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Leo Dell’Orco, una vita con Armani: “Ora è dura ma me la gioco, ho avuto un grande maestro”

Il dopo Armani, nelle mani di Leo Dell'Orco, compagno di vita e di lavoro e di sua nipote Silvana, rispettivamente alle collezioni uomo e donna. Ai microfoni del Corsera, il racconto di un "amore bello e tosto" e di quegli angoli mai esplorati della personalità e della vita dello "stilista della gente"

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Gli stessi occhi cristallini e la stessa sincerità nello sguardo. A poco più di 4 mesi e mezzo dalla scomparsa di Giorgio Armani, e alla vigilia della prima sfilata senza la sua supervisione, Leo Dell’Orco apre i confini della riservatezza tipica del Signore della moda italiana.

Il compagno di vita e professione di Armani, al suo fianco dal 1976 quando si incontrarono per la prima volta in quel di Milano, ha aperto le porte della discrezione sempre mantenuta sul rapporto privato. Sulle colonne del Corsera, ha permesso di comprendere un qualcosa in più del visionario, del creativo e della persona che era “lo stilista della gente“. Un’intervista fiume che se la leggesse direbbe “Non male, dai, Leo“, e dai cui traspare la professionalità, la passione per quel che faceva, tanto da dedicargli ogni suo giorno senza pause, fino a far diventare il lavoro un hobby.

Dal quel triste 4 settembre, giorno della sua scomparsa, Dell’Orco confessa di aver fatto fronte al dolore, alla mancanza per poi essersi abituato. “Sono tranquillo“, dice spiegando che in casa, al secondo piano, ha lasciato tutto com’era “e sto dalla mia parte, dalla sua non entro, non ho toccato nulla, non mi va“. Al terzo piano, invece, quello in comune, ci sono “i suoi gatti, i suoi pappagalli e il merlo“. Una serenità quasi dormiente, emersa nel momento del bisogno, come lo stesso Armani avrebbe voluto per i suoi cari. Una serenità che Dell’Orco così come Roberta, nipote dello stilista, stanno percorrendo in azienda.

Come un paradosso, quindi, la morte di Armani, una resa al tempo che ha sempre combattuto sia nel privato che nelle sue collezioni con l’intenzione di non passare mai. Il tempo, “la sua sfida, ma anche la sua grandezza. E anche per noi il tempo non è mai passato e lo vedevamo e lo trattavamo come fosse quell’uomo quarantenne che prendeva in mano il mondo“.

Un bene, perché si è rivelata essere la chiave per “accompagnarlo sino alla fine senza cambiare nulla nel suo rapporto con lui“. E così era anche in quella differenza d’età di circa 20 anni che li separava. Un ventennio che a Dell’Orco non è mai pesato: “Lui è sempre stato giovane, io l’ho conosciuto che aveva 40 anni e lì è rimasto“.

Mai una pausa nel loro rapporto, vissuto in simbiosi ma nel rispetto rigoroso e reciproco di spazi. “E’ stata una bella storia. Bella e tosta. Sin dall’inizio, anche come amico, con la gelosia di Sergio Galeotti”, il primo vero amore di Armani con il quale diede vita alla Giorgio Armani Spa nel 1975. “E’ stato difficile poi per le invidie che giravano intorno“, spiega Dell’Orco che racconta come dal loro incontro fortuito quando aveva 20 anni e il successivo invito a Pantelleria, ha iniziato come modello per poi entrare in azienda finendo per essere al fianco di Armani in ogni sfilata.

Una storia scandita da poche effusioni ma da “tante carezze“, di stima reciproca, molte discussioni sulle scelte stilistiche ma nessun rancore, testardaggine reciproca e un pizzico di gelosia da parte di Armani: “Mi chiamava ‘testone’ e mi sgridava quando non mi vestivo solo con il suo amato blu: ‘Perché fai lo sgarzolino?“.

La governance ora è passata alla Fondazione così come stabilito nel testamento. “Nessuno potrà replicare quello che ha fatto lui, nessuno diventerà o potrà diventare lui. Come ha detto lui siamo tutti dei piccoli Armani, ognuno con le responsabilità, Silvana la donna e io l’uomo: vediamo come andrà noi ce la mettiamo tutta“.

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