Perché pretendiamo sempre che il finale sia la parte migliore? Nei film aspettiamo l’ultima scena, nei libri l’ultima pagina, negli spettacoli il momento in cui cala il sipario. È come se tutto ciò che viene prima dovesse necessariamente condurci a qualcosa di più grande, più bello, più memorabile.
Eppure la moda sembra non conoscere questa regola. Almeno non sul red carpet di Venezia 83. L’undicesima serata della Mostra non è quella del colpo di scena, né quella dell’abito capace di cancellare tutti gli altri visti nei giorni precedenti. E forse va bene così.
Perché dopo un’intera edizione trascorsa a osservare ogni dettaglio, cercando il vestito più bello, quello più discusso o semplicemente quello capace di fermare per qualche secondo lo sguardo, una cosa appare evidente: il momento destinato a restare non aspetta necessariamente il finale. Può arrivare alla prima sera, nascondersi nel mezzo della Mostra o comparire quando nessuno se lo aspetta.
Così l’ultimo red carpet non chiude Venezia 83 con il punto esclamativo che forse ci aspettavamo. Lo fa piuttosto con un punto fermo. E così, proprio quando potrebbe concedersi l’ultimo azzardo, torna sul sicuro. Lo fa affidandosi ancora una volta al nero, presenza quasi costante di questa edizione e protagonista anche dell’ultimo tappeto rosso. Nessun fuoco d’artificio finale, dunque, ma una chiusura in quell’eleganza più classica che sul Lido, alla fine, sembra vincere sempre.
Lo sa bene Greta Scarano, che dopo aver accompagnato la Mostra per tutta la sua durata torna sul red carpet per l’ultima volta in Armani Privé. Il velluto nero disegna una silhouette a sirena, mentre la profonda scollatura sul davanti è illuminata da cristalli tono su tono. Una scelta importante ma misurata, perfettamente in linea con la serata.
A spezzare un pochino il racconto èBarbara Ronchi. Anche lei sceglie Armani Privé, ma aggiunge un pizzico di colore al nero dell’abito con delle pietre verde acido che lo decorano.
Il nero torna anche con Francesca Michielin, protagonista musicale della cerimonia di chiusura, in un lungo monospalla con strascico. La linea è essenziale, quasi severa, mentre diamanti e smeraldi si prendono il compito di accendere il look. Ancora una volta nessun eccesso.
E non cambia registro neppure Nicolas Maupas, che saluta il Lido in total black. Giacca monopetto, niente cravatta e una costruzione pulita che lascia poco spazio all’effetto sorpresa. Anche il guardaroba maschile, insomma, sembra aderire alla stessa regola non scritta della serata: meglio andare sul sicuro che rischiare proprio sul finale.

C’è però chi decide di uscire un po’ dal copione. Valérie Donzelli, presidente della giuria Orizzonti, lascia da parte il nero e sceglie un abito midi in velluto bordeaux, accompagnato da un fiocco tra i capelli, borsetta a spalla e sandali con il tacco. Una scelta quasi rétro, lontana dalle grandi costruzioni da red carpet e forse proprio per questo riconoscibile.
Sul versante maschile Stéphane Brizé non sembra invece intenzionato a mettere in discussione le regole della serata. Abito nero e camicia in tinta, nessun contrasto. Una scelta essenziale per il regista francese, che lascia alla premiazione il vero elemento da ricordare: insieme a Coralie Amédéo e Olivier Gorce ha conquistato il premio per la migliore sceneggiatura con Un bon petit soldat.
Poi arriva Odessa Rae e, finalmente, qualcosa fa girare la testa. Letteralmente. In mezzo a linee pulite e colori rassicuranti, la produttrice di A Bit of Light porta sul tappeto rosso un abito dalla fantasia optical che sembra muoversi insieme a lei. Il motivo geometrico bianco e blu crea un effetto quasi ipnotico, completato da scarpe flat a rete. Forse non sarà il look più elegante della serata, ma è certamente uno di quelli che riescono a interromperne il ritmo.

E poi c’è Maggie Gyllenhaal, che per l’ultima apparizione da presidente della Giuria sceglie un look Prada. Lungo abito lineare e maniche azzurro cielo a sbuffo, ampie e ricamate, mentre al collo il maxi collier Serpenti di Bulgari si prende inevitabilmente una parte della scena.
Classico fino in fondo, invece, Riccardo Scamarcio. Smoking nero, camicia bianca e papillon: nessun tentativo di reinventare l’abbigliamento maschile da cerimonia. Ma questa volta il vestito passa inevitabilmente in secondo piano. L’attore lascia infatti Venezia 83 con il Premio Orizzonti per la migliore interpretazione maschile per I figli della scimmia di Tommaso Landucci. E allora, almeno per una sera, a brillare più dello smoking è ciò che Scamarcio porta via dal Lido.
La chiusura è soprattutto la serata di May el-Toukhy e Mathilde Arcel, regista e protagonista di Woman Unknown. Arrivano insieme, ma sembrano raccontare due idee completamente diverse di red carpet: la prima ancora in nero, con un look essenziale e sandali infradito, la seconda in un minidress chiaro costruito attraverso drappeggi e frange. Poche ore dopo saranno anche due dei nomi simbolo di Venezia 83: Woman Unknown conquista il Leone d’Oro e Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Ma c’è spazio anche per l’oro. Kaouther Ben Hania, componente della giuria del Concorso, sceglie un abito che cattura e restituisce la luce dei flash. Una presenza luminosa che rompe la palette dominante della serata, anche se la borsa in pelle trapuntata sembra appartenere a un altro look e finisce per togliere qualcosa all’insieme.
Infine Carole Bouquet dimostra che si può optare ancora per il nero senza necessariamente scegliere la semplicità. Il suo lungo abito si costruisce attraverso balze, piume e applicazioni, in un gioco di volumi decisamente più elaborato rispetto alle silhouette essenziali viste sul resto del tappeto rosso. Pochette rigida tra le mani, capelli raccolti e orecchini importanti completano il look.

Ed è così che l’ultima sera, allora, non riscrive ciò che abbiamo visto in tutta questa edizione e non prova nemmeno a superarlo. Semplicemente, chiude il cerchio. I riflettori di uno dei festival di cinema più importanti al livello internazionale si spengono, il red carpet si svuota e gli abiti lasciano spazio ai premi, quelli per cui, alla fine, tutto era cominciato. E’ il cinema a restare e le persone ad apprezzarlo.
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