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Dal 9 al 31 ottobre 2025, l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi ha celebrato uno dei protagonisti più sensibili e intensi della fotografia del Novecento: Pablo Volta (1926-2011). Fotografo del reale, maestro del bianco e nero, neorealista capace di attraversare epoche e mondi, Volta ha raccontato con autenticità l’Italia arcaica del Dopoguerra e la Parigi elettrica degli anni Sessanta, costruendo un ponte umano e culturale tra due capisaldi della creatività europea. La mostra Pablo Volta. Portraits sans filtres, curata da Matteo Celli Volta e ospitata negli spazi dell’Hôtel de Galliffet, ha riportato alla luce un patrimonio visivo di straordinaria importanza storica, sociale ed estetica.
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L’esposizione, articolata in due sezioni, “De Dada à Satie” e “De Brigitte Bardot à Charles de Gaulle”, ha mostrato come Volta e la moglie Ornella, intellettuale e specialista di Erik Satie, abbiano saputo penetrare dall’interno nel cuore delle avanguardie surrealiste e dadaiste, immortalando figure come Man Ray, Duchamp, Miró, Ionesco. Parallelamente, l’obiettivo di Volta ha fissato i volti della Nouvelle Vague, della moda, della politica e della musica, componendo un affresco vivido e unico del fermento culturale europeo.

Pablo Volta. Portraits sans filtres all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi: “Lui raccontava la realtà così com’era. Bella o dura, non la tradiva mai…”
L’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, guidato magistralmente dal Direttore Antonio Calbi, ha reso possibile questo omaggio. Grazie al supporto del Service de Presse (Francesco Boscolo Lisetto e Constance Ponti), dell’Archivio Fotografico Pablo Volta e dei partner culturali coinvolti, l’esposizione ha attirato migliaia di visitatori e ha generato un dialogo intenso tra generazioni, linguaggi e sensibilità artistiche.
In occasione della conclusione dell’evento, Il Difforme ha raggiunto il Direttore Calbi e il Curatore Celli Volta per esplorare la costruzione della mostra e, soprattutto, il modo in cui lo sguardo di Pablo Volta (autore di foto delle prime pagine di settimanali illustri, come Life, Paris Match o Il Mondo) continua a parlare oggi: un invito alla libertà, alla memoria e alla verità, in un mondo che filtra e distorce tutto ciò che tocca.

Direttore Calbi, l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi si distingue per l’attenzione a tante arti: tra queste la fotografia. Come nasce questo forte interesse?
Il nostro Istituto ha da sempre espresso un forte interesse per la fotografia. Già al mio arrivo, nel settembre 2023, era in corso la mostra di Letizia Battaglia, destinata poi a essere esposta anche in altre istituzioni francesi ed italiane nel mondo. Abbiamo deciso che la fotografia dovesse essere una protagonista della nostra programmazione, che è particolarmente ricca, dato che la cultura italiana in Francia gode della massima attenzione. Il nostro compito è quello di essere ambasciatori dell’arte e della cultura nostrana qui nell’Esagono. Questa attenzione non è casuale: la fotografia lo merita e Parigi la ama profondamente. Abbiamo sostenuto grandi mostre come quella dedicata a Paolo Roversi al Palais Galliera e l’incontro che abbiamo organizzato con lui ha avuto un successo straordinario. Continueremo a promuovere i grandi maestri, come Guido Guidi e Gianni Berengo Gardin.
In questo percorso così ricco, come arriva l’idea dell’esposizione Pablo Volta. Portraits sans filtres?
La mostra di Pablo Volta si inserisce in una serie di esposizioni dedicate ad autori diversi: da Letizia Battaglia alle foto inedite di Domenico Notarangelo sul Vangelo secondo Matteo di Pasolini, fino al progetto di Patrizia Mussa sull’architettura dei teatri all’italiana, un lavoro ibrido che non era più solo fotografia. L’idea dell’esposizione di Volta è nata dall’incontro, nell’autunno del 2023, con suo figlio Matteo qui presente, che mi ha mostrato il portfolio. Ho compreso immediatamente che si trattava di una miniera di documenti di grande importanza e abbiamo deciso subito di inserirla nella nostra fitta programmazione qui all’Hôtel de Galliffet.
Che cosa L’ha colpita maggiormente?
Innanzitutto la qualità degli scatti: siamo davanti a un fotografo di professione e di pregio, abituato a documentare sì, ma a documentare anche con un certo estro, con un certo brio. Ma poi mi piaceva moltissimo l’idea che la vita culturale parigina degli anni Cinquanta e Sessanta venisse raccontata da un occhio esterno: un caso unico e raro. Il terzo elemento fondamentale è che quei ritratti sono stati realizzati da un professionista che in qualche modo appartiene a quell’ambiente. Perché in certi casi sono fotografie ‘rubate’, con il soggetto inconsapevole, mentre in altri è evidente che la personalità abbia acconsentito a farsi fotografare, penso per esempio a Le Corbusier, che chiese espressamente di non essere ritratto come architetto, ma con un pennello in mano: questo perché Pablo e sua moglie Ornella erano parte della comunità e quella partecipazione rende gli scatti speciali. Si capisce che c’è affetto, curiosità e voglia di fissare un attimo eterno. Tutti questi fattori ci hanno convinto che questa mostra era necessaria. I soggetti ritratti sono di rilevanza internazionale e la mostra meriterebbe una circuitazione: è molto interessante perché si passa dai super intellettuali alle scene del ’68 parigino. Possiamo notare tanti italiani, come Carlo Feltrinelli, Sophia Loren o Gina Lollobrigida al fianco di Charles De Gaulle, François Mitterrand e Brigitte Bardot. Insomma, è un affresco bellissimo degli anni Sessanta, un ritratto di creature e carature diverse, molto vivace, completo e articolato.

Come si inserisce questa mostra nella missione dell’Istituto di Cultura, che è anche quella di custodire e reinventare la memoria italiana a Parigi?
Direttore Antonio Calbi
Esatto. Noi abbiamo delle sezioni e una di queste si chiama Paysages de la mémoire (Paesaggi della memoria), dove includiamo iniziative che hanno lo scopo di rispolverare memorie importanti o, in alcuni casi, di lanciarle per la prima volta, poiché ci sono realtà artistiche e culturali italiane ancora poco conosciute a Parigi. Nonostante il grande amore dei francesi per la nostra cultura, ci sono ancora molti vuoti da colmare, specialmente considerando la grande vivacità della creatività italiana nel secondo Dopoguerra, un periodo in cui l’Italia ha eccelso. La nostra missione è quindi quella di muoverci abilmente tra memoria, tradizione, innovazione e futuro. In questo senso, l’esposizione dei ritratti di Pablo Volta rientra pienamente in questo nostro dovere: serve ad alzare il velo su anni cruciali della cultura e della creatività parigina, ma attraverso lo sguardo italiano, operando una vera e propria apertura verso il ricordo condiviso.
Architetto Matteo Celli Volta
Aggiungerei che i miei genitori erano due intellettuali italiani che si distinsero a Parigi negli anni Sessanta non solo per rappresentare il mondo culturale, ma per farne anche parte attivamente. Da semplici spettatori, sono diventati veri e propri attori di questo mondo.
Direttore Antonio Calbi
Sono soggetti che hanno agito dall’interno e non dall’esterno…
Architetto Matteo Celli Volta
Mio padre iniziò la sua carriera come fotografo del Neorealismo del Dopoguerra, dedicandosi inizialmente a soggetti etnografici e antropologici in Sardegna; questo materiale, di grande valore, è ancora oggi prevalentemente conservato nei musei di Nuoro. Il suo trasferimento a Parigi fu agevolato dalla presenza di mio nonno, Sandro Volta, che lavorava lì come giornalista. Insieme a mia madre, Ornella, decisero di stabilirsi nella capitale francese e, grazie al nonno, ebbero la fortuna di conoscere Tristan Tzara. Tramite lui ottennero il carnet d’adresses di tutti i principali artisti e scrittori che avevano reso gloriosa la Francia negli anni Trenta: grandi nomi come Aragon, Man Ray, Duchamp, Miró, Dalí. Ormai âgés, erano felicissimi di farsi intervistare e fotografare, dato che il loro rilievo mediatico non era più quello prebellico. Mio padre fu stimolato soprattutto da mia madre, una letterata con una forte passione per il fantastico. La mostra è stata strutturata in due sezioni: la prima dedicata al Surrealismo e al Dadaismo e l’altra alle Attualità degli anni Sessanta, con personaggi più contemporanei, attivi e dinamici della moda, del cinema e della Nouvelle Vague. Il filo tematico centrale che abbiamo voluto evidenziare è proprio il collegamento tra queste avanguardie storiche e i movimenti successivi: le idee libertarie dei personaggi degli anni Trenta influenzarono profondamente i tempi a seguire, fino al ’68, dove slogan dadaisti apparivano sui muri, un interesse che va ben oltre la mera composizione del ritratto. Va precisato che questa attività parigina fu una parentesi nella carriera di mio padre, che negli anni Ottanta tornò in Sardegna per documentare l’intero periodo dei murales, realizzando una storia a colori della lotta sarda. In parallelo, mia madre, che lo coadiuvava come ‘sceneggiatrice’ grazie ai suoi interessi letterari, intraprese un percorso che la portò a diventare una scrittrice e una eminente specialista di Erik Satie, una figura che racchiudeva in sé le caratteristiche di tutte queste avanguardie.

Architetto Volta, Suo padre Pablo guardava il mondo con un rispetto quasi sacro per la realtà. In un tempo in cui tutto è filtrato, che cosa significa restituire al pubblico dei Portraits sans filtres, dei ritratti senza filtri?
È fondamentale perché rispecchia la sua tecnica e la sua visione. Pablo Volta adottava pienamente lo stile del reportage: sono fotografie prese dal vivo, senza messa in scena, caratterizzate da una composizione artistica e dall’occhio colto del fotografo. In un’epoca in cui non c’era la televisione, le immagini sulle prime pagine dei giornali dovevano essere estremamente evocative e dense, dovevano saper raccontare una storia in un istante. Il “senza filtri” significa questo: foto scattate in diretta, nella spontaneità. Che si trattasse di artisti o dei murales sardi, il suo era un approccio alla cruda realtà, senza artifici.
L’esposizione è rappresentata da un ritratto iconico: la vedette Dalida intenta a cantare. Perché avete deciso di usare proprio quella fotografia come immagine guida?
Architetto Matteo Celli Volta
È stata scelta dall’Istituto perché lei è un’icona che collega l’Italia e la Francia. Poi l’immagine è molto espressiva e comunicativa.
Il ritratto di Iolanda Gigliotti era un simbolo di glamour o un modo di parlare di una celebrità e rappresentarla come una persona umana e non come una diva?
Architetto Matteo Celli Volta
L’intento di mio padre è difficile da raccontare nella sua totalità. Io ero piccolo quando lui faceva questi lavori. Però posso dirLe che aveva una curiosità a 360 gradi.

Effettivamente, Volta passa dall’Italia degli anni ’50, arcaica, contadina, antropologica, alla Parigi dell’élite artistica e intellettuale. Nei volti dei pastori sardi e in quelli di Bardot o Ionesco, sembra esserci lo stesso rispetto, la stessa curiosità. Cosa unisce questi mondi che, in apparenza, non si toccano? In che misura il Signor Pablo ha saputo trasformare la mondanità parigina in umanità e la povertà sarda in poesia?
Architetto Matteo Celli Volta
È una vera e propria etnografia della società di quell’epoca. Mio padre, essendo parte del movimento neorealista, era profondamente interessato alla questione meridionale, allora spesso sottovalutata. Nel Dopoguerra, molti fotografi si sono dedicati alla realtà del Mezzogiorno, ma lui volle documentare situazioni inedite. Il tratto distintivo del suo lavoro è questo: uno sguardo sociologico che documenta la realtà, qualsiasi essa sia, con assoluta fedeltà.
Pablo Volta nacque a Buenos Aires e crebbe in Italia. Questa doppia radice quanto incise nel suo operato?
Architetto Matteo Celli Volta
A dire il vero, le origini argentine incisero molto poco. Mio nonno era figlio di un produttore d’olio di Lucca ed era stato nominato rappresentante commerciale per il Sudamerica. Lì conobbe e sposò mia nonna Ada, che era friulana. Quindi, mio padre nacque a Buenos Aires, ma quando aveva a 5 anni, la famiglia tornò in Italia. Di conseguenza, gli rimase il nome legato al luogo di nascita, ma visse i suoi anni formativi in Toscana.
Che cosa simboleggiavano per lui l’Argentina, l’Italia e la Francia?
Architetto Matteo Celli Volta
Oserei dire che l’Argentina per lui era soltanto il luogo di nascita, avendoci vissuto pochissimo. Sua madre gli parlava in spagnolo, ma lui si sentiva toscano e profondamente europeo. La scelta di vivere in Francia fu dettata dal fatto che mio nonno era corrispondente della stampa a Parigi e lì si trovavano bene: Parigi per loro rappresentava un mondo culturalmente più avanzato rispetto all’Italia del Dopoguerra, caratterizzata da un certo oscurantismo.


Suo padre partecipò alla Resistenza, combatté sulle Alpi Apuane, contribuì alla liberazione di Modena e nel 1945 scattò le prime immagini di una Berlino distrutta. Quanto pensa che quell’esperienza di libertà, di rischio, di ‘realtà nuda’ abbia formato il suo occhio?
Architetto Matteo Celli Volta
(sorridendo, n.d.r.) Lei è ben documentato!
Assolutamente, quella prima esperienza fu fondamentale per la formazione del suo occhio. La vicenda a Berlino, che fu tra le sue primissime attività fotografiche, avvenne quando raggiunse mio nonno, corrispondente de Il Corriere della Sera. Lì frequentava in parallelo una scuola di fotografia dell’esercito americano e scattò le prime immagini della capitale tedesca bombardata. Lui faceva parte di quel movimento ispirato alla giustizia sociale e agli ideali di democrazia del Dopoguerra. Tutto ciò plasmò la sua visione, insegnandogli l’improvvisazione, il saper cogliere l’attimo, l’essere pronto all’avventura. Per lui, la cosa più importante, spesso anche a scapito della sua incolumità, era realizzare la bella foto.
Infatti, Pablo Volta realizzava servizi fotografici per Il Mondo in Italia, giornale laico e contro il conservazionismo, noto per il suo impegno nella denuncia sociale…
Architetto Matteo Celli Volta
Esatto, lì raccontava la realtà com’era. Io sono architetto e non sono uno specialista di fotografia, mi sono occupato volentieri di questo Archivio, che sto cercando di valorizzare perché merita pienamente: la mostra è un affresco completo degli anni Cinquanta e Sessanta in tutti i settori della società. Nel tempo in cui mio padre collaborava con Il Mondo, si sperava in una società più egualitaria, migliore, magari un po’ idealista ed utopica, sperando in valori nuovi, che poi si avverarono in parte con il ’68 e in parte rimasero nei cuori di chi li sognava. Ciò che contraddistinse Pablo Volta era la passione: tant’è che, ad un certo punto, andò in Sardegna di sua iniziativa, senza coperture finanziarie. L’interesse per altri mondi lo spinse sempre oltre.
La Sardegna fu molto importante per lui: d’altronde, finì i suoi giorni lì…
Architetto Matteo Celli Volta
Proprio così. In quella terra, riscoprì i valori più autentici del popolo: l’amicizia, l’ospitalità. Dopo la parentesi parigina, comprò una casa a San Sperate insieme al suo amico, lo scultore Pinuccio Sciola. I due crearono un vero e proprio sodalizio, organizzando eventi importanti. Attraverso il muralismo, il teatro e altre rassegne, parteciparono a un’azione culturale significativa in quella parte della Sardegna. Avevano l’idea che i muri avessero la parola e che gli affreschi e i murales potessero denunciare.

Architetto, come anticipava Lei, l’incontro con Ornella Vasio, Sua madre, fu decisivo. Lei studiosa, lui fotografo. In che modo questa unione cambiò l’opera di Pablo Volta?
Mio padre era un neorealista e mia madre una surrealista. Pablo faceva le foto dal vivo, ma era Ornella a fungere da ‘sceneggiatrice’. Lei intervistava i personaggi con delle domande intriganti e lui coglieva l’attimo del dialogo, catturando i loro comportamenti spontanei. Quindi il ritratto non era mai solo una posa, ma un’istantanea di un racconto in corso. Questa collaborazione, in cui mia madre creava il contesto narrativo e lui ne fissava l’immagine, durò circa 15 anni, periodo in cui Pablo fotografò le avanguardie culturali nella Ville Lumière. Successivamente, mio padre proseguì in autonomia con il suo stile, per esempio durante il periodo dei muralisti in Sardegna.
Lei oggi continua questo dialogo familiare. Sente mai che curare l’Archivio Fotografico Pablo Volta sia un modo per comunicare anche con i Suoi genitori?
Architetto Matteo Celli Volta
Beh, sì, loro vivono in me. In qualche modo, li ritrovo tramite i documenti, gli scritti e le foto.
Se mi permette, questi due artisti impegnati che genitori erano?
Architetto Matteo Celli Volta
Erano due genitori molto particolari. Mio padre era molto affettuoso. Mia madre aveva un fortissimo senso del dovere e mi seguiva a modo suo: non era una mamma all’antica, ma mi indirizzava verso il giusto percorso. Insomma, una famiglia decisamente fuori dal comune. Loro erano due intellettuali, due bohémiens. Io, peraltro, non ho vissuto moltissimo con loro: a partire dai 15 anni avevo iniziato a frequentare collegi italiani ed internazionali.

Se Pablo e Ornella Volta oggi avessero avuto l’opportunità di camminare per le sale dell’Hôtel de Galliffet in occasione dell’esposizione a loro dedicata all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, che cosa crede che avrebbero detto?
Architetto Matteo Celli Volta
Credo che sarebbero stati molto contenti. È stato un modo significativo per valorizzarli, anche perché in vita non sono riusciti a godere appieno del successo che il loro lavoro aveva generato. Nonostante avessero già ricevuto premi e onorificenze importanti, questa mostra avrebbe rappresentato per loro un riconoscimento speciale.
Che cosa spera che i visitatori abbiano sentito uscendo da Portraits sans filtres?
Architetto Matteo Celli Volta
Le emozioni che riflettevano gli anni Sessanta: l’illusione, la voglia di cambiamento, dove non esisteva la rassegnazione.
La fotografia di Pablo Volta è sempre empatica: in un mondo di immagini usa-e-getta che insegnamento ci lascia?
Architetto Matteo Celli Volta
Di raccontare la realtà, bella o brutta che sia, nella sua autenticità: l’esistenza senza fronzoli e senza pose.
Grazie tante.
Direttore Antonio Calbi e Architetto Matteo Celli Volta
Grazie a Lei!
Video del Signor Lionel Lavault ; Canzone Come Prima (© Barclay) di Dalida
Un ringraziamento sincero all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, al Direttore Antonio Calbi e al Service de Presse, Francesco Boscolo Lisetto e Constance Ponti, per aver accolto e accompagnato questo lavoro con cura e sensibilità. La nostra gratitudine va all’Architetto Matteo Celli Volta, che ha scelto di condividere l’Archivio Fotografico Pablo Volta e una parte preziosa della sua interessante storia familiare. Un pensiero particolare è rivolto a Pablo e Ornella Volta, la cui libertà intellettuale e il cui sguardo curioso continuano a illuminare il presente, come una traccia viva lasciata nel tempo. Infine, un grazie al Signor Lionel Lavault per una parte del materiale fotografico e video dell’esposizione, che ha contribuito a completare e arricchire questo racconto.
Pablo Volta. Portraits sans filtres à l’Institut Culturel Italien de Paris : l’héritage d’un regard libre entre l’Italie et la France – INTERVIEW EXCLUSIVE


Du 9 au 31 octobre 2025, l’Institut Culturel Italien de Paris a célébré l’un des protagonistes les plus sensibles et les plus intenses de la photographie du XXe siècle : Pablo Volta (1926-2011). Photographe du réel, maître du noir et blanc, néoréaliste capable de traverser époques et mondes, Volta a raconté avec authenticité l’Italie archaïque de l’après-guerre et le Paris électrique des années Soixante, construisant un pont humain et culturel entre deux piliers de la créativité européenne. L’exposition Pablo Volta. Portraits sans filtres, conçue par Matteo Celli Volta et accueillie dans les espaces de l’Hôtel de Galliffet, a remis en lumière un patrimoine visuel d’une importance historique, sociale et esthétique exceptionnelle.
L’exposition, articulée en deux sections, « De Dada à Satie » et « De Brigitte Bardot à Charles de Gaulle », a montré comment Volta et son épouse Ornella, intellectuelle et spécialiste d’Erik Satie, ont su pénétrer de l’intérieur au cœur des avant-gardes surréalistes et dadaïstes, immortalisant des figures telles que Man Ray, Duchamp, Miró, Ionesco. Parallèlement, l’objectif de Volta a fixé les visages de la Nouvelle Vague, de la mode, de la politique et de la musique, composant une fresque vive et unique de l’effervescence culturelle européenne.

Pablo Volta. Portraits sans filtres à l’Institut Culturel Italien de Paris : « Il racontait la réalité telle qu’elle était. Belle ou dure, il ne la trahissait jamais… »
L’Institut Culturel Italien de Paris, dirigé magistralement par le Directeur Antonio Calbi, a rendu cet hommage possible. Grâce au soutien du Service de Presse (Francesco Boscolo Lisetto et Constance Ponti), de l’Archivio Fotografico Pablo Volta et des partenaires culturels impliqués, l’exposition a attiré des milliers de visiteurs et a généré un dialogue intense entre générations, langages et sensibilités artistiques.
À l’occasion de la conclusion de l’événement, Il Difforme a rencontré le Directeur Calbi et le Commissaire Celli Volta pour explorer la construction de l’exposition et, surtout, la manière dont le regard de Pablo Volta (auteur de photographies pour les premières pages de magazines prestigieux tels que Life, Paris Match ou Il Mondo) continue de nous parler aujourd’hui : une invitation à la liberté, à la mémoire et à la vérité, dans un monde qui filtre et déforme tout ce qu’il touche.

Directeur Calbi, l’Institut Culturel Italien de Paris se distingue par l’attention portée à de nombreux arts : parmi eux, la photographie. Comment naît cet intérêt si fort ?
Notre Institut a toujours exprimé un vif intérêt pour la photographie. Déjà à mon arrivée, en septembre 2023, l’exposition de Letizia Battaglia était en cours, destinée ensuite à être présentée également dans d’autres institutions françaises et italiennes dans le monde. Nous avons décidé que la photographie devait être l’une des protagonistes de notre programmation, qui est particulièrement riche, étant donné que la culture italienne en France bénéficie de la plus grande attention. Notre tâche est d’être les ambassadeurs de l’art et de la culture italiens ici. Cette attention n’est pas un hasard : la photographie le mérite et Paris l’aime profondément. Nous avons soutenu de grandes expositions comme celle consacrée à Paolo Roversi au Palais Galliera et la rencontre que nous avons organisée avec lui a connu un succès extraordinaire. Nous continuerons à promouvoir les grands maîtres, tels que Guido Guidi et Gianni Berengo Gardin.
Dans ce parcours si riche, comment est venue l’idée de l’exposition Pablo Volta. Portraits sans filtres ?
L’exposition dédiée à Pablo Volta s’inscrit dans une série d’expositions consacrées à des auteurs différents : de Letizia Battaglia aux photographies inédites de Domenico Notarangelo sur L’Évangile selon Matthieu de Pasolini, jusqu’au projet de Patrizia Mussa sur l’architecture des théâtres à l’italienne, un travail hybride qui n’était plus uniquement de la photographie. L’idée de l’exposition consacrée à Volta est née de la rencontre, à l’automne 2023, avec son fils Matteo, ici présent, qui m’a montré le portfolio. J’ai immédiatement compris qu’il s’agissait d’une mine de documents d’une importance majeure et nous avons décidé aussitôt de l’intégrer dans notre programmation dense ici, à l’Hôtel de Galliffet.
Qu’est-ce qui vous a le plus frappé ?
Ce qui m’a le plus frappé a été avant tout la qualité des clichés : nous sommes devant un photographe de profession et de valeur, habitué à documenter avec un certain style, avec un certain brio. Mais j’aimais énormément l’idée que la vie culturelle parisienne des années Cinquante et Soixante soit racontée par un regard extérieur : un cas unique et rare. Le troisième élément fondamental est que ces portraits ont été réalisés par un professionnel qui, d’une certaine manière, appartenait à cet environnement. Car, parfois, ce sont des photographies ‘volées’, avec un sujet inconscient, tandis que dans d’autres, il est évident que la personnalité a consenti à être photographiée. Je pense, par exemple, à Le Corbusier, qui demanda expressément à ne pas être représenté comme architecte, mais avec un pinceau à la main : cela parce que Pablo et son épouse Ornella faisaient partie de cette communauté, et cette participation rend les clichés spéciaux. On sent qu’il y a de l’affection, de la curiosité et la volonté de fixer un instant éternel. Tous ces facteurs nous ont convaincus que cette exposition était nécessaire. Les sujets photographiés sont de portée internationale et l’exposition mériterait une itinérance : elle est très intéressante parce qu’on passe des super-intellectuels aux scènes du Paris de 68. On peut remarquer de nombreux Italiens, comme Carlo Feltrinelli, Sophia Loren ou Gina Lollobrigida, aux côtés de Charles De Gaulle, François Mitterrand et Brigitte Bardot. Bref, c’est une magnifique fresque des années Soixante, un portrait de créatures et de calibres divers, très vivant, complet et articulé.

Comment cette exposition s’inscrit-elle dans la mission de l’Institut Culturel, qui consiste aussi à préserver et à réinventer la mémoire italienne à Paris ?
Directeur Antonio Calbi
Exactement. Nous avons des sections, et l’une d’entre elles s’appelle Paysages de la mémoire, où nous incluons des initiatives ayant pour but de dépoussiérer des mémoires importantes ou, dans certains cas, de les lancer pour la première fois, car il existe des réalités artistiques et culturelles italiennes encore peu connues à Paris. Malgré le grand amour que les Français portent à notre culture, il reste encore de nombreux vides à combler, surtout si l’on considère la grande vivacité de la créativité italienne dans l’immédiat après-guerre, une période durant laquelle l’Italie a excellé. Notre mission est donc de nous déplacer habilement entre mémoire, tradition, innovation et avenir. Dans ce sens, l’exposition des portraits de Pablo Volta s’inscrit pleinement dans ce devoir : elle sert à lever le voile sur des années cruciales de la culture et de la créativité parisiennes, mais à travers le regard italien, opérant une véritable ouverture vers le souvenir partagé.
Architecte Matteo Celli Volta
J’ajouterais que mes parents étaient deux intellectuels italiens qui se sont distingués à Paris dans les années Soixante non seulement pour représenter le monde culturel, mais aussi pour en faire partie activement. De simples spectateurs, ils sont devenus de véritables protagonistes de cet univers.
Directeur Antonio Calbi
Ce sont des sujets qui ont agi de l’intérieur et non de l’extérieur…
Architecte Matteo Celli Volta
Mon père commença sa carrière comme photographe du Néoréalisme de l’après-guerre, se consacrant d’abord à des sujets ethnographiques et anthropologiques en Sardaigne ; ce matériel, de grande valeur, est aujourd’hui encore conservé principalement dans les musées de Nuoro. Son transfert à Paris fut facilité par la présence de mon grand-père, Sandro Volta, qui y travaillait comme journaliste. Avec ma mère, Ornella, ils décidèrent de s’installer dans la capitale française et, grâce à mon grand-père, eurent la chance de rencontrer Tristan Tzara. Par son intermédiaire, ils obtinrent le carnet d’adresses de tous les principaux artistes et écrivains qui avaient rendu la France glorieuse dans les années Trente : de grands noms comme Aragon, Man Ray, Duchamp, Miró, Dalí. Devenus âgés dans l’après-guerre, ils étaient ravis de se faire interviewer et photographier, leur visibilité médiatique n’étant plus celle d’avant-guerre. Mon père fut stimulé surtout par ma mère, une femme de lettres passionnée par le fantastique. L’exposition a été structurée en deux sections : la première consacrée au Surréalisme et au Dadaïsme, et l’autre à l’Actualité des années Soixante, avec des personnages plus contemporains, actifs et dynamiques de la mode, du cinéma et de la Nouvelle Vague. Le fil thématique central que nous avons voulu mettre en évidence est précisément la connexion entre ces avant-gardes historiques et les mouvements successifs : les idées libertaires des personnages des années Trente influencèrent profondément les années suivantes, jusqu’en 68, où des slogans dadaïstes apparaissaient sur les murs, un intérêt qui dépasse largement la simple composition du portrait. Il faut préciser que cette activité parisienne fut une parenthèse dans la carrière de mon père, qui, dans les années 80, retourna en Sardaigne pour documenter toute la période des fresques murales, réalisant une histoire en couleurs de la lutte sarde. Parallèlement, ma mère, qui l’assistait comme ‘scénariste’ grâce à ses intérêts littéraires, entreprit un parcours qui la conduisit à devenir écrivaine et une éminente spécialiste d’Erik Satie, une figure qui réunissait en lui les caractéristiques de toutes ces avant-gardes.

Architecte Volta, votre père Pablo regardait le monde avec un respect presque sacré pour la réalité. À une époque où tout est filtré, que signifie restituer au public des Portraits sans filtres ?
C’est fondamental, car cela reflète sa technique et sa vision. Pablo Volta adoptait pleinement le style du reportage : ce sont des photographies prises sur le vif, sans mise en scène, caractérisées par une composition artistique et par l’œil cultivé du photographe. À une époque où il n’y avait pas de télévision, les images en première page des journaux devaient être extrêmement évocatrices et denses, elles devaient savoir raconter une histoire en un instant. Le « sans filtres » signifie cela : des photos prises en direct, dans la spontanéité. Qu’il s’agisse d’artistes ou de la peinture murale sarde, son approche était celle de la réalité brute, sans artifices.
L’exposition a pour image emblématique un portrait iconique : la vedette Dalida en pleine chanson. Pourquoi avoir choisi précisément cette photographie comme image principale ?
Architecte Matteo Celli Volta
Elle a été choisie par l’Institut parce qu’elle est une icône qui relie l’Italie et la France. Et puis, l’image est très expressive et communicative.
Le portrait d’Iolanda Gigliotti était-il un symbole de glamour ou une manière de parler d’une célébrité en la représentant comme une personne humaine et non comme une diva ?
Architecte Matteo Celli Volta
L’intention de mon père est difficile à raconter dans sa totalité. J’étais un enfant lorsqu’il faisait ces travaux. Mais je peux vous dire qu’il avait une curiosité à 360 degrés.

En effet, Volta passe de l’Italie des années 50, archaïque, rurale, anthropologique, au Paris de l’élite artistique et intellectuelle. Dans les visages des bergers sardes comme dans ceux de Bardot ou d’Ionesco, on retrouve le même respect, la même curiosité. Qu’est-ce qui relie ces mondes qui, en apparence, ne se touchent pas ? Dans quelle mesure Monsieur Pablo a-t-il su transformer la mondanité parisienne en humanité et la pauvreté sarde en poésie ?
Architecte Matteo Celli Volta
C’est une véritable ethnographie de la société de cette époque. Mon père, qui faisait partie du mouvement néoréaliste, était profondément intéressé par la question méridionale, alors souvent sous-évaluée. Dans l’après-guerre, de nombreux photographes se sont consacrés à la réalité de l’Italie du Sud, mais lui voulut documenter des situations inédites. Le trait distinctif de son travail est celui-ci : un regard sociologique qui documente la réalité, quelle qu’elle soit, avec une fidélité absolue.
Pablo Volta naquit à Buenos Aires et grandit en Italie. Jusqu’à quel point cette double origine influença-t-elle son travail ?
Architecte Matteo Celli Volta
À vrai dire, les origines argentines influencèrent très peu son travail. Mon grand-père était le fils d’un producteur d’huile de Lucques et avait été nommé représentant commercial pour l’Amérique du Sud. C’est là qu’il rencontra et épousa ma grand-mère Ada, qui était frioulane. Ainsi, mon père naquit à Buenos Aires, mais lorsqu’il avait 5 ans, la famille retourna en Italie. Par conséquent, il conserva un nom lié au lieu de naissance, mais il vécut ses années formatrices en Toscane.
Que symbolisaient pour lui l’Argentine, l’Italie et la France ?
Architecte Matteo Celli Volta
J’oserais dire que l’Argentine symbolisait pour lui uniquement le lieu de naissance, puisqu’il y vécut très peu. Sa mère lui parlait en espagnol, mais lui se sentait toscan et profondément européen. Le choix de vivre en France fut dicté par le fait que mon grand-père était correspondant de presse à Paris et qu’ils s’y sentaient bien : Paris représentait pour eux un monde culturellement plus avancé par rapport à l’Italie de l’après-guerre, caractérisée par un certain obscurantisme.


Votre père participa à la Résistance italienne, combattit dans les Alpes Apuanes, contribua à la libération de Modène et, en 1945, il prit les premières images d’un Berlin détruit. Combien pensez-vous que cette expérience de liberté, de risque, de ‘réalité nue’ forma son regard ?
Architecte Matteo Celli Volta
(en souriant, N.d.R.) Vous êtes bien documenté !
Absolument, cette première expérience fut fondamentale pour la formation de son regard. L’épisode de Berlin, qui fut parmi ses toutes premières activités photographiques, eut lieu lorsqu’il rejoignit mon grand-père, correspondant du quotidien Il Corriere della Sera. Là, il fréquentait en parallèle une école de photographie de l’armée américaine et il prit les premières images de la capitale allemande bombardée. Il faisait partie de ce mouvement inspiré par la justice sociale et les idéaux de démocratie de l’après-guerre. Tout cela façonna sa vision, lui apprenant l’improvisation, la capacité de saisir l’instant, d’être prêt à l’aventure. Pour lui, la chose la plus importante, souvent même au détriment de sa propre sécurité, était de réaliser la belle photographie.
En effet, votre père réalisait des reportages photographiques pour Il Mondo en Italie, journal laïque et anticonservateur, connu pour son engagement en faveur de la dénonciation sociale…
Architecte Matteo Celli Volta
Exactement, là il racontait la réalité telle qu’elle était. Je suis architecte et je ne suis pas un spécialiste de la photographie, mais je me suis volontiers occupé de ces Archives, que j’essaie de valoriser parce qu’elles le méritent pleinement : l’exposition est une fresque complète des années Cinquante et Soixante dans tous les secteurs de la société. À l’époque où mon père collaborait avec Il Mondo, on espérait une société plus égalitaire, meilleure, peut-être un peu idéaliste et utopique, en attendant de nouvelles valeurs, qui ensuite se réalisèrent en partie en 1968 et en partie restèrent dans le cœur de ceux qui les rêvaient. Ce qui caractérisait Pablo Volta était la passion : au point qu’à un certain moment, il partit en Sardaigne de sa propre initiative, sans couverture financière. L’intérêt pour d’autres mondes le poussait toujours plus loin.
La Sardaigne fut très importante pour lui : d’ailleurs, il y termina ses jours…
Architecte Matteo Celli Volta
Exactement. Dans cette terre, il redécouvrit les valeurs les plus authentiques du peuple : l’amitié, l’hospitalité. Après la parenthèse parisienne, il acheta une maison à San Sperate avec son ami, le sculpteur Pinuccio Sciola. Les deux organisaient des événements importants. À travers le muralisme, le théâtre et d’autres manifestations, ils participèrent à une action culturelle significative dans cette partie de la Sardaigne. Ils avaient l’idée que les murs avaient la parole et que la peinture murale pouvait dénoncer.

Architecte, comme vous le souligniez, la rencontre avec Ornella Vasio, votre mère, fut décisive. Elle, intellectuelle ; lui, photographe. En quoi cette union modifia-t-elle l’œuvre de Pablo Volta ?
Mon père était un néoréaliste et ma mère une surréaliste. Pablo prenait les photos sur le vif, mais c’était Ornella qui jouait le rôle de ‘scénariste’. Elle interviewait les personnages avec des questions intrigantes, et lui saisissait l’instant du dialogue, capturant leurs comportements spontanés. Ainsi, le portrait n’était jamais seulement une pose, mais un instantané d’un récit en cours. Cette collaboration, dans laquelle ma mère créait le contexte narratif et mon père en fixait l’image, dura environ 15 ans, période durant laquelle Pablo photographia les avant-gardes culturelles dans la Ville Lumière. Par la suite, mon père poursuivit son style en autonomie, par exemple durant la période des muralistes en Sardaigne.
Aujourd’hui, vous poursuivez ce dialogue familial. Avez-vous parfois le sentiment que prendre soin de l’Archivio Fotografico Pablo Volta est une manière de communiquer encore avec vos parents ?
Architecte Matteo Celli Volta
Eh bien, oui, ils vivent en moi. D’une certaine manière, je les retrouve à travers les documents, les écrits et les photos.
Si vous me permettez, ces deux artistes engagés, quel genre de parents étaient-ils ?
Architecte Matteo Celli Volta
Ils étaient deux parents très particuliers. Mon père était très affectueux. Ma mère avait un sens du devoir très fort et me suivait à sa manière : ce n’était pas une mère à l’ancienne, mais elle me guidait vers le bon chemin. Bref, une famille décidément hors du commun. Ils étaient deux intellectuels, deux bohémiens. De plus, je n’ai pas vécu très longtemps avec eux : à partir de l’âge de 15 ans, j’avais commencé à fréquenter des collèges italiens et internationaux.

Si Pablo et Ornella Volta avaient aujourd’hui eu la possibilité de marcher dans les salles de l’Hôtel de Galliffet, à l’occasion de l’exposition que l’Institut Culturel Italien de Paris leur a consacrée, que pensez-vous qu’ils auraient dit ?
Architecte Matteo Celli Volta
Je crois qu’ils auraient été très heureux. Cela a été une manière significative de les valoriser, aussi parce qu’ils n’ont peut-être pas pu de leur vivant profiter pleinement du succès que leur travail avait généré. Bien qu’ils eussent déjà reçu des prix et des distinctions importantes, cette exposition aurait représenté pour eux une reconnaissance spéciale.
Qu’espérez-vous que les visiteurs aient ressenti en sortant de Portraits sans filtres ?
Architecte Matteo Celli Volta
Les émotions qui reflétaient les années Soixante : l’illusion, l’envie de changement, un temps où la résignation n’existait pas.
La photographie de Pablo Volta est toujours empathique : dans un monde d’images à usage unique, quel enseignement nous laisse-t-elle ?
Architecte Matteo Celli Volta
Raconter la réalité, belle ou laide qu’elle soit, dans son authenticité : l’existence sans fioritures et sans poses.
Merci beaucoup.
Directeur Antonio Calbi et Architecte Matteo Celli Volta
Merci à vous !
Vidéo de Monsieur Lionel Lavault ; Chanson Come Prima (© Barclay) par Dalida
Un remerciement sincère à l’Institut Culturel Italien de Paris, à son Directeur Antonio Calbi et au Service de Presse, Francesco Boscolo Lisetto et Constance Ponti, pour avoir accueilli et accompagné ce travail avec soin et sensibilité. Notre gratitude va à l’Architecte Matteo Celli Volta, qui a choisi de partager l’Archivio Fotografico Pablo Volta et une partie précieuse de sa remarquable histoire familiale. Une pensée particulière est adressée à Pablo et Ornella Volta, dont la liberté intellectuelle et le regard curieux continuent d’éclairer le présent, comme une trace vivante laissée dans le temps. Enfin, un merci à Monsieur Lionel Lavault pour une partie du matériel photographique et vidéo de l’exposition, qui a contribué à compléter et enrichir ce récit.
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