La Fleur – Il fiore proibito, un’esperienza che lascia il segno all’Area XX1 di Roma | INTERVISTA ESCLUSIVA

L'opera di teatro immersivo numero uno in Italia chiude sabato 7 febbraio 2026. Le voci di Alessandro D'Ambrosi e Samanta Piccinetti raccontano questa avventura firmata dal collettivo Project XX1 e composta da 12 personaggi, 17 ambienti, 39 performer e 165 minuti di pura emozione. Una narrazione multisensoriale che accompagna lo spettatore in un viaggio sospeso tra realtà e finzione

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C’è un posto in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa esperienza viva e totalizzante. Si tratta di Area XX1 di Roma, in cui, dal 16 ottobre 2025, ha ripreso vita La Fleur – Il fiore proibito: un mondo targato Project XX1 che pulsa, respira e travolge lo spettatore per 165 minuti di emozioni ininterrotte. La cosiddetta quarta parete si frantuma in 17 ambienti attraversati da 12 personaggi, animati da 39 talentuosissimi performer, capaci di sostenere una drammaturgia simultanea di rara potenza.

Questa avventura immersiva ha conquistato il pubblico replica dopo replica, fino ad arrivare a un’ultima data a grande richiesta: sabato 7 febbraio 2026, quando questo universo criminale, sensoriale e umano chiuderà, per il momento, le sue porte. Al centro del parco giochi sensorio ci sono le vicende della famiglia Andolini, un nucleo criminale che, tra conflitti, divergenze pericolose, intimidazioni e tradimenti, regalerà allo spettatore la scelta: di decidere, di esplorare, di vivere il criptico locale che dà il nome all’opera. La chicca? Nessun percorso è uguale a un altro.

La Fleur – Il fiore proibito, il labile confine tra realtà e finzione

La Fleur trasforma lo spazio in un organismo narrativo. Per cui, Area XX1 diventa un sito reale da attraversare, sondare, respirare. Ogni stanza conserva tracce, segreti, memorie: cassetti da aprire, documenti e lettere da scoprire, oggetti che raccontano storie. Accanto ai 39 performer, questa esperienza vive grazie all’operato di 35 tecnici e scenografi, il cui contributo è parte integrante della narrazione. Ogni scelta tecnica è atmosfera, capace di far svanire il confine tra finzione e realtà.

In questa pièce particolare non esiste una visione totale. La drammaturgia è simultanea: 12 personaggi recitano 205 scene contemporaneamente nell’arco di oltre due ore e mezza. Chi entra sceglie chi seguire, dove andare, quando fermarsi. Il risultato è un evento irripetibile, in cui ognuno vive un frammento dell’opera, uscendone comunque soddisfatto. Lo spettatore non è chiamato a risolvere enigmi né a recitare, ma la sua presenza è attiva. A pochi centimetri dagli attori, influenza l’energia della scena, la qualità dello scambio emotivo: tutto resta tanto vivo quanto destabilizzante.

La storia degli Andolini si muove in un tempo sospeso, con forti richiami agli anni ’70 e ’80 e un immaginario citazionista che dialoga apertamente con il cinema di Tarantino e Lynch. Il mondo criminale diventa così un pretesto per esplorare l’umanità viscerale dei personaggi: desideri, conflitti, fragilità e ossessioni che emergono a un millimetro dallo sguardo del pubblico. Il cuore pulsante di La Fleur è il suo cast monumentale: 39 artisti che si alternano nei ruoli per sostenere una drammaturgia complessa senza mai perdere intensità e verità.

Vito Andolini, patriarca carismatico e spietato, è interpretato da Alessandro Londei, Fabrizio Catarci e Renato Solustri. Grazia Andolini, regina del gioco d’azzardo ed elegante manipolatrice, prende vita grazie a Malvina Ruggiano, Laura Garofoli, Chiara Capitani e Silvia Saccomanno. Rocco Andolini, figlio impulsivo e violento, è interpretato da Giovanni Andrei, Pietro Marone e Alessandro D’Ambrosi. Nicola Andolini, avvocato brillante e tormentato, è affidato a Matteo Minno, Alessandro Giova e Raffaele Balzano.

Augustine Dupont, la maîtresse del locale, è interpretata da Santa De Santis, Sara Adami, Samanta Piccinetti e Anna Maria Avella. Candy, giovane prostituta fragile e istintiva, è portata in scena da Carlotta Sfolgori, Grazia Maria La Ferla e Sandra Albanese. Luciana Esposito, agente ostinata segnata dal trauma, è interpretata da Desirée Tortorici, Chiara Barbagallo e Francesca Lattanzio. Fabietto, apprendista irrequieto, prende corpo con Gabriele Badaglialacqua, Gianmarco Ciotti e Martino Fiorentini.

Lara, pusher ambiziosa e instabile, è affidata a Francesca Visicaro, Alice Generali e Costanza Amoruso. Mata, sicaria fredda e disciplinata, è interpretata da Elisa Poggelli, Claudia Salvatore e Silvia Ferrante. Dalia Rocchi, giovane infiltrata spinta dal desiderio di giustizia, è portata in scena da Camilla Benvenuto, Ludovica Valentini e Margherita Fusi. Forieri, poliziotto cinico e corrotto, è interpretato da Antonio Bandiera, Dario Biancone e Adriano Saleri.

La Fleur – Il fiore proibito cast (© @carlottasfolgori)

Alessandro D’Ambrosi: “La Fleur è un’esperienza che ci costringe a tornare umani…

In occasione di questa attesissima ultima replica, Il Difforme ha raggiunto Alessandro D’Ambrosi, co-regista e interprete della pièce, per entrare nel cuore di un progetto che ha contribuito a ridefinire il teatro in Italia. Con la collaborazione di Giovanni Andrei e Pietro Marone, D’Ambrosi interpreta Rocco Andolini, cresciuto all’ombra del padre e convinto che il potere gli spetti di diritto. Manipolato dalla moglie Grazia, è incapace di controllo. Il suo desiderio di dimostrare forza diventa il segno più evidente della sua fragilità. Tra visione artistica, lavoro corale e rapporto diretto con lo spettatore, il suo racconto restituisce la complessità e l’umanità che rendono irripetibile l’avventura firmata Project XX1.

Alessandro D'Ambrosi nei panni di Rocco Andolini
Alessandro D’Ambrosi interpreta Rocco Andolini (© @projectxx1_roma)

Alessandro D’Ambrosi, come è nato il progetto de La Fleur?
La Fleur è un’esperienza di teatro immersivo nata dall’ingegno di Project XX1, un collettivo con cui collaboro ormai da quasi 10 anni. Dopo le prime due edizioni del 2017 e del 2019, firmo la regia di questo terzo capitolo insieme a Riccardo Brunetti. La nostra è una sinergia nata sul campo: ho iniziato come attore per poi evolvermi in co-autore, consolidando un legame creativo che oggi ci rende una squadra estremamente affiatata. Per quanto riguarda la scrittura, sebbene il nucleo originale dello spettacolo sia stato tracciato da Riccardo Brunetti e Francesco Formaggi, in questa nuova veste abbiamo lavorato a una revisione drammaturgica profonda. Io e Riccardo abbiamo riadattato e ampliato diversi passaggi, rinfrescando la sceneggiatura per rendere la dinamica narrativa ancora più solida e coinvolgente.

Vuole spiegare che cosa è il teatro immersivo?
Certo. Innanzitutto, dietro a Project XX1 c’è un gruppo con background molto diversi. Oltre a me, ci sono Riccardo Brunetti, Anna Maria Avella, Sandra Albanese e Silvia Ferrante. Proprio questo collettivo ha portato in Italia una forma di spettacolo ispirata al lavoro monumentale dei britannici Punchdrunk. Il nostro obiettivo è abbattere il confine tra palco e platea: lo spettatore non è più un osservatore passivo, ma è libero di esplorare ambienti reali a 360 gradi, ricostruiti con una cura scenografica quasi cinematografica.

In cosa differisce questa forma di teatro dalle classiche performance itineranti?
Spesso si confonde il teatro immersivo con le promenades teatrali; con esperimenti come Dignità autonome di prostituzione di Melchionna, dove il contenuto resta il monologo frontale; con le escape room. In La Fleur non c’è quella dimensione ludica: lo spettatore non deve risolvere enigmi o cercare indizi per uscire da una stanza. È chiamato a fruire un’opera d’arte e una storia, ma con una vicinanza emotiva talmente autentica da dare la sensazione di essere finiti in un mondo vero. La nostra è una drammaturgia simultanea: 12 personaggi vivono la loro storia recitando 205 scene contemporaneamente nell’arco di più di due ore e mezza. Se nel cinema l’autore ti dice dove guardare, qui sei tu a decidere chi seguire. Potresti imbatterti in un uomo che piange e decidere di andargli dietro per scoprire dove va, vivendo un frammento di vita autentica a un millimetro da te. Si tratta di un’immersione totale in altre esistenze.

Esperienza La Fleur
La Fleur@projectxx1_roma)

Entriamo nel vivo di La Fleur – Il fiore proibito. Che cosa succede in questa opera, il cui titolo ricorda la celebre raccolta di liriche firmata da Charles Baudelaire?
La trama ci porta dentro le dinamiche di una potente famiglia criminale romana: gli Andolini. Questa è un’opera dai toni citazionisti, che strizza l’occhio al cinema di Tarantino e Lynch. Raccontiamo l’ascesa al potere di un giovane figlio e la caduta di un vecchio boss in un tempo sospeso, con forti richiami agli anni ’70 e ’80. Tutto si svolge nel club La Fleur, che appunto evoca l’universo dei poeti maledetti. Si tratta di un luogo fatto di gioco d’azzardo e vite al limite. Ma il mondo criminale è quasi un pretesto per esplorare l’umanità viscerale dei personaggi, i loro conflitti e i loro desideri. L’immersione è totale grazie a una squadra di oltre 20 tecnici. Lo spettatore può aprire i cassetti e trovarci documenti o lettere vere per fare un’immersione anche nelle back stories dei protagonisti. In più, si respira l’odore degli ambienti e persino quello dei vestiti di chi è in scena. Il tutto è avvolto da un sound design che spazia dagli anni ’50 ai ’90. Si percepisce circa il 25% della storia totale, ma si esce ‘pieni’ come dopo aver visto 13 film insieme. È quasi un’allucinazione che ognuno vive e racconta in modo diverso.

Il pubblico ha la possibilità di interagire direttamente con gli attori?
Assolutamente sì, quando viene invitato a farlo. Nascono quelli che noi chiamiamo interact: momenti in cui lo spettatore è legittimato ad aprirsi, a commentare o a ragionare con il personaggio. Questo porta l’immedesimazione a un livello superiore: l’attore ti guarda negli occhi e ti chiede cosa faresti al suo posto, come ti senti, o se hai mai vissuto un dolore simile al suo. È un dialogo basato su una verità disarmante; la parola d’ordine è che tutto, in ogni istante, sia vivo e autentico. A questo si aggiunge il free roaming: l’esplorazione è totale. C’è un vero bar dove si possono ordinare cocktail a tema e può capitare che un personaggio ti offra improvvisamente qualcosa da mangiare. È una giostra dei sensi e delle emozioni, un parco giochi sensoriale dove gli stimoli possono essere collettivi o, in alcuni momenti, dedicati a un singolo spettatore. Ogni senso è sollecitato affinché il confine tra finzione e realtà svanisca del tutto.

Uno spettacolo di questa portata richiede un grande sforzo. Come gestite un cast così numeroso e una programmazione così estesa nel tempo?
Siamo un gruppo imponente: contiamo 39 attori per 12 personaggi, il che significa che ogni ruolo è coperto a rotazione da almeno 3 interpreti. Questa scelta è strategica per diversi motivi. Innanzitutto, l’esperienza è fisicamente e mentalmente faticosa, e il triplo cast ci permette di sostenere anche le doppie repliche giornaliere senza gravare eccessivamente sui singoli. Avere più persone ci garantisce una flessibilità fondamentale: lo spettacolo può andare in scena continuativamente, permettendo agli attori di conciliare questo impegno con altri progetti professionali senza creare conflitti di calendario. È un modello organizzativo che assicura stabilità alla produzione e libertà creativa agli artisti.

Rocco e Grazia Andolini
Giovanni Andrei e Malvina Ruggiano interpretano Rocco e Grazia Andolini in La Fleur@projectxx1_roma)

In questo progetto ricopre il doppio ruolo di regista e interprete. Come riesce a conciliare queste due anime in una struttura così complessa?
Avendo partecipato alle prime due edizioni solo come attore, conoscevo già profondamente il DNA di questo spettacolo. Curarne la regia oggi mi ha permesso di approfondire la storia a un livello tale che il lavoro di studio per il mio personaggio è risultato quasi automatico. Naturalmente, non sono solo: divido la direzione creativa con Riccardo Brunetti, la vera anima di Project XX1 e del teatro immersivo in Italia. La nostra collaborazione mi ha permesso di alternare le mansioni senza esserne travolto. Per gestire il debutto, sono entrato in scena solo dopo tre settimane, lasciando spazio agli altri due attori che coprono il ruolo per concentrarmi esclusivamente sulla messa a punto tecnica. Interpretare questo personaggio, però, è per me una sfida elettrizzante: è un villain violento, impulsivo, costantemente sull’orlo di un’esplosione emotiva. È l’opposto della mia natura razionale e, come ogni cattivo, è stato divertentissimo trovare prima un modo per amarlo e poi per portarlo in scena con tutta la cattiveria possibile. Questa è la parte più divertente del mio lavoro. E poi l’interazione costante con lo spettatore rende ogni replica un’esperienza irripetibile: non cambiano solo i colleghi con cui reciti, ma cambiano gli interlocutori. Una sera senti l’odio del pubblico, quella dopo la paura, o magari incontri qualcuno che ti sfida con lo sguardo e qualcun altro che ti giura fedeltà eterna. Quello che ricevi è rivolto al personaggio e questa distinzione ti regala una libertà incredibile. Ti permette di assorbire nuove energie ogni sera e di portare in scena la vita vera, con un’autenticità che solo il teatro immersivo può offrire.

C’è stata una scena particolarmente difficile da gestire?
In realtà, in uno spettacolo immersivo non esiste una replica uguale all’altra. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo ed è parte integrante della performance. Se mantieni alta la concentrazione e resti focalizzato sul personaggio, ogni novità diventa uno stimolo prezioso. La sfida non è evitare l’inaspettato, ma accoglierlo e integrarlo nella verità del momento.

Dalle Sue parole si percepisce un’alchimia fortissima nel gruppo. Che tipo di ambiente siete riusciti a creare dietro le quinte?
Siamo una grande famiglia di 39 interpreti: tutti possiedono un talento eccelso. Al di là dello spettacolo, ciò di cui vado più fiero, insieme ai miei soci di Project XX1, è l’ambiente di lavoro che abbiamo costruito: uno spazio sano, pulito, fondato sul supporto reciproco e sulla condivisione. È una rarità nel nostro settore, e lo dico con la consapevolezza di chi fa questo mestiere da 25 anni. Siamo riusciti a creare un ecosistema dove ogni attore e ogni tecnico si sente accolto e protetto. Qui l’arte è ancora un valore centrale e il lavoro di ognuno viene messo al centro del progetto. C’è una serenità e una felicità nello stare insieme che rende l’esperienza umana preziosa quanto quella artistica. Non offriamo solo uno spettacolo unico in Italia, ma abbiamo costruito un luogo dove è bello e stimolante creare.

C’è un filo conduttore nei Suoi lavori, in particolare in quelli diretti con Santa De Santis, presente nel cast di La Fleur. Esempi sono Nereide, vincitore del Premio come Miglior Corto Italiano alla 79ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno, o il vostro primo lungometraggio RIP: la capacità di creare un clima straordinario. È questo il segreto dietro il successo?
Ha colto pienamente nel segno. Abbiamo la fortuna, o forse la capacità, di circondarci delle persone giuste per far nascere queste grandi famiglie. Riusciamo a creare un’atmosfera di profonda motivazione in cui ci si sente tutti uniti verso un unico obiettivo. Fare questo mestiere è un privilegio immenso: è come giocare alla vita. Oltre a vivere le nostre esistenze reali, con i loro alti e bassi, abbiamo l’opportunità di raccontare drammi, gioie e passioni di altri. Cosa c’è di più affascinante?

Complimenti! Da regista e da attore di La Fleur – Il fiore proibito che cosa spera che il pubblico si porti a casa dopo aver goduto di questa ultima replica di un’esperienza del tutto nuova?
Grazie! Spero che riscopra il valore del contatto umano diretto e fisico. Viviamo in un’epoca in cui ogni esperienza è mediata da uno schermo: dalle riunioni di lavoro in call, dove vediamo solo mezzibusti e perdiamo il linguaggio del corpo, alla vita privata, dove siamo immersi in un flusso costante di messaggi che ci impedisce di guardarci negli occhi. Abbiamo sacrificato l’arricchimento umano sull’altare dell’efficacia e della produttività. La Fleur è un’esperienza che ti costringe a tornare umano. Al centro c’è l’emozione pura. Vedi persone vere che provano sentimenti a un millimetro da te e quella che dovrebbe essere la normalità oggi appare straordinaria e sconvolgente. Di fronte a questa verità, lo spettatore è portato ad abbandonare la fruizione puramente intellettuale per abbracciarne una ‘di pancia’, totalmente empatica. È uno spettacolo che allena e potenzia l’empatia, ricordandoci quanto sia potente la presenza fisica dell’altro.

Alessandro, mille grazie per averci aperto le porte di questo misterioso universo attraverso il Suo interessante punto di vista di artista.
Grazie a Lei per l’attenzione!

Samanta Piccinetti: “Augustine è un’anima persa che ha scelto la sopravvivenza ad ogni costo…

Con l’avvicinarsi della replica finale di un lavoro durato 4 mesi, Il Difforme ha incontrato anche una sua ‘vecchia conoscenza’: Samanta Piccinetti. Il 7 febbraio 2026, sarà proprio lei a vestire i panni di Augustine Dupont. Maîtresse del locale, seduttrice colta e calcolatrice, Augustine è una donna capace di trasformare desideri e paure in strumenti di controllo, soprattutto su Nicola, il suo amante. Cresciuta sotto rigidi precetti religiosi, ha fatto della disciplina e della colpa un’arma di potere, nascondendo dietro un equilibrio impeccabile una vulnerabilità profonda, figlia di un passato che non perdona. Piccinetti, che condivide il suo personaggio con Santa De Santis, Sara Adami e Anna Maria Avella, racconta questa dark lady come una sopravvissuta, una figura magnetica e oscura, capace di rivelare la propria umanità solo in rari e preziosissimi frammenti.

Samanta Piccinetti interpreta Augustine Dupont
Samanta Piccinetti interpreta Augustine Dupont in La Fleur@samantapiccinetti)

Samanta Piccinetti, in questo spettacolo Lei interpreta Augustine Dupont, un ruolo che condivide con altre tre interpreti di grande talento: Santa De Santis, Sara Adami e Anna Maria Avella. Chi è la Sua Augustine?
La nostra Augustine è una donna complessa, una sopravvissuta. Il suo background è comune a tutte noi interpreti, ma ognuna ci mette una sfumatura personale. È la maîtresse del locale La Fleur che viene dal Sud, segnata da un passato durissimo: racconta di aver cercato asilo in un convento, dove però ha dovuto pagare un prezzo altissimo. A salvarla è stato Vito Andolini, il capofamiglia, che l’ha resa sua collaboratrice nei suoi traffici. Il suo ruolo è cruciale non solo per gli affari, ma per l’equilibrio della dinastia: Augustine è legata al figlio adottivo di Andolini e lo spinge con forza a prendersi il potere, anche quando lui tentenna. Solo con lui lascia emergere un lato affettivo quasi invisibile, un barlume di umanità in un’esistenza vissuta sempre in modalità sopravvivenza. Nel corso della storia avrà la possibilità di scegliere tra l’ambizione e l’affetto in un bivio tutto da scoprire.

Che cosa La affascina di più nel prestare il volto a una donna così lontana dai Suoi ruoli abituali?
È una sfida bellissima proprio perché Augustine è lontanissima dalle mie corde. Spesso ho interpretato personaggi guidati da una forte morale; lei, invece, è spregiudicata, ha angoli neri e profondi tutti da esplorare. È affascinante calarsi nella psicologia di una donna che vive una vita sopra le righe, fuori da ogni norma sociale. Ciò che mi ha colpito della sua dimensione emotiva è il suo modo di gestire le relazioni, che è mirato a costruire un legame che possa giovarle, totalmente diverso dal mio. Affrontare i suoi picchi emotivi e la sua durezza, all’interno di una pièce così immersiva, mi sta regalando una soddisfazione professionale enorme.

Data la differenza tra Lei e Augustine, qual è stata la chiave emotiva che Le ha permesso di entrare nella sua anima?
Il punto di contatto è stato sicuramente riscoprire la mia parte più seduttiva. Nella vita quotidiana, tendo a non usare la seduzione. A volte, anche quando c’è (ride, n.d.r.), per psicologia o abitudine, tendiamo a tenerla nascosta. Per Augustine, invece, l’ho trasformata in uno strumento di lavoro. Mi sono appoggiata a questa energia modificando persino la mia fisicità: ho cambiato la camminata e spostato il baricentro verso il bacino, lavorando su un’energia molto più legata ai centri nevralgici della femminilità. Oltre a questo aspetto fisico, la chiave è stata lo stato di necessità. Augustine è un’anima persa che ha scelto la sopravvivenza a ogni costo. Capiamo che non è più la donna di un tempo: ha dovuto compiere gesti che la hanno snaturata, ma resta ferocemente attaccata alla vita. Lei incarna proprio questo: un mix indissolubile tra sessualità, ambiguità e istinto di conservazione.

Samanta Piccinetti nei panni di Augustine Dupont
Samanta Piccinetti è Augustine Dupont in La Fleur@samantapiccinetti)

Come dicevamo prima, Lei interpreta Augustine insieme ad altre tre bravissime attrici: una sfida insolita. Come avete gestito questa condivisione?
Io sono entrata nel progetto in corsa e le mie colleghe avevano già iniziato, ma non potevo dire di no: è un’esperienza talmente innovativa e potente che ho accettato la sfida di andare in scena praticamente dopo pochissime prove. La cosa incredibile di questo spettacolo è che resti in scena tutto il tempo, passando da un ambiente all’altro e tenendo il filo di tutto ciò che accade. È come nella vita reale: non sai mai cosa stiano facendo gli altri personaggi nelle altre stanze, ma sai che stanno vivendo un pezzo della tua stessa storia. Per quanto riguarda noi Augustine, è successo qualcosa di magico. Siamo quattro attrici: Santa De Santis, Sara Adami, Anna Maria Avella ed io. Si è rivelata un’esperienza di solidarietà rara. Ci siamo aiutate tantissimo: chi era più avanti ha sostenuto le ultime arrivate. Se una di noi montava una scena con il regista, la registrava per le altre. C’è stato un supporto reciproco e una voglia di condividere che ha reso questo enorme cast di 39 persone una squadra incredibilmente unita.

Vi siete confrontate per tessere un fil rouge comune, così da dare al personaggio un’identità forte pur nelle vostre diverse interpretazioni?
Sì, assolutamente. Abbiamo lavorato in costante sinergia fin dal primo momento. Ogni idea, intuizione o sfumatura che emergeva durante le prove veniva condivisa e integrata con la storia del personaggio. Abbiamo costruito l’anima di Augustine insieme ed è stato bellissimo vedere come questa base comune si sia poi arricchita delle diverse sensibilità di ognuna di noi.

Complimenti! Come si costruisce un rapporto così armonioso in un mestiere che, per natura, spinge spesso verso l’individualismo?
Grazie! In una messa in scena di questo tipo, l’energia deve restare altissima dall’inizio alla fine. Se cala anche solo per un istante, lo spettatore, che si trova a 20 centimetri da te, se ne accorge, si annoia o semplicemente si sposta in un’altra stanza. Per essere credibili e coinvolgenti a quella distanza, l’empatia tra noi attori deve essere totale: se l’alchimia non nasce prima tra di noi, non arriverà mai al pubblico. Personalmente, credo che alla base di tutto debba esserci l’umiltà e non l’ego. L’ego ti blocca, ti rende autoreferenziale e ti impedisce di crescere; l’umiltà, invece, ti permette di imparare sempre. In un cast così numeroso l’ascolto è essenziale: insieme possiamo dare vita a tantissime idee interessanti. Collaborare non significa annullarsi: ognuna di noi porta in scena una Augustine diversa, con le proprie caratteristiche uniche, ma è il lavoro di mutuo aiuto alla base che ha reso il risultato finale così potente. La collaborazione vince sempre, la consiglio a tutti (ride, n.d.r.)!

In La Fleur lo spettatore è talmente vicino da poter cogliere ogni micro-espressione. Questa estrema prossimità L’ha costretta a modificare il Suo approccio alla recitazione?
Sì, ho dovuto lavorare su un livello di verità e credibilità assoluto. Recitare a 5 o 6 metri dal pubblico, protetti dal palco, è un conto; trovarsi nella stessa stanza a 30 centimetri dallo spettatore è tutt’altra sfida: se fingi, si vede immediatamente. Ho cercato una naturalezza sempre maggiore, lavorando molto sulla scioltezza e sulla capacità di gestire l’imprevisto. Sebbene il testo sia scritto e rigoroso, l’interazione con il pubblico richiede una dose di improvvisazione costante. Devi essere pronta a reagire a ciò che accade intorno a te senza mai uscire dal personaggio, mantenendo quella verità che è l’unica cosa che rende lo spettacolo davvero immersivo.

Nell’ultima replica di La Fleur, in scena sabato 7 febbraio 2026 presso Area XX1 di Roma, Augustine Dupont sarà Lei. Che cosa spera che lo spettatore si porti a casa a seguito di aver condiviso un frammento di esistenza con questa particolare dark lady?
Il mio desiderio è che lo spettatore si senta immerso in un mondo così credibile da uscire con un dubbio meraviglioso: erano attori o persone reali? Spero che resti addosso l’emozione di una scena o la risonanza di una parola specifica e che nasca la curiosità di tornare per scoprire le storie di tutti gli altri personaggi. A volte il pubblico torna a trovarci più volte e questo ci riempie il cuore di gioia. Personalmente, amo profondamente lo scambio diretto con chi ci guarda: vedere qualcuno emozionato, presente e quasi ipnotizzato a pochi centimetri da te è un’esperienza bellissima. È in quel momento di connessione pura che capisci di aver davvero lasciato un segno.

Samanta, molte grazie per averci svelato l’anima e le ombre di questa Augustine, personale e condivisa, frutto di notevole umiltà e dedizione.
Grazie a Lei: è stato un piacere!


La Fleur – Il fiore proibito: due voci, un’unica immersione

Entrare nel club La Fleur significa attraversare un punto di non ritorno. Parlarne con chi ha creato e abitato l’opera vuol dire scoprire cosa succede dall’altra parte, quando le luci si spengono e restano solo i corpi, le scelte e le responsabilità. Nelle interviste ad Alessandro D’Ambrosi e a Samanta Piccinetti viene raccontata un’esperienza che li ha messi in gioco fino in fondo: come artisti, come interpreti, come esseri umani. Le loro parole tornano continuamente su una stessa idea: La Fleur non è qualcosa che si controlla davvero. È qualcosa che attraversa il pubblico, che lo costringe a prendere posizione.

D’Ambrosi parla del significato di accettare il rischio dell’imprevisto e di rinunciare alla protezione della distanza. Nelle sue risposte si percepisce il peso e il privilegio di guidare un’avventura che non ammette superficialità, né per chi guarda né per chi agisce nell’opera firmata da Project XX1 presso l’Area XX1 della Capitale.

Piccinetti, invece, entra nelle pieghe più intime di Augustine Dupont, un personaggio che vive di seduzione e silenzi. Dietro quella lucidità apparente affiora altro: una storia di disciplina trasformata in difesa, di potere come maschera, di fragilità custodite con feroce eleganza. Le sue parole lasciano intravedere questa dark lady sempre alla ricerca di sopravvivenza.

La Fleur Andolini
La Fleur – Il fiore proibito@projectxx1_roma)

In entrambi i dialoghi emerge una stessa tensione: il rapporto con lo spettatore come presenza reale, vicina, a volte scomoda. Qualcuno che guarda negli occhi, che respira a pochi centimetri, che può cambiare l’energia di una scena. È qui che ci si rende conto di avere davanti qualcosa di ben diverso dal teatro tradizionale.

La narrazione di D’Ambrosi e Piccinetti è un invito ad andare più a fondo: nel processo creativo, nei personaggi, nel rischio emotivo che questo genere di arte richiede. Le risposte aprono spiragli e lasciano una sensazione precisa: La Fleur – Il fiore proibito è veramente un’esperienza che lascia il segno.

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