“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”, diceva Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila, ma Ellen Burstyn incarna una risposta e quasi una forma di resistenza a quel sistema: restare un’essenza autentica in mezzo a un mare di artifici. I suoi personaggi hanno messo in scena donne reali: imperfette, vulnerabili, capaci di invecchiare, sbagliare e ricominciare. Una scelta artistica che, a distanza di oltre settant’anni dall’inizio della sua professione, racconta anche quanto sia cambiato lo spazio concesso alle donne e, soprattutto, il modo di rappresentarle.
Ed è proprio da questa trasformazione che l’attrice 93enne ha scelto di partire ieri a Venezia 83, dove ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera. Salita sul palco per ritirare il riconoscimento, Burstyn ha pronunciato parole particolarmente significative sulla condizione femminile a Hollywood, ripercorrendo l’enorme cambiamento avvenuto dagli inizi della sua storia artistica fino a oggi.
“Per fortuna è tutto enormemente cambiato”, ha esordito. “Quando ho iniziato io, non c’erano donne dietro la macchina da presa“. Ellen ha spiegato come, a parte le attrici, le pochissime presenze femminili sul set fossero storicamente relegate ai ruoli di parrucchiere, truccatrici o segretarie di edizione. “Finalmente siamo arrivati a un punto in cui le donne sul set sono quasi al 50% dei ruoli”.
Ma a cambiare non è stato soltanto lo spazio conquistato. È cambiato profondamente anche il modo di raccontarle davanti all’obiettivo. “Fino ai primi anni ’70 le sceneggiature erano piene di stereotipi femminili, con le donne rappresentate soprattutto come figure di sostegno agli uomini”. Una trasformazione che Burstyn non si limita a raccontare a parole, perché attraversa, in fondo, tutta la sua carriera.
L’attrice infatti ha rappresentato da sempre il punto di vista femminile, dando volto sul set a donne profondamente diverse: dalla disillusa Lois ne L’ultimo spettacolo alla combattiva Alice in Alice non abita più qui, fino alla terrorizzata Chris ne L’esorcista, alla tragica Sara in Requiem for a Dream, all’autoritaria Elizabeth in Pieces of a Woman e alla centenaria Marilyn in Flesh Impact. Tutte donne differenti per età, carattere e destino, imperfette e complesse, lontane proprio da quegli stereotipi contro cui oggi Burstyn prende posizione.
Non è un caso, allora, che il premio le sia stato consegnato sul palco da Maggie Gyllenhaal, la regista che l’ha diretta in uno dei film presentati da Burstyn proprio in questa edizione del Festival, Flesh Impact. Un passaggio simbolico tra due generazioni di donne che hanno vissuto un’industria diversa e che, in modi differenti, hanno contribuito a trasformarne lo sguardo.
Burstyn, oltre a dispensare parole sincere, anche nell’aspetto appare elegantissima. Per ricevere il Leone d’Oro sceglie un lungo abito giallo solare, coordinato a una giacca in tinta, che sembra rispecchiare perfettamente la sua straordinaria vitalità. Maggie Gyllenhaal veste invece Chloé e sceglie un pizzico di colore per smorzare il nero dei pantaloni: la blusa corta color melanzana, ricca di volant, è abbinata a décolleté a punta color vino.

A sfoggiare un tocco di lilla, mantenendo quindi questa tendenza ai colori, è Pamela Anderson, che sceglie un completo composto da gonna lunga con spacco e blusa ampia, abbinato a pump e occhiali da sole animalier da vera diva. Su un registro completamente opposto si muove Greta Scarano, che questa volta opta per un tailleur bianco, più rigoroso rispetto ai look precedenti, dalle linee estremamente essenziali ed eleganti.

E poi c’è la bellissima Maria Borges, che veste Armani in un abito nero con top e maniche trasparenti. Se c’è una parola per descriverla è raffinatezza. Più audace e glamour Gabrielle Caunesil, che punta sulle paillettes con un vestito Atelier Emé dalle cromie autunnali. Victoria Silvstedt torna invece a Venezia con un abito caratterizzato da bustier e gonna argento.

Irina Shayk rimane fedele al suo stile minimal, ma profondamente sofisticato: un dress nero asimmetrico che lascia scoperta la schiena. Totalmente out of context, invece, Martina Stella, che sceglie un mini dress marrone a pois con tanto di mantello coordinato. Una scelta sicuramente audace, che abbandona il classico abito da sera ma che risulta non del tutto adeguata all’occasione.

Jasmine Trinca, per il suo ritorno sul red carpet, sostituisce le tonalità chiare con quelle scure, optando per un dress total black con spalline e top ricamato. Sulla stessa cromia appare anche Valeria Bruni Tedeschi. La star del film di Strippoli sceglie le paillettes, che tempestano il lungo abito nero. Poi c’è il regista Paolo Strippoli, che attraversa il tappeto rosso in Emporio Armani, con giacca, camicia e cravatta scure. Quasi sulla stessa linea, ma senza cravatta, Riccardo Scamarcio, che torna sul red carpet al fianco di Tommaso Landucci, regista e co-sceneggiatore de I figli della scimmia.

Elisabetta Gregoraci non passa inosservata. La showgirl sfoggia un abito da sera sui toni del viola, firmato Ermanno Scervino, con bustier dalla profonda scollatura e gonna in chiffon con spacco. Heather Parisi, invece, si diverte con un completo nero impreziosito da un lungo strascico in tulle e ricami luminosi. E anche Elettra Lamborghini brilla, letteralmente, con un abito completamente ricoperto di strass.

Insomma, sul fronte degli abiti questo sesto red carpet non delude. Ma ancora una volta Venezia dimostra che il tappeto rosso può andare oltre l’estetica e trasformarsi in uno spazio capace di lanciare messaggi. Se nel quinto carpet, tra gli altri, era emerso il tema della violenza di genere, questa volta al centro rimane ancora il punto di vista femminile, osservato però attraverso una prospettiva diversa: quella di chi ha visto cambiare dall’interno il modo in cui le donne vengono raccontate, guardate e ascoltate.
E alle parole di Ellen Burstyn si aggiunge un’altra riflessione, quella sulla distanza tra “essere” e “sembrare”. Una dicotomia che su un red carpet, luogo per eccellenza dell’immagine e dell’apparenza, assume un significato ancora più forte. Perché Burstyn, dopo oltre settant’anni di carriera, sembra ricordare proprio questo: si può attraversare un mondo costruito sull’immagine senza diventare una maschera. Ed è proprio qui che Pirandello incontra Venezia: tra tanti modi di apparire, ciò che resta davvero impresso è ancora il coraggio di essere.
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