Tra smarrimenti della memoria, improvvise fughe nella fantasia e dialoghi irresistibilmente surreali,Déjà-vuporta sul palco una storia capace di far ridere e, allo stesso tempo, ditoccare corde profonde. Al centro della narrazione c’è l’incontro, o forse lo scontro, tra ilDottor Carlo Sia, psicoterapeuta alle prese con una paziente fuori dagli schemi:Alice Pagani, una donna travolta dalla sindrome di Korsakoff che confonde la verità dei fatti con le infinite possibilità della propria immaginazione. Da questa premessa nasceuna commedia brillante e imprevedibile.
Scritta e diretta daValentina Naselli, questa opera è una girandola di gag, emozioni e riflessioni che invita lo spettatore a lasciarsi sorprendere da ciò che accade quando la quotidianità si incrina e l’estro creativo prende il sopravvento. Traleggerezza e profondità, lo spettacolo racconta la complessità dei rapporti umani e la necessità di non prendersi troppo sul serio, restituendo al teatro la sua funzione più autentica:ricordare quanto siano preziosi i piccoli gesti e la condivisione. Lapièceandrà in rappresentazioneil 7 e l’8 marzo 2026a Roma presso ilTeatro della Visitazione, per poi tornare dinanzi al pubblico il12 aprilealTeatro Sala 1 di Venafro.
Leggi Anche
Déjà-vu: “La vera comicità è la capacità di non prendersi sul serio…”
ConDéjà-vu, la regista e autriceValentina Nasellicostruisce una commedia capace di unire ritmo, ironia e uno sguardo umano sullafragilità della memoria. Accanto a lei, gli attoriBrunella Platania, chesi è raccontata in un’emozionante e lunga intervista, eMauro Santopietro. Entrambi danno vita a un dialogo scenico serrato e imprevedibile, in cui comicità e riflessione si inseguono continuamente. In occasione delle repliche romane,Il Difformeha raggiunto gli artisti perapprofondire diversi aspetti, come la genesi del lavoro e il valore della leggerezza nell’attualità.

Valentina Naselli, Lei che è l’autrice e la regista diDéjà-vu, vorrebbe raccontarci la genesi?
Assolutamente sì. L’ispirazione è arrivata da un sogno. Lo spunto affonda le radici anche nel mio vissuto personale, nel senso che ogni tanto sperimento delle singolari perdite di memoria. Lo spettacolo parla proprio di questo, sebbene non creda di avere la sindrome di Korsakoff. Mentre dormivo, ho visto l’incipit e, in seguito, l’ho sviscerato. La scrittura è stata sorprendentemente rapida rispetto ad altri copioni che ho scritto: in meno di un mese l’avevo già ultimato. Inizialmente, lo spettacolo aveva una durata doppia, quindi ho scelto di accorpare diverse gag. Il risultato è un susseguirsi di momenti molto esilaranti che, proprio grazie a questo lavoro di sintesi, hanno dato vita alla forma attuale della pièce.
Purtroppo, in Italia il ruolo della commedia è stato spesso rilegato a un’immagine prettamente maschile. Cosa significa per Lei osare e avere il coraggio di far ridere?
È un’osservazione corretta, specialmente se guardiamo alla visione generale e a ciò che passa in televisione. Tuttavia, scavando nel profondo del panorama teatrale, si scoprono molte attrici comiche bravissime che, purtroppo, hanno meno visibilità. Trovo che una donna comica susciti molta simpatia, proprio perché oggi prevale l’attenzione per l’apparenza: la donna deve essere sempre bella e perfetta. Vederla invece capace di prendersi alla leggera e mostrare i propri difetti, è estremamente interessante. Personalmente, diffido molto degli attori che non mostrano la loro ‘bruttezza’ e che accettano esclusivamente ruoli esteticamente gratificanti. Mi ispirano poca fiducia perché credo che l’interprete debba mettere il proprio corpo al servizio dell’arte. Io credo che sul palco si debba essere, innanzitutto, uno strumento. La vera comicità, invece, è proprio questo: la capacità di non prendersi troppo sul serio.
Come ha scelto Brunella Platania e, per queste nuove repliche, Mauro Santopietro?
Io e Brunella ci conosciamo da moltissimi anni. Il nostro primo incontro risale al 2007, quando abbiamo lavorato insieme inJesus Christ Superstar. Tra noi c’è sempre stata una grande affinità. Quando ho scrittoDéjà-vu, il personaggio di Alice era fortemente ispirato a me. Ma, quando ho deciso che non volevo stare in scena per potermi curare della regia dall’esterno, mi è venuto naturale pensare a lei. Conosco bene la sua comicità e, naturalmente, la stimo molto come persona: siamo molto simili nel modo di stare sul palco. È stata la prima persona a cui ho pensato e gliel’ho proposto immediatamente. Lei si è innamorata subito del personaggio e io sono entusiasta di aver trovato la ‘paziente perfetta’. Per quanto riguarda Mauro, invece, che interpreterà il Dottor Sia in queste ultime repliche, posso dire che quando ci siamo incontrati mi è piaciuto molto il suo lato ironico e la sua capacità di calarsi nel ruolo.
Complimenti, Valentina, perché una cosa che mi ha colpito molto nel Suo racconto della genesi del progetto è proprio questo passaggio: sebbene il personaggio di Alice sia stato costruito sulla Sua sensibilità, Lei ha scelto di offrirlo ad un’altra attrice. È un gesto estremamente interessante e generoso, specialmente considerando lo stereotipo dell’ego che spesso circonda chi fa teatro. Cosa L’ha spinta a fare questa scelta?
L’egocentrismo e il tendere a prendersi troppo sul serio sono aspetti che non amo molto negli attori e che non mi rispecchiano affatto. Credo fermamente che essere al servizio di uno spettacolo significhi lavorare affinché quest’ultimo renda al meglio delle sue potenzialità, a prescindere dal fatto che si sia in primo o in secondo piano. Sapevo esattamente come volevo che fosse questo lavoro e l’unico modo per ottenere il risultato desiderato era guardarlo dall’esterno. Non avrei potuto gestire con la stessa efficacia entrambi i ruoli, stando contemporaneamente dentro e fuori la scena. Devo dire che oggi sono davvero soddisfatta di ciò che abbiamo costruito.

Chi è la Sua Alice Pagani?
Ho incontrato la mia Alice Pagani per la prima volta in questo scritto di Valentina, mia carissima amica e collega dalla grande verve creativa. Mi sono innamorata subito di questa Alice, forse perché Valentina l’ha pensata un po’ su di sé e un po’ su di me. È, in un certo senso, lo specchio di entrambe. Dentro Alice convivono sia gli stereotipi che i contro-stereotipi delle donne. È una donna perbene, carina e dolce, che ha bisogno delle sue certezze. Però, improvvisamente, queste basi crollano. Lei si ritrova a cercarne altre, rifugiandosi nella fantasia e ripercorrendo gli universi femminili: quelli conformi, quelli sognati, sperati o semplicemente immaginati. Alice è come un prisma che riflette l’intero mondo femminile. Tutto questo viene trattato con un’assoluta leggerezza, che però converge in momenti di grande profondità. È una leggerezza nella forma, perché nel momento in cui diventiamo delle schegge impazzite, il reale perde importanza. Ma c’è sempre un legame che riporta Alice alla realtà: il rapporto con questo psicoterapeuta. Il medico viene travolto da un vortice di femminilità che fatica a gestire. Lei mi permette di esprimere un lato di me molto giovane, ancora colmo di sogni, speranze e romanticismo. È quella bambina che entra nella tana del Bianconiglio: lei è proprio l’Alice attraverso lo specchio che vive avventure fantastiche rimanendo, però, sempre ancorata al concreto. In un certo senso, Alice è essa stessa il proprio Bianconiglio.
Che cosa Le lascia Alice?
Ho sempre desiderato rimettere in scena questo spettacolo. È unapièceche richiede una profonda confidenza tra gli interpreti, essendo un dialogo a due, è fondamentale che ci sia un affiatamento particolare. Per quanto mi riguarda, ho sempre voluto rifareDéjà-vuperché mi appartiene molto. Al di là del fatto che sia undivertissement, Alice lascia dentro qualcosa di significativo: lo spettacolo veicola messaggi molto importanti. Parla anche della malattia e della patologia, di come queste possano essere affrontate dalla famiglia e dalla persona stessa. Tutto questo viaggio è, in realtà, la conseguenza dell’affrontare qualcosa di molto serio. È un tema estremamente delicato che mi tocca molto. Oltretutto, è uno spettacolo che mi permette di far vibrare tante mie corde emotive, anche se Alice, a un certo punto, prende le redini e conduce il gioco. Questo è l’aspetto che amo di più: quando un personaggio prende il sopravvento e trascina l’attore, allora significa che il personaggio ha vinto.
Diceva che, per questo lavoro, c’è bisogno di un affiatamento particolare tra i protagonisti. Qual è il rapporto tra voi due attori?
Mauro è un attore estremamente versatile, capace di spaziare con grande talento tra il teatro impegnato e le fiction popolari: è davvero bravo. Oltre alla stima professionale, ci lega una profonda amicizia, il che crea unfeelingnaturale e una forte simpatia reciproca. Inoltre, è stato straordinario nel preparare il personaggio di questapièce, che ha ritmi molto particolari, in pochissimo tempo.

Chi è il Suo Carlo Sia?
Il mio Carlo Sia è uno psicoterapeuta che, per la prima volta, si trova in una situazione di profonda difficoltà. Proprio attraverso questa crisi, scopre qualcosa di nuovo su sé stesso: comprende che non esiste un tempo prestabilito per la verità e che quest’ultima va sempre manifestata. Inizialmente, di comune accordo con la famiglia, egli sceglie di omettere alcuni aspetti nel tentativo di aiutare Alice; tuttavia, si rende conto che questo silenzio si rivela una vera e propria tortura per tutti. La lezione che Carlo apprende è che la verità andrebbe detta subito, perché permette di risparmiare quelle energie inutili che vengono invece spese nel tentare di costruire una realtà inesistente. Ho capito, attraverso questo personaggio, che l’unica realtà concreta è la verità.
Brunella Platania diceva che, per uno spettacolo a due comeDéjà-vu, è indispensabile che tra i protagonisti ci sia un bel legame…
Assolutamente sì. Trattandosi di un testo a due dove le situazioni si ripetono ciclicamente, l’obiettivo è far scoprire agli spettatori la verità su ciò che è accaduto. Poiché questa dinamica torna spessissimo e si ricrea costantemente, la sintonia tra gli attori deve essere totale. In caso contrario, si rischia di trincerarsi dietro il percorso individuale dell’uno o dell’altro personaggio, il che non porta a nulla. Bisogna lavorare invece in pieno ascolto reciproco. In questo sono stato molto fortunato: Brunella, da un lato, conosce profondamente l’opera per averla già interpretata, mentre per me si tratta di un debutto in questa ripresa. Dall’altro, Brunella è un’attrice estremamente propositiva che predilige il lavoro di squadra; grazie a queste sue qualità, è stato naturale trovare immediatamente la giusta sintonia.
Essendo per Lei un debutto in questo ruolo, forse è un po’ presto per chiederglielo. Ma, che cosa Le sta lasciando il personaggio di Carlo?
È effettivamente un pochino presto per dirlo, essendo ancora all’inizio del percorso, ma questo personaggio mi lascia un forte senso di imprevedibilità. Tutto può diventarlo, soprattutto quando ci si trova nell’impossibilità di gestire una situazione o nel tentativo di assecondarla. Probabilmente, l’unica cosa da fare per restare saldi è evitare che tale imprevedibilità si trasformi in una successione di eventi disastrosi.

Stiamo vivendo un periodo storico molto grave e delicato, specialmente negli ultimi giorni. Che cosa Vi augurate che il pubblico porti con sé dopo aver visto questo spettacolo?
Valentina Naselli
Diciamo che questo spettacolo non ha la pretesa di essere messaggero di concetti con importanza globale. Credo, però, che oggi ritrovare un pizzico di leggerezza e riscoprire gli aspetti più autentici, divertenti e genuini dei rapporti umani sia la chiave di volta. Attualmente, tutto appare appesantito: dalla situazione generale ai media, che non fanno altro che diffondere bollettini di guerra. Per carità, non dico che non ci si debba informare, ma è pur vero che se ci viene mostrato esclusivamente il male, finiamo per nutrirci solo di quello. Secondo me, è fondamentale alleggerire la situazione, perché la vita è fatta anche di cose belle e, senza un briciolo di positività, diventa impossibile costruire buoni rapporti. Per cui, mi piacerebbe che il pubblico portasse via con sé le risate, la leggerezza e il piacere di condividere una serata a teatro. A volte i piccoli gesti di gentilezza sono essenziali, soprattutto visto ciò che sta succedendo nel mondo. Magari lapiècenon ha grandissime pretese, ma forse proprio la gentilezza e le piccole riflessioni sul quotidiano sono le cose più importanti di cui abbiamo bisogno oggi.
Brunella Platania
Ho preso parte a spettacoli dai messaggi civili fortissimi, ma ciò che più mi spaventa oggi è il senso di scollamento dalla realtà e l’indifferenza. Viviamo in un mondo dove le notizie e le nostre stesse reazioni emotive sembrano manipolate, portandoci quasi a una rassegnazione passiva di fronte agli orrori e ai conflitti. Se dobbiamo riportare il discorso a questo spettacolo, credo che il suo valore risieda nel contrastare proprio l’indifferenza. Sebbene nasca come undivertissementper allontanarsi dalle preoccupazioni, l’opera accende un riflettore sull’importanza di non girarsi dall’altra parte. Il vero cambiamento non parte dai grandi sistemi che non possiamo controllare, ma dal centimetro di distanza che ci separa da chi ci sta accanto. Spero che il pubblico colga questo: la pace e l’aiuto non sono concetti banali. Il nucleo del messaggio è la vigilanza emotiva: non ignorare le difficoltà altrui, non voltare la testa, ma essere pronti a tendere una mano nel nostro piccolo quotidiano. È grazie a quell’effetto farfalla che, partendo dal singolo, può davvero fare la differenza.
Mauro Santopietro
Spero che il pubblico possa riscoprire il valore autentico della commedia, della risata e, soprattutto, del piacere di ritrovarsi insieme. Al di là dei conflitti e delle tensioni tra popoli o religioni, viviamo un’epoca in cui cerchiamo conferme attraverso il consenso e il giudizio dei social, ma la realtà è ben diversa. Abbiamo bisogno di ritrovarci in un’esperienza tangibile, e il teatro, paradossalmente, è ancora lo strumento migliore per farlo. Il teatro non deve necessariamente offrire risposte, né limitarsi a essere un modello culturale astratto: il suo compito è interrogarci. Inoltre, può anche regalarci una parentesi felice da condividere con gli altri. Questo è l’aspetto fondamentale: la condivisione. Mi auguro che gli spettatori continuino a sorridere anche dopo lo spettacolo, portando con sé il ricordo di quella serata. Credo sia qualcosa di estremamente benefico, sia per il singolo individuo che per la collettività.
Grazie e in bocca al lupo!
Grazie a Lei per l’attenzione.
© Riproduzione riservata













