato a crescere dallo scorso gennaio, in concomitanza con l’annuncio dei dazi di Donald Trump, per poi fermarsi ad aprile, quando sembrava che gli accordi tra gli Usa e i Paesi interessati stessero andando a buon fine. Un nuovo innalzamento è stato poi registrato a partire da agosto, con l’aggravarsi delle tensioni internazionali legate a Ucraina e Medio Oriente.
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“Il prezzo è salito rapidamente, superando i 4.000 dollari l’oncia nei mesi finali e toccando un picco di 4.700 dollari a gennaio 2026“, ha ricordato Confindustria, chiarendo che la stessa situazione si sarebbe verificata in concomitanza ad altri shock economici. I principali sono stati la pandemia da Covid-19 nel 2020, quando l’oro ha sfiorato i 2.000 dollari, e lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022.
Confindustria, le conseguenze delle decisioni di Donald Trump
Nel caso attuale, poi, si registra una situazione particolare. Gli investitori sembrano meno interessati alle azioni, in particolare quelle statunitensi e meno quelle europee. In sostanza, la principale sfiducia riguarda oggi gli asset Usa. “Nel corso del 2025 la Borsa USA è salita, ma decisamente meno di quelle europee: +14,0%, rispetto a +20,0% in Germania e addirittura +28,4% in Italia, che invece storicamente mostrava performance più deboli“, si legge nella congiuntura del Csc.
Le giravolte di Donald Trump, che continua a parlare di una crescita economica negli Usa senza paragoni nel passato, continuano a non convincere gli investitori. Ad aggravare la situazione, poi, vi sarebbero le mire statunitensi sulla Groenlandia. “Di recente, si nota nei dati giornalieri qualche moderata flessione rispetto ai picchi toccati a inizio gennaio, ovvero il -2/3% sia negli Usa che in Europa, ma al momento è troppo presto per leggere queste informazioni come una inversione di tendenza“, ha spiegato Confindustria. Al contrario, questo fenomeno potrebbe entrare nelle tipiche oscillazioni intorno al trend in aumento.
Confindustria, in Italia l’industria resta volatile
Il Csc ha poi delineato anche un quadro tutto italiano che però non sembra incoraggiante. “L’economia è quasi ferma, il prezzo del petrolio non scende più. Il dollaro debole compromette l’export, i casi di Venezuela e Groenlandia alimentano l’incertezza“, si legge nella congiuntura, in cui viene spiegato che le famiglie italiane per rispondere a questa instabilità preferiscono rifugiarsi nel risparmio (11,4%), frenando i consumi (+0,1%).
Dati positivi provengono però dall’accelerazione sul Pnrr, dalla riduzione dei tassi sovrani, dalla risalita del credito. Al momento l’industria resta volatile e l’unica crescita del Pil è dovuta dagli investimenti. L’industria non dà ancora i risultati sperati. A novembre la produzione industriale ha recuperato rispetto al calo di ottobre, ma a dicembre è tornata in recessione. A pesare è anche un export debole verso la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Turchia e anche gli Stati Uniti. Un quadro composito, su cui il governo italiano sembra intenzionato a continuare a lavorare.
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