Ed è proprio mentre guardo il nono red carpet di Venezia 83, che non faccio che soffermare la mia attenzione su una presenza riconoscibile. Una donna dalle tante vite, una figura magnetica e ribelle della moda. Indossa abiti chiari e un po’ anticonformisti: il pelo nel vestito, il plexiglass sui tacchi, il velo sul capo. Sembra quasi che ogni strato di tessuto custodisca una delle sue esistenze.
Michelle Lamy, definita da alcuni“l’anti-musa” di Rick Owens, è oggi la sua socia in affari, complice creativa e moglie. Fu proprio lei a intuire per prima il talento dello stilista, oggi conosciuto in tutto il mondo per quell’estetica d’avanguardia che mescola glamour e grunge, minimalismo oscuro, forme asimmetriche e suggestioni quasi post-apocalittiche. All’inizio degli anni Novanta gli offrì un lavoro, assumendolo per collaborare alla sua linea di abbigliamento, Lamy. Da lì sarebbe nato un sodalizio creativo e sentimentale destinato a durare oltre trent’anni.
Ma prima di Rick Owens c’era già Michèle Lamy. E forse è proprio questo a renderla così interessante. Ha studiato legge, si è avvicinata alla filosofia, ha ballato nei cabaret, aperto locali diventati punti di ritrovo della scena underground di Los Angeles, lavorato con il design e trasformato la propria immagine in qualcosa che sfugge ancora oggi a qualsiasi definizione. Guardandola attraversare il tappeto rosso viene allora da pensare che la moda faccia esattamente questo: non veste semplicemente una persona, racconta ciò che è stata, ciò che è e perfino ciò che vuole diventare.
Ma la trasformazione non riguarda solo l’abito, infatti anche il tappeto rosso ha cambiato aspetto per una sera. Ieri Venezia ha avuto due anime: oltre al cinema, c’era anche il fashion system. Da una parte, resta lì a ricordarci dove siamo,Scherzetto di Mario Martone e la sua parata di abiti da grande première. Dall’altra arriva la moda con Be Brave, il documentario di Francesco Carrozzini dedicato a Renzo Rosso, fondatore di Diesel.
Ed ecco che il red carpet cambia pelle e per qualche ora somiglia più alla passerella di una Fashion Week. Arrivano modelle, designer, musicisti, imprenditori e personaggi dello spettacolo; aumentano le tonalità chiare e soprattutto compare lui, il denim. Quel tessuto nato come simbolo di praticità che Diesel ha contribuito a strappare alla sola dimensione quotidiana, trasformandolo, lavorandolo e portandolo fino a territori che un tempo sembravano riservati alla couture.
E’ proprio questo il punto della serata: non esiste più un solo modo di “vestirsi da red carpet“. Il jeans può prendere il posto dell’abito da sera, un tacco può essere di plexiglass, un vestito può riempirsi di pelo e un tappeto nato per il cinema può diventare, contemporaneamente, passerella di moda. A Venezia ieri hanno sfilato mondi diversi – cinema, musica, moda – e ciascuno ha portato con sé le proprie regole. O, ancora meglio, il proprio modo di infrangerle.
E a dimostrarlo è proprio il denim, protagonista inevitabile della prima parte della serata. Deborah Compagnoni lo sceglie in versione chemisier, con un effetto washed che mantiene intatta l’anima più autentica del tessuto ma prova a darle una dimensione da red carpet. Sangiovanni, invece, non rinuncia al total denim e punta sul cosiddetto Canadian Tuxedo: giacca e pantaloni nello stesso materiale, quasi una dichiarazione d’intenti nella serata dedicata all’uomo che del jeans ha fatto un impero. Melissa Satta sceglie invece di spezzarlo con il nero, tra jeans a zampa e camicia sbottonata. Tre interpretazioni diverse dello stesso materiale che raccontano quanto sia ormai lontana l’idea del denim relegato al guardaroba quotidiano.

Oltre al jeans,Be Brave trasforma il Lido in un punto d’incontro tra mondi che raramente si ritrovano tutti insieme sullo stesso tappeto rosso. Ci sono Francesco Carrozzini e Renzo Rosso, rispettivamente regista e protagonista del documentario: completo blu per il primo, nero per il secondo, che sceglie una giacca con zip e stivaletti a punta.
Poi ancora insieme al direttore creativo di Diesel, Glenn Martens, c’è Natasha Poly. La modella, tra le protagoniste di passerelle internazionali, indossa un abito sottile, strascico. Martens gioca invece con volumi e sovrapposizioni.
Poi arriva la musica. Achille Lauro non ha bisogno di un look costruito per attirare l’attenzione e questa volta sceglie pantaloni scuri e camicia chiara. Apparentemente semplice, ma solo apparentemente: sartorialità, stivaletti di pelle con il tacco, occhiali da sole e gioielli fanno il resto. E c’è anche un dettaglio che rende il look ancora più interessante: Lauro indossa Dondup, marchio di cui è oggi direttore creativo. Non più soltanto interprete della moda, dunque, ma parte attiva del processo che la costruisce.

E ancora per la musica c’è Fabio Rovazzi che arriva con Lucia Pizzuti, entrambi in Diesel. Dal mondo dello spettacolo italiano invece ci sonoRosario Fiorello, che sceglie una giacca riflettente e la T-shirt con il logo, e la moglie Susanna Biondo. Claudia Gerini punta sul più rassicurante little black dress mentre Riccardo Sangiuliano spezza il nero con un completo chiaro. Eleonora Abbagnato e Federico Balzaretti, invece, tornano al total black: lei con un abito a canotta di Maison Margiela, lui monocromatico con mocassini più chiari.


E se il denim è il grande protagonista, c’è un altro dettaglio che distingue questa nona serata dalle precedenti: Venezia si schiarisce. Dopo giorni in cui nero e tonalità profonde hanno quasi monopolizzato il tappeto rosso, compaiono con maggiore insistenza bianchi, panna, beige e colori più luminosi. Stefania Rocca sceglie il bianco con un abito incrociato, Roberta Sinopoli un completo candido con blazer doppiopetto e pantaloni, coordinandosi senza uniformarsi al marito Claudio Marchisio, volto della Trussardi Gentle Society. Elena Santarelli arriva invece con un abito a pois, mentre Francesca Cavallin abbina una gonna decorata effetto pelle alla camicia con fiocco.

Non tutti, però, abbandonano il nero. Valentina Ferragni lo usa come fondo per un abito ricamato con decorazioni floreali, mentre Adriana Volpe sceglie un lungo con bustino geometrico ravvivato dai gioielli in corallo rosso. Éva Henger sembra quasi uscita da una fiaba dark, tra tulle, punti luce e un’acconciatura raccolta che rende il look volutamente teatrale. Nima Benati percorre un’altra strada ancora, con un abito in pizzo dorato decisamente seducente. Carolina Cavalli, invece, sceglie il bluette e le sovrapposizioni di Giorgio Armani, con pantaloni e gonna insieme: interessante sulla carta, molto meno convincente sul tappeto rosso.

Poi, quasi come se qualcuno cambiasse scenografia, la Fashion Week finisce e Venezia torna a fare Venezia. Arriva Scherzetto di Mario Martone e con il cinema ritorna anche una concezione più classica dell’abito da sera. Martone sceglie Giorgio Armani e il total black, con camicia e cravatta nera; accanto a lui la sceneggiatrice Ippolita Di Majo indossa un abito senza spalline, sempre Armani, illuminato da una pochette brillante.

Ma a prendersi la scena è Serena Rossi. Per ritirare il Campari Passion for Film sceglie un rosso intenso firmato Vivienne Westwood, un colore che sul tappeto rosso difficilmente passa inosservato e che qui funziona ancora di più. Il vestito costruisce la silhouette senza sovraccaricarla, mentre la treccia morbida alleggerisce l’insieme.
Toni Servillo e Manuela Lamanna giocano invece sulla discrezione: smoking per lui, completo azzurro cielo per lei, acceso appena dalle scarpe giallo chiaro e da una lunga catena portata come collana. E poi c’è Chiara Mastroianni, forse una delle presenze più eleganti della serata. Nero, linea dritta, lunghezza sotto il ginocchio e maxi fiori tridimensionali sul fondo. Slingback, pochissimi gioielli, capelli naturali. Nessun tentativo di stupire a tutti i costi e proprio per questo funziona.

È forse qui che le due metà del nono red carpet finiscono per incontrarsi. Da una parte la moda che sperimenta, trasforma il jeans, mescola materiali e porta sul tappeto rosso personaggi che arrivano dalla musica, dalle passerelle e dall’imprenditoria; dall’altra il cinema, che recupera il rito della première e l’eleganza più tradizionale.
In mezzo c’è Venezia, che ancora una volta dimostra come il red carpet non sia più soltanto il luogo in cui si arriva per la prima di film o le proiezioni ufficiali. È diventato uno spazio autonomo, dove un abito può raccontare un’identità, un’industria, un’epoca. Michèle Lamy ce lo aveva suggerito all’inizio: a volte basta guardare ciò che una persona indossa per intravedere tutte le vite che porta con sé.
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