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Venezia 83, l’ottavo red carpet è “la notte dei colori” ma Alba Rohrwacher vince con il minimalismo

Pamela Anderson accende il Lido in giallo, Foglietta punta sul viola. Ma mentre Venezia scopre finalmente le tonalità accese, Alba Rohrwacher dimostra che per farsi notare possono bastare una camicia bianca, una gonna nera ed ecco che il gioco è fatto

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Qualche tocco di colore qua e là in mezzo a un mare di nero. Sull’ottavo red carpet di Venezia 83 a dominare sono sì le tinte scure, ma a fargli compagnia questa volta ci sono anche tonalità accese. Basta guardare l’abito giallo sole di Pamela Anderson. L’attrice, protagonista di Place to Be, porta sul tappeto rosso un carico di vitalità, quello che mancava in questa edizione della Mostra.

Tra capi seri, tailleur, moda androgina e vestiti dall’inconfondibile stile armaniano, Anderson propone qualcosa di mai visto finora e non solo nella cromia, ma anche nella firma. La creazione in raso con bustier e strascico che indossa è di Carolina Herrera, un brand che rientra tra i suoi marchi preferiti, classico e contemporaneo al tempo stesso.

Ma non finisce qui perché anche Anna Foglietta sceglie una tonalità accesa e sgargiante: il viola di Piccioli per Balenciaga. Era stato lo stesso brand a vestirla anche nel settimo red carpet. Questa volta, però, il vestito le si addice di più ed è decisamente più formale anche se, a dirla tutta, potrebbe fare ancora meglio.

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Non tutti, però, si lasciano conquistare dalla svolta cromatica. Marina Abramović resta sul sicuro e classico nero in una parvenza quasi gotica. La performer, nel cast della pellicola DAU, in Concorso, e già protagonista di diversi appuntamenti veneziani, compreso il Gala amfAR, indossa ancora un look monocromo, come è di sua abitudine: pantaloni, lungo soprabito, scarpe basse in pelle e pochette coordinata. A rompere il tinta unita ci pensa soltanto il rossetto rosso, ormai quasi una sua firma. In fondo, quando uno stile è così riconoscibile, cambiare per seguire il red carpet sarebbe quasi un tradimento.

Nero anche per Ekaterina Andreeva, che punta sulla semplicità di un abito scuro dalla linea essenziale, accompagnato da una borsa a mano tono su tono. Nessun effetto speciale, nessuna voglia di strafare: una scelta classica che funziona proprio perché non pretende di essere altro.

E poi c’è Greta Scarano. Presenza praticamente fissa sul tappeto rosso di questa edizione, la conduttrice continua a cambiare registro sera dopo sera. Dopo il tailleur del giorno precedente torna all’abito, ancora una volta firmato Armani: una tunica nera semitrasparente e plissettata che gioca con i volumi e alleggerisce la figura. E se c’è qualcosa di certo parlando di lei è che non le si può rimproverare di aver indossato la stessa divisa per otto serate.

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Il nero conquista anche Cristina Chiabotto, che sceglie Atelier Emé: satin, spacco laterale e sandali dal tacco basso. Un look pulito e femminile, forse senza grandi sorprese, ma sul red carpet non sempre sorprendere è un obbligo.

Tra tanto nero, il rosa chiarissimo di Victoriia Skytska sembra quasi una pausa. L’attrice ucraina di DAU opta per uno slip dress delicato, completato da blazer bianco e scarpe con il tacco. Un insieme fresco, leggero e soprattutto adatto a una sfilata pomeridiana: finalmente qualcuno che non sembra vestito per una première di mezzanotte.

Decisamente più elaborata Laura Barth, che affida la serata a un abito a sirena firmato Peter Langner, ricchissimo di lavorazioni. A completare il tutto una parure con collier rigido dal motivo floreale. Luminosa, elegante e senza eccessi: anche quando il vestito fa molto, riesce a non farsi indossare dall’abito.

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Romantica, ma con una componente decisamente più sensuale, Aurora Ruffino. Il merletto prezioso dell’abito valorizza il suo incarnato chiarissimo e dimostra ancora una volta quanto il pizzo sia diventato uno dei protagonisti silenziosi di Venezia 83.

Perché se c’è una tendenza che questa Mostra sembra aver già decretato per la nuova stagione è proprio quella degli abiti neri, trasparenti e di pizzo. Intimissimi ne ha portati diversi sul red carpet e, sera dopo sera, sono state numerose le star a interpretarli. Quasi tutti riusciti. Mitsuki Kimura, conosciuta come Kōki, ne offre una delle versioni più audaci: maniche lunghe, linea aderentissima e trasparenze che lasciano intravedere la lingerie nera. Sensuale sì, ma senza cadere nell’effetto lingerie improvvisata. E non è così scontato.

Chi invece in questa edizione non sbaglia un colpo è Barbara Ronchi. La giurata torna sul carpet per Il fuoco che ti porti dentro e lo fa con un abito interamente ricoperto di frange che le sta divinamente. La treccia romantica alleggerisce l’insieme e aggiunge quel dettaglio meno costruito che rende tutto ancora più riuscito. Resta tra i look migliori della serata.

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In coppia sul tappeto rosso Edoardo De Angelis e Maria Vera Ratti. Lui sceglie un completo dai pantaloni slim, elegante e lineare; lei punta invece sulla luce con un abito da sera ultra brillante e calzature in vinile effetto nude. Due interpretazioni molto diverse dello stesso red carpet, ma insieme funzionano.

Più equilibrata la coppia formata da Lino Musella e Dalal Suleiman. Due look eleganti e coordinati, senza bisogno di inutili virtuosismi. Completamente l’opposto è invece Vanessa Scalera che fa rimpiangere un po’ le uscite pubbliche precedenti. L’attrice sceglie uno dei modelli più riconoscibili dell’era Alessandro Michele da Valentino: top in merletto, scollatura profonda e gonna costruita su una cascata di ruches. Aggiunge orecchini pendenti e capelli effetto wet. Il problema non è l’abito in sé, ma l’incontro con chi lo indossa. Su Scalera sembra quasi appartenere a un altro guardaroba, lontano dal suo stile e dalla sua personalità. Troppo costruito, troppo carico, troppo distante da lei.

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Poi arriva Alba Rohrwacher e dimostra che, mentre tutti cercano il colore, le trasparenze o il dettaglio capace di catturare l’obiettivo, a volte bastano una camicia bianca e una gonna nera. Il suo Prada per il red carpet di Un Bon Petit Soldat sembra citare uno dei look simbolo del minimalismo anni Novanta: quello di Carolyn Bessette-Kennedy all’Annual Fundraising Gala del 1999. Ma la forza sta proprio nel non trasformare il riferimento in una copia.

La camicia Oxford bianca viene indossata al contrario, lasciando il davanti completamente pulito e spostando i bottoni sulla schiena; una sottilissima cintura nera segna la vita, mentre la lunga gonna in raso tecnico sfiora il pavimento. Sotto, quasi nascosti, spuntano sandali argentati che spezzano appena il rigore del bianco e nero.

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È forse uno dei look meno appariscenti della serata e proprio per questo uno dei più interessanti. In un red carpet in cui spesso si pensa che per farsi notare servano artifici, colori sgargianti o tessuti lavorati, Rohrwacher fa l’esatto contrario: toglie. E sottraendo riesce comunque a farsi guardare, perchè la moda minimal, quando è pensata davvero, può essere molto più riconoscibile dell’eccesso.

Il risultato dell’ottavo red carpet? Se è vero che questa è la notte dei colori – con il giallo di Pamela Anderson e il viola di Anna Foglietta in grado di accendere finalmente una Mostra dominata dalle tonalità scure – è anche vero che il nero continua a resistere, tra pizzi, trasparenze, Armani e silhouette minimal. E la lezione più interessante arriva proprio da Alba Rohrwacher che di minimalismo se ne intende: in mezzo a chi cerca disperatamente il dettaglio che faccia rumore, a volte la scelta più audace è non averne bisogno.

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