Psicoterapeuta, scrittrice, accademica, divulgatrice e giornalista, Maria Rita Parsi è una delle voci più autorevoli della cultura italiana contemporanea. Già unico membro del Comitato ONU dei Diritti dei Minori, Fondatrice e Presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus, la Professoressa ha dedicato la sua vita alla promozione della cultura dell’ascolto, dell’empatia e della tutela dei più fragili. Autrice di oltre 100 volumi tradotti in molte lingue, ha saputo intrecciare Psicologia, Pedagogia e Sociologia, dando voce a un pensiero che unisce la profondità analitica alla forza dell’impegno civile.
Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal 1986, nel suo operato e nella sua testimonianza pubblica, Parsi continua a denunciare i pericoli dell’indifferenza e della disumanizzazione, indicando nella bellezza e nella conoscenza gli strumenti per la rinascita personale e collettiva. Insignita del Premio Nazionale Paolo Borsellino nel 2009 e del Premio Eccellenza Donna nel 2021, i progetti futuri della professionista e della persona, tra i quali nuove pubblicazioni e iniziative educative, proseguono la sua missione: costruire un mondo in cui la crescita psicologica e quella spirituale convivano e dove l’empatia diventi l’unico antidoto alla distruttività.
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La generosità e l’attenzione verso coloro che la società definisce fragili è una delle tante cifre che distinguono lo stare in società della Professoressa Maria Rita Parsi. Ricordo il nostro incontro al Premio Eleonora Lavore 2025, in particolare un gesto che ha colpito l’immaginario collettivo: una eccellenza internazionale come Lei ha chiesto di applaudire l’artista MagoS. Un gesto che dice tanto sulla generosità e sull’attenzione che riserva all’altro. Quanto è centrale per Lei il tema dell’altro e in che modo si lega alla Sua esperienza di vita?
L’altro, il fragile, offre un’enorme ricchezza e ritengo che non sia intelligente il rifiuto di andare a scuola dagli altri. Anche perché l’empatia è una risorsa straordinaria che ci permette di rigenerarci. Il punto centrale è questo: io penso che la diversabilità sia un vero e proprio patrimonio che coloro che si considerano ‘normalmente abili’ dovrebbero imparare a utilizzare come ulteriore sostegno e completamento delle proprie capacità. Ho avuto innumerevoli esperienze con persone chiamate ‘diversamente abili’ ed ho notato come la difficoltà in un ambito specifico fosse compensata da altre capacità. Quell’assenza, in pratica, non faceva che sottolineare il positivo: quel vuoto, da una parte, riempiva invece altri aspetti, rendendoli più sensibili. Quella che viene definita ‘diversabilità’ è qualcosa che coloro che si considerano ‘normali’ dovrebbero acquisire come patrimonio ulteriore. Ti pone di fronte a difficoltà, a cambiamenti, spingendoti a trovare soluzioni alternativo-creative e a sviluppare una capacità di sentire che di solito non possediamo nella media statistica. È un altro modo di vedere il mondo, una serie di stimoli, comportamenti e atteggiamenti che portano a soluzioni, ipotesi e progetti diversi.

Potrebbe rinnovare un vecchio ricordo che L’ha avvicinata e legata a queste tematiche così importanti per la convivenza civile e il rispetto che si deve a tutti coloro ingiustamente considerati altro da noi?
Vi porto un esempio personale. Quando ero giovanissima e facevo la supplente, ho iniziato a insegnare a Fregene e Maccarese, due località prossime a Roma. C’era un istituto parificato, una sorta di istituzione dove c’erano ragazzini poliomielitici, con bambini e gente sulla sedia a rotelle, e poi c’erano parecchi ragazzi Down. Quell’esperienza è stata la più bella della mia vita. Mi sono divertita un mondo. I ragazzi Down erano affettuosissimi; appena arrivavo, venivano in gruppo ad abbracciarmi. Ho lavorato molto bene anche nelle periferie, dove all’inizio c’era una scarsa attenzione verso i ripetenti. Quando però andavi a lavorare con gli strumenti giusti, il rapporto cambiava completamente: dovevi capire qual era stata la storia personale e familiare che li aveva portati a quel punto, e qual era anche la genetica. Per me, aver vissuto tutto ciò è stato bellissimo. Mi ha dato e mi ha fatto capire moltissime cose, mi ha sensibilizzato su certi aspetti fondamentali come l’accoglienza, l’affetto e la comunicazione, componenti che altrimenti non avrei acquisito.
Osservando il Suo lavoro, si nota come Lei abbia creato una sinergia tra la Psicologia e la Sociologia, due scienze che continua a fondere con grande maestria…
Ma è tutto collegato, amico mio, assolutamente tutto. La Psicologia contiene ogni cosa: è la scienza della comunicazione e del comportamento e in sé ha tutte le forme e tutti i linguaggi necessari per l’integrazione sociale e la comprensione. Contiene l’arte, contiene la pittura, e contiene soprattutto la spiegazione di come reagiamo di fronte all’angoscia di morte, che è la madre di tutte le angosce umane. La Psicologia spiega questo dilemma fondamentale: l’essere umano, di fronte alla mortalità, cerca l’immortalità in vari modi. O fai figli, che garantiscono la prosecuzione biologica; o crei bellezza, arte, idee, che continuano nel tempo. Se non persegui nessuna di queste vie, l’alternativa è la rabbia. Questa brutalità è la vendetta contro l’impotenza: si trasforma nel potere di dare la morte, che diventa il potere assoluto. La morte individuale è inevitabile, ti batte sempre, ma se ti ergi ad essere ‘il signore della morte’, fai alleanza con la distruttività. Ho lavorato molto su questo meccanismo: ho scritto il Manifesto contro il potere distruttivo e Contro il potere distruttivo di ogni guerra. Ma non dimentichiamo che le battaglie fondamentali sono anche le più piccole, quelle che si combattono ogni giorno nel quotidiano. Tra i familiari è come le nazioni in conflitto…

Effettivamente, Lei è riuscita a creare una sintesi perfetta, cogliendo il problema della società attraverso la Sociologia e quello del singolo con la Psicologia. Come ha saputo armonizzare queste due facce della conoscenza, dimostrando un’abilità che La colloca tra i massimi esperti del settore?
Grazie, ma non mi considero tra i più grandi. I miei maestri, loro sì che sono stati grandi, e li ringrazio. Mi hanno insegnato che i veri maestri sono quelli che continuano ad andare a scuola, che permettono agli allievi di superarli e, idealmente, sono disposti ad andare a scuola dai loro stessi allievi. In ogni caso, la Psicologia la troviamo nei conflitti familiari, che non sono diversi tra quelli delle nazioni. È lo stesso gioco. Ci sono le alleanze, le invidie, i contrasti: “Questo spazio è mio e tu non devi avvicinartici” e così via. Quello che avviene nella famiglia, la prima agenzia di socializzazione, quello che succede a scuola, seconda agenzia educativa, si riflette in tutto ciò che il sociale eredita. Se abbiamo strumenti per decriptare la realtà, ci accorgiamo di quanto le vecchie dispute non abbiano fatto imparare nulla all’umanità. Nel 2025 ci sono ancora 58 guerre nel mondo. Da Hiroshima e Nagasaki hanno imparato solo che chi ha le bombe più forti ha più potenza? Il nostro motto negli anni Ottanta, partendo dal ’68, era Peace and Love. Ce ne dicevano di ogni. In questo contesto, poi, si inserisce la condizione femminile: il femminismo dovrebbe essere sostenuto da un movimento di liberazione degli uomini, ai quali va spiegato che se le donne stanno meglio, stanno meglio anche loro. Sono innumerevoli le madri negate, burqate, tradite, che fanno dei figli bracci armati per la loro vendetta, soprattutto castrando i maschi. Ricordiamo alcune figure geniali che si sono occupate degli stati mentali e dei processi emotivi, cognitivi, sociali e comportamentali nelle loro componenti consce e inconsce. Penso a Melanie Klein e ad Alice Miller; penso a Sigmund Freud, che ha decriptato l’inconscio e il funzionamento dei sogni. Per poi arrivare a quello che dico io, e attenzione, senza paragonarmi a questi geni, affermo che: ogni componente del sogno è una componente del sognatore. Come diceva il mio grande supervisore, il Professor Di Giulio: se ti sogni di essere perseguitato e accoltellato, è una parte di te che vuole far fuori l’altra. I sogni riportano a galla dei ricordi, ma lo fanno con sfumature e aspetti della vita che a livello conscio non avevi registrato. E poi tutta la simbologia che ha scoperto Carl Gustav Jung, reinterpretandola nel libro L’uomo e i suoi simboli. E ancora Invidia e Gratitudine di cui parla Melanie Klein. In definitiva, io sarei molto contenta se la gente scegliesse di armare i cervelli e disarmare gli eserciti.
Sarei molto contenta se la gente scegliesse di armare i cervelli e disarmare gli eserciti.
Maria Rita Parsi
Ma cosa comporta il fatto che nei contesti di guerra, dove la morte è vicina, un fanciullo vede il proprio fratello, cugino o amico perdere la vita? O meglio, quali cicatrici psicologiche si portano dietro bambine e bambini che vivono eventi così traumatici?
Il più grande dolore che gli adulti possono infliggere ai bambini è fargli perdere la fiducia negli adulti stessi. Vedere una creatura che ti muore accanto distrugge la speranza di essere difesi e accompagnati nella crescita. Tant’è vero che questi bambini, poi, sono costretti a fare da soli. Entrano in un processo narcisistico che può sfociare o nella scoperta dell’arte e della bellezza, o può portarli a diventare distruttivi come chi li ha distrutti, a non sentire più niente per nessuno, a non avere riferimenti. Questo perché i riferimenti sono percepiti come deludenti. Quindi, la cattiveria più atroce è quella di deludere i bambini, che contano moltissimo sugli adulti. Nonostante gli adulti possano fare errori, i bambini hanno una grande flessibilità. Nel manifesto del Movimento Bambino, io spiego che i bambini sono poeti. Agiscono. Parto dalla parola greca poiētēs, che è proprio “colui che fa”, e spiego che i bambini sono capaci di una flessibilità enorme: soffrono, godono, analizzano, imitano, ma il loro non è il contesto giudicante. Infatti, attorno hanno degli adulti che gli mettono i voti, li promuovono o li bocciano. Basta romperci i cabbasisi, come direbbe Camilleri, con questa storia delle valutazioni! I ragazzini devono stare a scuola dalla mattina alla sera. Le scuole devono essere aperte d’estate, d’inverno, di domenica; devono essere centri culturali polivalenti. Loro ci devono andare con la gioia di dire: “Vado a casa mia, mi metto lì con gli amichetti, gioco oppure studio, c’è la biblioteca, c’è la mensa, c’è l’équipe antropo-psicosocio-pedagogica che mi ascolta, ci sono le palestre, il polo museale”. Per me, la bellezza è curativa e ringrazio Dio di potermela permettere.
Da una parte la bellezza e dall’altra tutte le infamie che impediscono una crescita sana. Da una parte il meraviglioso e dall’altra tutto ciò che deteriora l’essere umano. Penso a tutti quei bambini che non riescono a vivere una vita degna di essere vissuta. Che ne pensa Lei di questo punto di confine che apre a due strade così distanti quali il bene ed il male?
Pensiamo a quelle creature che crescono nei quartieri malfamati: come potrebbero tirar fuori la capacità del fare, la poesia, se tutto lì annega nel male? Alcuni reagiscono, ma altri si perdono crescendo nella miseria. Un esempio che mi viene in mente sono le banlieues. Io amo moltissimo Parigi. Mia nonna materna era cresciuta a Marsiglia e ci diceva sempre: “Comment ça va? Ça va bien, mon petit ?”. C’era questo suono che mi piaceva tanto. Da ragazza, mentre stavo scrivendo Animazione in Borgata, andavo nella capitale francese. Prendevo il treno da Roma a metà del pomeriggio e la mattina dopo stavo alla Gare de Lyon. A Parigi avevo un alberghetto a Place du Châtelet abbastanza frequentato! Non sapevo fosse un luogo di ritrovo per prostitute; era un piccolo hotel a ore, si pagava due lire. Io arrivavo e mi mettevo nel bar, al Café de Paris, a scrivere, a correggere. Era bellissimo. Poi andavo a Rue Saint-Martin, al Quartiere Latino, era bellissimo. Sulla Senna c’era il delizioso Marché aux Puces. Quando andai per la prima volta, chiesi al tassista di portarmi in un certo arrondissement. Lui mi disse che non potevo andarci perché non ci andava nemmeno la polizia: era una banlieue. Nonostante ciò, ricordo che, ai tempi, in Francia si coltivava l’abitudine a guardare le cose, a riflettere. Proprio per questo consiglio a tutti Romain Gary, un autore che amo. Uno dei suoi libri più belli è La Vita davanti a Sé, che presentò sotto un altro nome perché i critici lo attaccavano. Era la storia vera di una vecchia prostituta ebrea che era diventata la babysitter dei bambini delle prostitute francesi e delle colonie. Occorre leggere Gary, uno scrittore assolutamente moderno, che denuncia con una forma di scrittura sublime. Quando ha vinto i concours, sono stata felicissima perché, in quel modo, aveva svergognato quelle cricche di critici.
A proposito dei critici, immagino che Lei sia vaccinata al loro sentirsi così definitivi e determinanti nei giudizi. Lei si sente di essere, in qualche misura, la critica dei giganti che L’hanno formata e dei colleghi attuali?
Quando Lei mi dice che sono grande, io dico che conosco colleghe molto brave. Adesso che dirigo delle collane, faccio pubblicare i colleghi, ma persone veramente brave. Ricordo Franco Ferrarotti, Giovanni Bollea, Domenico De Masi, Francesca Morino Abbele, mio mentore, Emiliana Mazzonis, Cesare Musatti e Michele Festa. Michele Festa è un maestro, ha portato tutte le esperienze della reintegrazione primaria, cioè tutto quello che si faceva con la respirazione. Io ho saputo di come ero nata, grazie alle reazioni terribili che ho avuto, che ero venuta al mondo di 8 mesi col forcipe, parto asciutto, madre primipara, 40 gradi all’ombra, una cosa atroce. Non sapevo niente, nessuno me l’aveva mai raccontato. Quando ho fatto con Ronald Laing la respirazione, la reintegrazione primaria, ho cominciato ad urlare, piangendo. Avere avuto dei maestri e delle maestre è stato meraviglioso. Io tutto quello che avevo l’ho investito in questo, oltre che nei mercatini, oltre che raccogliendo quello che di antico era rimasto della mia famiglia. Cioè, io mi auguro che i ragazzi possano avvicinarsi alla bellezza, alla lettura, alla pittura, all’arte, al teatro, alla poesia, alla musica, alla fotografia, al cinema, allo studio delle religioni. Cosa possiamo offrire di più bello ai giovani? È l’unica consolazione. La cultura in tutte le sue sfaccettature. I greci dicevano: “La cultura è tutto, la cultura è per sempre”. E poi un’altra cosa bellissima: “Il segreto della felicità è la libertà. Il segreto della libertà è il coraggio”. Noi questo gli dobbiamo dare ai ragazzi, ai quali io voglio proprio bene!

Animazione in Borgata e Psicologia del fanciullo sono realtà che convivono nel Suo volume. Può dirci in che modo nelle periferie le emozioni e la cultura possono diventare strumenti di riscatto e di crescita?
Purtroppo, spesso nelle periferie si viene educati a un ventaglio di emozioni ristretto: o emozioni molto forti, oppure sentimenti di trascuratezza e incuria. Si oscilla tra l’incuria totale e un’iper-attenzione focalizzata solo su provocazioni o su poche cose, magari necessarie ma isolate. L’educazione vera, invece, consiste nell’educare al sentire e al tracciare. Per quanto riguarda le periferie, io me le ricordo bene. O perché ci ho insegnato, o grazie all’esperienza del Collettivo G, che stava per Gramsci, fondato negli anni ’73-’74. Era la prima, insieme ad altre tre, cioè Giocosfera, Ruota Libera e Spazio Zero. Eravamo le prime quattro cooperative di servizio e produzione culturale ad averle inventate. Abbiamo utilizzato tutti i linguaggi per la comunicazione e l’integrazione sociale e assicuro che noi abbiamo veramente cambiato le cose in quelle realtà. Oggi, spero che i giovani ce la facciano, anche se con il virtuale è diventato più difficile.
Qual è stato l’elemento che vi ha permesso di cambiare le cose?
Il cambiamento è avvenuto perché era indispensabile. Per le donne, il fatto che la situazione non potesse più durare così era diventato troppo insopportabile. Il solo fatto di andare a scuola è diventato un modo per reagire. Di conseguenza, sono cambiati gli uomini, sono cambiate le madri e, di riflesso, sono cambiate la paternità e la struttura della famiglia. Abbiamo innescato una serie di cambiamenti perché erano ormai necessari. Parliamoci chiaro, il concetto di famiglia è evoluto. Oggi abbiamo moltissime famiglie allargate, famiglie arcobaleno, affidatarie, adottive, monoparentali, interetniche. Prima la tematica era rigida: se era famiglia, era solo quella. Quel meccanismo che teneva in piedi la famiglia, per cui sì, qualche volta ci si separava, ma si rimaneva quasi sempre sposati, oggi è messo in discussione. Separazione e divorzio sembrano aver ‘curato’ la situazione solo adesso, ma in realtà il disagio era lo stesso anche prima. C’era di tutto: le bugie, le situazioni nascoste! Quindi, anche la menzogna secondo cui le famiglie di una volta erano migliori di oggi crolla. Poi il pettegolezzo: utilizzare strumenti meravigliosi che sono frutto anche di conquiste scientifiche per andare a spiare chi ha rapporti intimi. Pensiamo a quello che diceva Albert Einstein: “Due cose sono infinite: l’Universo e la stupidità umana, ma riguardo l’Universo ho ancora dei dubbi”. Noi avremmo tutte le possibilità di stare meravigliosamente bene, di divertirci. Invece no. E questo si vede anche adesso: prevale l’idea distorta che “Se vai dallo psicologo hai problemi”. Io ribalto il concetto. Chi va dallo psicologo, in genere, ha molti meno problemi di chi sta a casa e magari dice: “Io non ho problemi!”. Beato lui, ma queste sono stupidaggini. C’è una vera e propria diseducazione al pensare. Noi, al contrario, dobbiamo educare al pensare, al decriptare, al comprendere e all’analizzare, non al giudicare.

Ha citato lo stigma che ancora resiste in Italia nei confronti della Psicoterapia. Ma questo discredito è ancora così radicato nella nostra cultura?
Perché la gente giudica. C’è la convinzione che, andando dallo psicologo, le altre persone pensino che il paziente sia ‘matto’. C’è la paura delle proprie difficoltà, dei propri dubbi, e poi c’è tutta l’angosciante tematica del peccato. È una situazione penosa, dettata dal fatto che non si ha il coraggio della propria esistenza, che ovviamente ha dei momenti giusti e dei momenti sballati, come tutti. Non si prendono gli strumenti perché si teme che questo significherebbe ammettere di non essere perfetti. Io vorrei dire a questi signori che la perfezione è una grave forma di perversione. Qui nessuno è perfetto! Ci sono delle leggi alle quali bisogna attenersi. Ma un conto è un insieme di norme nate dal bisogno di avere una legalità, per cui si deve agire in un certo modo. Ma attenzione: l’illegalità non è soltanto non rispettare una regoletta o una legge. L’illegalità è proprio l’incapacità di acquisire strumenti che permettano di interpretare la realtà e, quindi, di essere corretto con sé stessi e con gli altri. La prima scorrettezza e il primo tradimento, la persona scorretta, il traditore, lo fa verso di sé.
Professoressa Parsi, Lei ha spesso richiamato l’incipit di Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”. A proposito del rapporto tra uomini e donne e dell’evoluzione delle famiglie, quale lettura psicologica e sociale si nasconde dietro fenomeni attuali di aggressione e svilimento, come la pubblicazione sui social network o su siti web specifici di foto di donne inconsapevoli da parte di padri, fratelli o sconosciuti? Che cosa c’è dietro a tutto ciò?
Una sensazione di grande impotenza, nel senso che non c’è più un’eccitazione normale, quella che va verso l’amore, il desiderio, il piacere e la competenza nel godere e nel far godere. Ci si deve eccitare con la pornografia perché questa veicola tre concetti distorti. La donna è un oggetto; la donna è sempre colpevole perché “la colpa è sempre di Eva”, l’aver messo al mondo, la morte è finita con lei, la vita è finita con la morte; e terzo, il sesso è vissuto come una trasgressione, un peccato. La si vive come una trasgressione, quindi la si deve nascondere. Poi, però, per far vedere che si è forti e virili, la si fa vedere. È qualcosa di sporco ma attraente. C’è tutta un’ambivalenza intorno a questo. Insomma, l’eccitazione nasce proprio dal fatto che non si può fare o che, se lo si fa in un certo modo, si viene giudicati. Quindi, alla fine, per rompere questo cordone, si fa il peggio, si agisce sotterraneamente, come nel caso del sito. E poi perché effettivamente non c’è un’educazione alla sessualità. La sessualità integra sentimenti, emozioni. Non c’è niente di tutto questo, quindi veicoliamo ancora una non-educazione alla sessualità legata ai sentimenti, alle emozioni, al piacere. Per giunta, c’è grande inesperienza, perché in realtà superficialmente si imitano modelli di pornografia e pedopornografia, e non si vive la sessualità come crescita personale. Questo accade o perché si è subito un abuso, o perché si è avuta un’informazione sbagliata rispetto alla sessualità, o perché si ha molta rabbia, per cui della propria impotenza si fa una potenza, quella di svergognare, di fare una sorta di vendetta con l’alibi che è ‘una ragazzata’.

Da quanto ha detto, sembra esserci un problema culturale profondo: l’uomo di oggi si sta spaventando del nuovo potere che le donne stanno giustamente acquisendo. Si parla spesso di una crisi di identità maschile, di uomini che si sentono spodestati dal ruolo che hanno detenuto per secoli…
In un articolo che ho scritto per Il Giorno, ho affermato che si tratta di un problema di incompetenza e di una profonda sensazione di impotenza. Il tuo potere viene deviato nel mostrare l’altro, nell’utilizzarlo. È un potere narcisistico, dove il piacere è sostituito dal controllo e dall’esibizione. Non è qualcosa di affettivo, amoroso, su cui puoi contare. No, è qualcosa di staccato, che usa i corpi delle donne come giocattoli, esibendoli ad altri maschi. Questo meccanismo rimanda a una sottile impotenza e a un confronto tra maschi. È un fenomeno quasi cripto-gay; se solo facessero coming out, Dio li benedica! Questi individui, inoltre, ignorano la ricerca di Andrea Ganna, che ha intervistato 476mila persone sulle identità sessuali e di genere. Questa ricerca ha dimostrato che esistono migliaia di variazioni del ‘gene gay’, che non si può parlare semplicemente di ‘non eterosessualità’ e che la sessualità è il frutto di un mix complesso di fattori: genetici, educativi, ambientali, culturali, sociali, spirituali e traumatici. Alla fine, ognuno è ognuno. Se, invece di nascondersi e sfruttare l’altro, si iniziasse a conoscere sé stessi, a capire perché certe cose eccitano e altre no e ad analizzare i traumi, si farebbero passi avanti. Ho avuto pazienti che, da ragazzine, hanno subito problemi di pedofilia in famiglia e che da adulte, nei giochi sessuali, hanno riproposto il tema dell’essere vittima del pedofilo. Perché questo? Perché lo schifo provato, il male e la sofferenza subiti, permettono loro di renderlo erotico. Questo succede spesso e volentieri.
Nel 2000 ha pubblicato S.O.S. Pedofilia. Similmente al trauma di guerra, l’abuso distrugge la fiducia negli adulti. Che cosa scatta nella mente di un fanciullo abusato e quali conseguenze psicologiche e relazionali si porta dietro nel tempo?
Gli abusi lasciano degli strascichi gravissimi che si manifestano in vari modi. L’individuo, per gestire il trauma, può accedere alla sessualità solo attraverso certi riti, oppure può escluderla completamente, rifiutandola. Ad esempio, una violenza subita dal padre può portare a cercare relazioni solo con donne, diventando lesbica o cripto-lesbica come forma di rifiuto della violenza maschile. Al contrario, si può reagire diventando promiscui o, nel caso di un uomo castrato dalla figura materna, si può rifuggire il contatto con le donne, sentendole come una ‘vagina castrante’, temendo di essere castrati in quel rapporto. Ho avuto un paziente, per esempio, costretto per anni dal fratello, che poi si è ammalato ed è morto, a guardare film pornografici. Prima di riuscire ad approcciare una donna, una prostituta, aveva 40 anni e aveva dovuto fare diversi anni di lavoro terapeutico con me. Tutta la sua auto-diagnosi era: “Sono gay”. Invece non lo era affatto. Il fatto di vedere quei contenuti e tutto il rapporto di costrizione con il fratello, era diventata una forma indiretta di abuso sessuale a cui lui reagiva dicendo di essere omosessuale. Nessun rapporto con nessuno fino a 45 anni. Il punto è che gli elementi traumatici si trasformano in comportamenti che portano a vivere e apprezzare il sesso in un modo o nell’altro. Quindi, ognuno di noi ha un’educazione alla sessualità che, se non è quella ricevuta a scuola o a livello sociale e culturale, diventa un ‘fai da te’. E se ti va bene, ti va bene; se ti va male, che Dio ce ne scampi! Prima c’erano le case chiuse. Lì l’uomo entrava e c’era chi lo intratteneva, in un contesto dove si andava a scuola da quelle poveracce. Tutto questo, invece di essere emotivo, si deforma. Tra l’altro, il coito orale, per i maschi, è la forma di allattamento alla donna. Il maschile di fronte al potere femminile di dare vita a nuovi esseri è un po’ sofferente: c’è una vera e propria invidia del grembo. Il seme dell’uomo è fondamentale, ma se non ci fosse stato il laboratorio dei nove, otto o sette mesi, ce lo saremmo sognati di venire al mondo. Poi c’è la simbiosi con la madre: la mamma passa tutto. Se è infelice, lo trasmette. Si nasce e si muore. Chi alla fine viene educato ad affrontare la vita ce la fa ad accettare il passaggio, ma chi no? Lo esorcizza in vari modi. Uno di questi è il pedopornografico. È una maniera di distrarsi, come il bere.
Il seme dell’uomo è fondamentale, ma se non ci fosse stato il laboratorio dei nove, otto o sette mesi, ce lo saremmo sognati di venire al mondo.
Maria Rita Parsi
C’è un pudore ancora nel parlare di sessualità?
Sì, ma è un pudore idiota: un pudore da incompetenza!

Professoressa, una volta le agenzie della socializzazione primaria erano considerate la famiglia, la scuola e la religione. Poi anche la televisione fu considerata tale. Lei, in particolare, si è occupata del ruolo centrale occupato dai social network. Sui social vediamo una pressione costante sull’estetica, che porta uomini e donne, anche over 50, a mostrarsi in modo innaturale, spesso scolpiti, in contrasto con i normali processi di invecchiamento. Per citare il XXIV canto dell’Inferno della Divina Commedia, “Potavam sù montar di chiappa in chiappa”. Questo desiderio ossessivo di perfezione fisica ci riporta, in qualche modo, al concetto di eugenetica e di spersonalizzazione che era alla base della dottrina nazista. Secondo Lei, nel 2025, possiamo ancora parlare di eugenetica? E in che modo un fanciullo in via di formazione introietta e subisce questa pressione costante, sapendo che i social sono alla portata di tutti?
Assolutamente sì, ne possiamo parlare ancora. Questo fenomeno eugenetico è perfettamente alla portata, soprattutto dei nativi digitali, perché viene mediato dal virtuale. In sostanza, è come se fornissimo loro un codice confusivo che viene sbattuto addosso momento per momento, senza che abbiano difese adeguate. Si tratta di modelli che vengono veicolati senza alcun foglietto illustrativo, come per le medicine. Dato che è un’assunzione di modelli, ci dovrebbe essere anche la controindicazione. Quindi, l’indicazione va bene, per carità, la si assume, ma bisogna anche sapere che può produrre delle controindicazioni. Secondo me, inciderà secondo la prospettiva che ho dato nel libro Manifesto contro il potere distruttivo e poi in Contro il potere distruttivo di ogni guerra: “Io morirò, ma il mio avatar non morirà mai. Sono io il creatore”. Gli uomini hanno inventato l’altro mondo e sono loro stessi i creatori del loro avatar. Niente male, no? A che cosa aspiravano? A fare il Padre Eterno.
Se le storiche agenzie della socializzazione primaria erano volte a creare empatia e al saper stare nella società, cosa producono i social network?
Anzitutto, i social mostrano che certe cose accadono. Poi, e questo è un fattore importantissimo, producono emulazione: diventano dei veri e propri modelli di comportamento. Da una parte, con un uso virtuoso del virtuale, puoi informarti, prevenire, fare ricerca. Dall’altra, però, puoi acquisire modelli di comportamento che vengono veicolati costantemente, come nel caso delle baby gang e delle aggressioni, per citare i fenomeni peggiori. Questi comportamenti vengono normalizzati dall’idea che “Tanto si fa, tanto lo fanno…”. Il problema principale è che non c’è il filtro.

Quindi, l’empatia generata dal virtuale è da considerarsi fragile?
Secondo me, si può guardare empaticamente, dicendo: “Oh, ho visto cosa gli succede…”. Ma ci si può anche abituare a non essere affatto empatici a forza di vedere costantemente le stesse cose o le cose fatte in un certo modo. L’empatia sui social, in realtà, è spesso diversa. È vero che i social offrono l’occasione di un discorso, di un dialogo, e di sentirsi ascoltati. Ma questo creare empatia è spesso un modo per cercare consenso.
I social producono ulteriori fragilità alla nostra società?
Anche, sì. Tutto ciò che non è educato nel suo uso produce inevitabilmente una situazione di fragilità. Questo perché si è costretti a sperimentare costantemente cosa fare e cosa non fare. Attenzione: è una fragilità che deriva dalla mancanza di formazione, e la formazione è fondamentale!
Per cui, in questo modo l’autostima si crea o si nega?
L’autostima, in questo contesto, la si può anche costruire dicendo: “Io sono capace di avere tanti follower”. Però, è un’autostima legata a un consenso occasionale e continuo che può mutarsi rapidamente in dissenso. Certo, fa piacere se le cose che dici generano risposte e partecipazione. Ma è anche vero che, se tutto questo è costruito cavalcando rabbie, dolori e frustrazioni, l’attenzione che gli altri ti danno deriva dal fatto che tu dici cose pesantissime che loro vorrebbero dire o che sono ingiuste da dire, ma che vengono dette. Al contempo, però, non c’è una mediazione su ciò che puoi o non puoi dire. Non c’è la legge del padre, non c’è la regola. Deve essere un uso regolato, perché questa è una dipendenza. Un bicchiere di vino è ben diverso dallo scolarsi fiaschi a pranzo e a cena.

Prima ha parlato di emulazione. Lei nel Suo percorso si è occupata anche di criminalità. Come si spiega l’ossessiva attrazione del pubblico verso prodotti audiovisivi e programmi che parlano di cronaca nera? I media, attraverso la continua riproposizione di notizie violente, rischiano di creare nuove forme di imitazione?
Sicuramente, i media slatentizzano situazioni in persone che sono già piene di problemi, e a cui manca solo la goccia, l’indicazione del che fare, prima di traboccare. Inoltre, il fenomeno si ripete. C’è quello che io ho chiamato effetto scia: dopo un delitto, a distanza di una settimana ce n’è uno analogo. È come se la sottolineatura e la caratteristica di un certo crimine suscitassero e slatentizzassero altre situazioni dello stesso genere. Notatelo, perché l’effetto scia funziona così: uno uccide all’improvviso per strada, gli viene in mente di dare una coltellata, e decide di essere ‘il signore della morte’. Una settimana dopo ne capita uno analogo. Questo significa che, in molti casi, non in tutti, vengono slatentizzate queste inclinazioni. L’amore per il giallo o per il noir, infatti, è l’interesse per la parte nascosta, nemica, cruenta o investigativa di noi stessi. Quindi, è una parte che nel giallo noi assumiamo anche per comprendere la dinamica di un delitto. Per cui, si affidano a quei prodotti i gesti della parte del proprio nemico interno che, per educazione e cultura, non si farebbero mai.
Invece, i cosiddetti amori tossici che sfociano nei femminicidi, di cui sono piene le cronache, affondano le loro radici in qualcosa che l’individuo si porta dietro sin dall’infanzia?
Sicuramente sì. Le persone che hanno comportamenti di questo genere sono individui assolutamente immaturi, patologicamente orientati a ripetere atteggiamenti di dipendenza. Il meccanismo è il seguente: “Tu mi lasci e io ti faccio pagare quest’angoscia di essere abbandonato che mi porto dietro da chissà quale abbandono precedente”. In pratica, molte donne pagano i conti non per quello che hanno fatto loro, ma per ciò che è stato fatto a quegli uomini. Un uomo dovrebbe poter accettare che una relazione finisca: ci si separa, come può fare anche una donna, pur con dolore. Ma quando la dinamica diventa così estrema, non è normale. In ogni caso, tutte le patologie di questo tipo nascono lì. Certo, può esserci anche un orientamento genetico, ma il periodo dal grembo alla nascita, ai primi mesi e ai primi anni di vita, fino agli 11 anni, è decisivo. Sono veramente imprinting ferocissimi.
A proposito di resoconto di delitti, Lei aveva scritto Calabrò. Cronista di nera, di cui recentemente ne ha parlato insieme al comunicatore Filippo Gigante nel podcast CONNESSIONI – 10 minuti con… di Armando Curcio Editore. Lei si è sempre dedicata al pubblico con diversi mezzi: in radio; in TV, come ideatrice e conduttrice di programmi; tramite i Suoi scritti. Ripensando al Suo lavoro, come si sente a sapere che oggi i Suoi contributi passati sono fruiti da utenti giovani e digitali?
Sì, esatto. Ho pubblicato a puntate su Il Resto del Carlino per anni la storia di Calabrò, un cronista di nera. Lui non è un magistrato, un investigatore o un commissario. Calabrò è uno che, di fronte al delitto, va ad approfondire e a capirne le radici. Il mio intento è proprio quello di fargli fare il terapeuta. Parte tutto dal delitto di Margherita Lessure, che inizialmente sembra un delitto d’onore. Finisce invece per svelare un caso politico gravissimo che coinvolge i migranti e lo smaltimento di rifiuti tossici in mare. È un caso che parte dal nucleo familiare e finisce nella politica: è proprio il gioco che va da famiglia a nazione, passando per il sociale. Questo tipo di lavoro crea un modello di intervento. Io spero che i giovani prendano questo modello e capiscano come si fa. Mi permetto di dire che è un servizio, è un fattore educazionale. Mi fa molto piacere che i ragazzi si interessino ai miei lavori, anche perché io con loro vado tanto d’accordo: sono una vecchia adolescente!
Mi permetta di togliere il ‘vecchia’!
(sorridendo, n.d.r.) Grazie!

Dato il Suo costante impegno sui media, inclusi i social, Lei cita spesso opere come Il Piccolo Principe. Partendo da questa Sua passione, Le chiedo: qual è il valore psicologico delle fiabe e delle favole in generale, e che cosa rappresenta per Lei, in particolare, l’opera di Antoine de Saint-Exupéry?
Noi siamo fatti di fiabe. Le fiabe sono il catalogo dei nostri destini, ci raccontano e ci rappresentano tutti. Rappresentano l’inconscio collettivo, dove proiettiamo una nostra esperienza personale: ora siamo Cenerentola, ora Biancaneve, ora il Piccolo Principe, la rana, la volpe e il gatto. Noi siamo fiabe. Decriptare le fiabe, sceglierle e utilizzarle è di fondamentale importanza. Io credo che l’universo sia fiabico e sia tutto un racconto: dai testi spirituali e religiosi, alle storie di vita, allo storytelling delle persone. L’amore che i bambini hanno per i racconti dei nonni è significativo. I bambini chiedono: “Tu com’eri?”. Questo perché vogliono sapere le esperienze fatte partendo da quando si era piccoli. C’è tutto un aspetto di costruzione fiabica che ti dà una coperta calda, un tessuto, un contenitore per la tua vita. Qui c’è l’esperienza che viene dagli altri, la tua esperienza personale che si collega alla storia generale, e c’è la tua storia personale, la tua storia familiare, la storia dell’ambiente in cui vivi, la storia del Paese, la storia del rapporto con gli altri popoli. È tutto un viaggio in questa esperienza. Io credo che facciamo storia, noi siamo la storia. La nostra storia è la storia di tutti, la storia collettiva. Il Piccolo Principe è un capolavoro assoluto, Saint-Exupéry non è paragonabile a nessuno. Mi riferisco all’idea di questa esplorazione del piccolo protagonista che poi, con il morso del serpente, se ne torna su, tra Cielo e Terra, dove c’è vita e morte, e dove soprattutto ci sono dei dialoghi che per me sono stati risolutivi. Nello specifico, ce n’è uno che mi ha dato il senso profondo del rapporto tra le persone. Il Piccolo Principe incontra la Volpe e le dice: “Vieni a giocare con me!”. Lei ribatte: “No, mi dispiace, prima mi devi addomesticare”. Lui chiede: “Ma che vuol dire addomesticare?”. Lei replica: “Dobbiamo incontrarci, conoscerci, dobbiamo darci un appuntamento a quell’ora, in quel luogo, parlarci, così ci conosciamo. Io sarò per te la Volpe, e tu sarai per me il Piccolo Principe”. La Volpe, infine, gli dice che, quando lui se ne andrà, lei piangerà. Al che, il principino le domanda: “Ma allora che ci guadagni nell’essere addomesticata?”. Lei risponde: “Ci guadagno il colore del grano”. Cos’è il colore del grano? Sono i ricordi. Fondamentalmente, io guadagno i ricordi, io sono i miei ricordi, le esperienze che ho fatto. Il colore del grano è il colore dei capelli del Piccolo Principe, che viene ricordato alla Volpe. Quando le spighe di grano saranno illuminate dal sole, le ricorderanno il colore dei capelli biondi e luminosi del Piccolo Principe. Spiega l’importanza della memoria, dell’esperienza fatta, dove l’altro se ne può andare, ma rimane comunque il proprio patrimonio. Secondo me, leggere è fondamentale per i bambini, e non solo. Per me, la lettura di un libro è irrinunciabile.
Rimanendo su Le Petit Prince, innumerevoli sono gli autori che si sono occupati di analizzare questo capolavoro della letteratura mondiale. La critica si è spesso divisa sul significato della Rosa. C’è chi la interpreta come un simbolo materno, mentre Eugen Drewermann, nel suo libro L’essenziale è invisibile, la vede come la quintessenza della Relazione umana. Lei, Professoressa, quale significato privilegia?
Senz’altro quello di Drewermann, che è quello della Relazione. Ma occorre ricordare che ogni relazione inizia con la madre, o di chi ne fa le veci, e il suo corpo. Quindi, certo che è la relazione, è la prima relazione di una bellezza da proteggere. Ed è al contempo la modalità di relazionarsi che significa tutelare, coltivare, fare attenzione, salvaguardare.
Abbiamo toccato vari aspetti dell’esistenza, inclusa la mortalità. La paura della morte è spesso paralizzante: come possiamo canalizzare questo timore in una spinta vitale?
Io credo che la paura della morte sia la madre di tutte le angosce umane. Nascere, crescere e morire, prima o dopo, per incidenti, malattie o vecchiaia, è inevitabile. Innanzitutto, il vero trauma è per chi resta, non per chi se ne va. Poi, penso che la grande battaglia della vita sia proprio non essere spaventati. Personalmente, non ho nessun terrore di morire. Mi dispiace soffrire, questo sì: preferirei morire senza penare. Per il resto, vincere questa inquietudine significa vivere. Se si vive in funzione del fatto che si morirà, è un condizionamento da prigionieri. Ogni giornata la costruisci, ogni giorno è già domani. È oggi, ma è un domani che vivi oggi. Se finisce qui, non possiamo fare nulla.
La morte ha a che fare con quella che è la fede di ognuno. Ma qual è il rapporto tra crescita psicologica e dimensione spirituale?
Secondo me, la spiritualità è una forma di crescita importantissima che accompagna l’intero sviluppo della persona. Chiaramente, se per spiritualità intendiamo l’adesione a questa o quella religione, la risposta è no. Ma se intendiamo la spiritualità come l’attenzione che rivolgiamo allo spirito, cioè tutto ciò che abbiamo come anima, oltre il piano fisico e mentale, allora è fondamentale. È un accompagnamento per tutta la vita che permette di aderire a specifici modelli e ad un certo tipo di elaborati.

La sua affermazione sottende una concezione di libertà come valore supremo. Considerando l’attuale pressione dei social network, che spesso limita la capacità di essere autenticamente sé stessi, quale messaggio vorrebbe lanciare ai giovani per aiutarli a conquistare e mantenere la loro vera libertà? Qual è il segreto?
Non c’è nessun segreto, ma occorre darsi e formare degli strumenti. Essere formati significa essere capaci di utilizzare in maniera ottimale gli strumenti che ci vengono offerti. L’unica via è essere preparati, essere colti. Se non lo si è, diventa un po’ complicato. Suggerisco di formarsi, di cercare alleati, approfondire i problemi e, soprattutto, investire in strumenti culturali elevati per comprendere e decriptare il mondo.
Professoressa Parsi, il Suo curriculum è impressionante: Lei è la Dottoressa applaudita anche all’estero, che ha rappresentato l’Italia all’ONU e ha realizzato tante iniziative importanti. Ma al di là di tutti questi titoli e successi, chi è Maria Rita?
Lo dico con una poesia, che è la cosa che amo di più nella vita. Tanti mi dicono che sono un personaggio. Allora io rispondo di non esserlo perché: “Io sono una persona, sono un albero, sono un nido, sono un nodo, sono me”. Maria Rita viene da una famiglia che ha sempre molto lavorato. Mio padre ha inventato la macchina per fare i tortellini. La sua famiglia era decaduta economicamente, ma nobiliare, i Conti di Lodrone. Mia madre, invece, era una ragioniera del ’21, aveva una sorella laureata ed era figlia di ristoratori. Una mescolanza di tante cose. Quando mio padre mi incontrava, mi chiedeva sempre se avessi studiato. Una volta gli ho risposto: “Papà, prima di domandarmi se ho studiato, dimmi «Ti voglio bene»!”. Allora lui si è fatto una risata. Gli amici e i parenti mi dicevano che ero una bella bambina, questa cosa mi dava un po’ fastidio, così, dopo l’ennesimo ‘bella’, ho sbottato: “Sì, ma sono anche intelligente!”. Da piccolina, avevo già le idee chiare: non volevo fare la madre, ma volevo ballare; studiare, quando lo avrei deciso io; insegnare. Maria Rita è quella bambina lì…

Se mi permette, quella di non essere diventata madre, è stata una scelta meditata oppure è un aspetto della Sua vita che, in qualche modo, L’ha toccata profondamente?
È stata proprio una scelta, io non volevo. Cioè, a 9 anni già avevo capito molto bene che tipo di sofferenza significasse venire al mondo. Di conseguenza, ho deciso che avrei potuto agire per coloro che già esistono. Adoro i bambini, la mia vita e il mio lavoro sono pieni di loro. D’altronde, non è che la maternità è solo un evento biologico, anzi…
Grazie per questa condivisione.
In tempi non sospetti, Lei ha scelto di studiare Psicologia. Ci vuole raccontare un po’ come e perché ha deciso di dedicarsi a questa disciplina?
Sono arrivata alla Psicologia perché, da bambina, ero leggermente dislessica, con qualche problema di disgrafia e discalculia, anche se poi ho corretto. Erano situazioni leggere, che la mia psicanalista Mazzonis e il mio maestro Giovanni Bollea mi hanno spiegato essere legate al fatto di essere una bambina plus dotata e ipersensibile. Come il libro di Alice Miller: Il dramma del bambino dotato è la ricerca del vero Sé. Io mi sentivo bloccata, in difficoltà, semplicemente diversa. Tutto questo mi ha spinto a volermi capire. Per capirmi meglio, ho scelto di investire, fin da giovane, negli studi di Pedagogia, Filosofia, Studi Classici e Umanistici. Poi ho scelto una facoltà che portava all’insegnamento, dato che il mio primo obiettivo era diventare maestra. Mi sono laureata in Sociologia con Franco Ferrarotti, un altro dei miei grandi maestri. I miei investimenti erano tutti mirati a conoscere me stessa, secondo il principio della filosofia greca: gnōthi seautón, conosci te stesso. I Greci mi hanno trasmesso il motto: “La cultura è tutto, la cultura è per sempre”. La Scuola di Palo Alto, in California, mi ha insegnato che ogni disturbo psicologico è un disturbo della comunicazione e, se correggi la comunicazione, correggi il disturbo. Bisogna avere gli strumenti per capire come funziona il mondo. E tutto questo mi stimolava, mi permetteva di interpretare le fiabe, i film e la pittura di tutte le epoche in un certo modo. Per me, il codice legato alla capacità di decriptare, che è quello della Psicologia, è un patrimonio eccezionale.

Con il Suo operato, Lei si fa carico quotidianamente delle sofferenze altrui. Prendendo ad esempio la frase del Prof. emerito Franco Martinelli, che ha espresso profonda sofferenza nello scrivere il suo libro Poveri senza ambiente: Sociologia della povertà. La condizione dei senza casa a Roma, per i poveri e per la loro condizione di non avere una dimora, come concilia il Suo lavoro con l’esigenza di non farsi travolgere dal dolore, per non compromettere il proprio benessere?
Le sofferenze altrui ci toccano perché, semplicemente, ci riguardano. La mia sofferenza e quella degli altri sono la stessa sofferenza, anche se magari io non ho compiuto o vissuto gli stessi atti delle persone che curo. Personalmente, credo che tutte le esperienze appartengano a noi. È vero che io magari non ho avuto drammi così pesanti come in certi casi estremi, o viceversa, situazioni apparentemente irrilevanti che però per altri sono problemi gravissimi legati alla mancanza di autostima. Ma i problemi degli altri mi hanno insegnato a lavorare con i miei, a sviluppare continuamente le mie risorse e a darmi strumenti, oltre a darli. È un riciclo costante: io non sono separata dai problemi degli altri. Certo, non ho certi problemi perché non ho certe situazioni, ma il minimo comune denominatore di tutte queste problematiche è l’inconscio collettivo, che è comune a tutti. Scoprire qual è il minimo comune denominatore con chi soffre significa avere, di conseguenza, una minor sofferenza e una gestione migliore delle proprie.
Invece, c’è una sofferenza personale che L’ha toccata particolarmente e che si sente di condividere?
Io penso che la deprivazione affettiva, ovvero la mancanza di una corrispondenza autentica nel senso più profondo della parola, sia un tipo di sofferenza che siamo costretti ad affrontare continuamente. Il problema è che spesso questo non avviene, semplicemente perché non si incontrano le persone giuste. La vera fortuna è incontrare persone affini, mentre il disagio nasce quando questa affinità non c’è e bisogna allora provare a costruirsela col tempo.

Tra ferite personali e altrui, Lei ha affrontato numerosissime sfide. Ma qual è stata la più grande?
Sì, ne ho affrontate proprio tante. Ma la sfida più grande è stata conoscermi, senza giudicarmi, analizzarmi nel bene e nel male. Invece di giudicarmi, ho cercato di correggere la comunicazione laddove difettosa e ho provato a comunicare sempre meglio con gli altri per sentirmi meglio con me stessa.
È stato difficile trovarsi?
Beh, io mi trovo tutti i giorni: work in progress…
È una ricerca complicata?
È una ricerca che deve essere autentica per essere riconosciuta, al di là della difficoltà. Fondamentale è essere autentici nel ricercare sé stessi anche nel rapporto con gli altri.

Vuole svelarci i Suoi progetti futuri?
Io sto continuando a fare quello che ho sempre fatto: continuare a scrivere libri, portare avanti l’Accademia della Famiglia, documentare tutto lo sviluppo delle esperienze che ho avuto perché mi aiutano a capire chi sono e come mi sono evoluta. Poi mi piace vivere quello che ho messo in piedi, godere dei frutti di ciò che ho fatto. Ma quante cose devo ancora risolvere e quanti problemi devo ancora affrontare! Io non sono affatto benevola con me stessa…
L’artista Dalida, pioniera nel volersi conoscere nello show business internazionale, diceva che dentro ogni persona c’è un Parlamento in eterna contestazione. Qualora Lei riuscisse a conciliare quelle diverse voci e rappresentazioni che abitano l’essere umano e avesse l’opportunità di parlare con la Maria Rita Parsi di qualche anno fa, quando iniziava il proprio cammino, che consiglio le darebbe?
Brava Dalida! Devo dire che io non ho tanti rimpianti, ho fatto tutto quello che potevo. Qualche rimorso… chi non ce l’ha? Mi consiglierei di prendermi più spazi, di dedicarmi di più alle cose che mi piacciono molto: insegnare; leggere e scrivere; viaggiare; stare con le persone alle quali voglio bene, alleate, e conoscerne altre. La convivialità dà benessere!
Grazie.
Grazie a Lei.

Un sentito ringraziamento alla Professoressa Maria Rita Parsi per la sua straordinaria disponibilità, per la profondità con cui illumina i temi dell’animo umano e per l’umanità autentica che trasmette in ogni parola. La sua sensibilità rimane una guida preziosa per chi crede nella forza trasformativa dell’empatia e della cultura.
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