Ci sono attrici che lasciano che sia la parola a farsi corpo, respiro, destino. Galatea Ranzi appartiene a questa stirpe rara: interprete raffinata e rigorosa, capace di sottrazione e profondità, di un ascolto radicale della scena. In In nome della Madre, in scena al Teatro India di Roma dal 9 all’11 gennaio 2026, la sua arte raggiunge una forma essenziale e vertiginosa. Ranzi presta voce e presenza a Miriàm di Nazareth, la donna che la storia ha trasformato in icona e che qui torna ad essere madre, creatura attraversata dalla paura, dalla fede e dal coraggio. Una tensione che vibra senza mai esplodere: lo spettacolo diventa un’esperienza che interroga credenti e laici con la stessa forza.
Da diversi anni la pièce, diretta da Gianluca Barbadori e tratta dal testo di Erri De Luca, matura e muta come un organismo vivo, calcando palcoscenici italiani ed internazionali, proponendo una narrazione che continua a rivelare pieghe inattese. Al centro c’è una maternità spogliata di ogni retorica, una donna che affronta il dolore senza gridarlo. Una Maria rivoluzionaria anche contro la tribolazione. Come nello Stabat Mater o nel canto maronita Qāmat Maryam della diva libanese Fairuz, quella della Madonna è la figura femminile che resta in piedi davanti alla perdita più atroce, gridando in silenzio.
Leggi Anche
In nome della Madre, INTERVISTA ESCLUSIVA a Galatea Ranzi: “È una responsabilità enorme…”
In occasione delle repliche romane di In nome della Madre, Il Difforme ha incontrato Galatea Ranzi. Al centro del racconto c’è Miriàm: non divinità, ma donna di carne ed ossa, capace di attraversare la gioia e il dolore estremo senza mai perdere la propria luce. Una figura rivoluzionaria nella sua quiete. In scena, la protagonista ripercorre il proprio vissuto in prima persona: l’annuncio inatteso di una maternità impossibile da spiegare secondo le leggi degli uomini, la scelta di non mentire mai, nemmeno davanti al rischio della lapidazione.
C’è l’audacia di confidarsi con Iosef, la fiducia ricambiata, le nozze che resistono allo sguardo giudicante della comunità. E poi il viaggio lungo e faticoso imposto dal censimento romano, compiuto a pochi giorni dal parto, fino a una nascita solitaria e priva di protezione. Una confessione intima: una donna che ha accettato il destino del Figlio e sente il bisogno di condividere il suo passato come un messaggio di amore, resistenza e speranza da affidare a chi ascolta.
Accanto a questo progetto, Ranzi prosegue una tournée teatrale intensa, passando dalla misura sacrale di Maria alla comicità feroce di altri ruoli, confermando una notevole versatilità che nasce sempre dallo stesso gesto: ricominciare da zero, mettersi al servizio della parola e lasciare che sia il personaggio ad esprimersi.

Galatea Ranzi, in questi giorni La vediamo impegnata sul palco del Teatro India con l’intensa figura di Miriàm in In nome della Madre. Quale genesi ha animato questo progetto?
Il progetto è nato a dicembre 2019. Pamela Villoresi, che era diventata da pochissimo Direttrice del Biondo di Palermo, mi ha fatto incontrare Gianluca Barbadori, regista italiano che lavora soprattutto fuori. Proprio lui mi ha proposto questo testo di Erri De Luca, che già conoscevo. Lo avevo letto quando uscì e mi era piaciuto molto. Per cui, sono stata molto felice di questa iniziativa. Abbiamo avviato le prove, dopodiché è arrivata la pandemia, ma siamo andati avanti comunque, un po’ a distanza e in soluzioni molto ristrette. Abbiamo fatto nove mesi di prove e la prima rappresentazione è avvenuta davanti ad una quindicina di persone, rigorosamente distanziate e con mascherina, nel settembre 2020 a Roma, presso il Teatro di Documenti. Da quel momento abbiamo continuato, e sono ormai cinque anni che portiamo lo spettacolo in scena. Lo abbiamo presentato in moltissimi teatri, sia all’aperto che al chiuso, e anche all’estero.
La Sua carriera è costellata di personaggi di grande statura tragica, spesso impegnati in un’aperta opposizione alla Legge o al Fato. Nel calarsi in Miriàm, Lei si confronta con l’archetipo per eccellenza: Colei che è universalmente considerata la Madre delle madri, la Donna delle donne. Oltre l’aspetto della fede, quale responsabilità emotiva ha percepito e continua a sentire nell’incarnare una figura di tale caratura universale?
Una responsabilità enorme, accompagnata da una grande preoccupazione, un profondo rispetto e una forte trepidazione. Non potrei definirla altrimenti. Miriàm è la figura femminile in assoluto più rappresentata nell’arte, una madre straordinaria sotto ogni punto di vista. Avvicinarmi all’icona della Madonna mi provoca sempre un attimo di titubanza, perché ho ben presente la sua importanza e, al tempo stesso, la sua delicatezza. Perciò, ogni volta spero di non disturbare questa figura femminile così significativa per moltissime persone e culture. Quando mi è stato proposto il ruolo, ho provato timore. Devo dire che, pur essendo la pandemia un evento negativo, la coincidenza che ne è derivata, ovvero un periodo di prove abbastanza lungo, ci ha dato la possibilità di lavorare in modo molto elaborato e profondo con il regista. Inoltre, il metodo di Barbadori era assolutamente opposto al mio abituale. Sebbene io mi confronti sempre con il regista, in questo caso ho dovuto imparare da zero un approccio completamente nuovo. Questo mi ha messo spesso in crisi, ma il risultato mi ha arricchita molto. Era un modo di affrontare il testo e portarlo in scena per me assolutamente diverso, inusuale.
In scena, Lei non rappresenta l’iconicità di Maria, mantenendola ancorata alla sua dimensione di donna terrena. Quanto è essenziale per la Sua interpretazione restituire questo personaggio alla sua intrinseca fragilità umana, al di là di ogni aspettativa devozionale?
È fondamentale notare come Erri De Luca ci presenti una figura femminile di grande forza. È un personaggio delicato, molto sottile, ma assolutamente non fragile né passivo. Come ogni donna dell’epoca, e purtroppo anche dei tempi a seguire, Miriàm può apparire fragile a causa delle circostanze esterne, ma il suo carattere non lo è. È l’esterno a essere aggressivo e violento, come sfortunatamente accade ancora oggi.

Il corpo in scena è quasi immobile, trattenuto. In questo spettacolo che rapporto si crea tra immobilità fisica e tensione interiore?
La ringrazio per questa bellissima domanda. In effetti, sulla scena c’è solo la mia presenza, un banchetto, sul quale occasionalmente mi siedo e dal quale mi alzo, e un tappeto circolare. Per questo motivo, l’espressività e il lavoro fisico, pur nella loro apparente quasi staticità, sono estremamente intensi. Non si tratta di vera immobilità, ma di un approccio molto particolare. Come accennavo prima, il regista mi ha guidata a lavorare con il corpo in modo assolutamente originale. L’interazione tra la parola, i movimenti, la presenza e la tensione fisica richiede un equilibrio estremamente preciso. Questo è molto impegnativo per me. Però, ormai possiamo dirlo visto l’alto numero di repliche raggiunte, il risultato è notevole. Il pubblico viene come catturato in un campo magnetico. Molti spettatori mi raccontano di esserne rimasti profondamente impressionati e colpiti.
Evidentemente sarà così.
In una Sua recente intervista ad Avvenire, Lei ha splendidamente paragonato la maturazione di questo spettacolo a quella del vino. Ha inoltre rivelato che ogni nuova interpretazione di Miriàm Le consente di decifrare un elemento inedito, di scoprire qualcosa di diverso rispetto alla volta precedente. Le dispiacerebbe approfondire?
È proprio così! E ogni volta ne resto sorpresa io stessa. Credo che Erri De Luca abbia avuto un’ispirazione davvero straordinaria nello scrivere questo testo. È sorprendente come, partendo da dettagli piccoli e quotidiani, che siano un odore, uno sguardo o un suono che lui descrive, riesca a compiere un salto verso una dimensione spirituale che lascia meravigliati. Dopotutto, tutti noi tagliamo il pane o guardiamo il mare, ma il modo in cui ce lo raccontano De Luca e la sua Miriàm ci permette di scoprire sempre qualcosa di più profondo.
Lei ha sottolineato che la forza di questo testo colpisce anche gli atei. A Suo giudizio, qual è la chiave per entrare nel cuore degli spettatori, indipendentemente dal loro credo?
La chiave risiede nella sua dimensione umana. Questo testo, infatti, parla di una donna e di un uomo, raccontando la loro relazione, il legame tra una madre e un figlio, e le dinamiche dei popoli oppressi o invasi. Parla della Storia del genere umano ed è per questo che riguarda e colpisce tutti. Inoltre, non è un testo religioso, ma assolutamente umano.

Miriàm ripercorre l’intera parabola della sua vita, dall’Annunciazione alla Nascita, fino all’epilogo della vicenda terrena di Suo figlio. Da madre e da interprete, come ha affrontato il compito di narrare al pubblico un’odissea emotiva di tale valenza, culminata con il dolore più atroce che una mamma può provare?
È sempre un’esperienza molto toccante, commovente e straziante al tempo stesso. Quando si diventa madri, si passa inevitabilmente in secondo piano, pur restando sempre in prima linea: il pensiero primario è sempre rivolto ai figli, mai a sé stesse. Ho sentito questa verità in modo netto sin dalla nascita della mia primogenita: da quel momento in poi, sono loro la cosa più importante in assoluto.
In nome della Madre sussiste con In nome del Padre. Maria è una donna in carne ed ossa che rischia la lapidazione e, nonostante il suo coraggio, non alza mai la voce. In un’epoca in cui la forza femminile è spesso associata allo scontro aperto e alla contestazione vocale, quanto è rivoluzionaria la quiete della Sua Miriàm? Possiamo azzardare a dire che questa donna sia, a Suo modo, una femminista ante litteram?
Sono assolutamente d’accordo sul termine rivoluzionaria, un po’ meno sull’aggettivo femminista. A mio avviso, purtroppo, il termine femminismo contiene spesso una rivalsa dispregiativa nei confronti del genere maschile, mentre l’obiettivo più nobile dovrebbe essere la parità. Quando sento questa parola, temo sempre che veicoli quella valenza, la quale può persino diventare pericolosa. Disprezzare qualcuno unicamente in base al sesso o al colore è sbagliato e dannoso, non solo per l’individuo ma per l’intera collettività. Per cui, rivoluzionaria senz’altro. In realtà, io ritengo che la loro fosse una vera e propria famiglia di rivoluzionari: Miriàm, Iosef e, naturalmente, il figlio che hanno cresciuto insieme, il quale ha cambiato la storia dell’umanità, in un modo o nell’altro.
Complimenti per la Sua risposta. Lei ha presentato questa pièce in diverse regioni d’Italia e all’estero, tra cui all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid e di Parigi, qui in concomitanza con l’esposizione fotografica Pablo Volta. Portraits sans filtres. Ha riscontrato una differenza nella ricezione del pubblico?
La ringrazio. Devo dire che l’ascolto dello spettatore è sempre molto intenso in ogni occasione. Finora, non ho riscontrato differenze significative tra un pubblico e l’altro, indipendentemente dalla provenienza geografica o dal contesto culturale. La ragione di questo impatto credo risieda nel fatto che, sebbene la storia la si sappia dall’infanzia, ripetendola ogni anno con il Presepe e celebrando il Natale, non è la trama l’elemento centrale, quanto i dettagli e l’ascolto della visione di Erri De Luca. Il testo, infatti, sorprende proprio perché permette di ripercorrere una narrazione che si credeva di conoscere, arricchendola e valorizzandola con intuizioni veramente sorprendenti e meravigliose.

Miriàm è senza dubbio una figura femminile di portata immensa. Vi è un insegnamento specifico che Le ha trasmesso?
Mi ha insegnato tantissimo, perché Miriàm è un esempio altissimo di tenacia, fiducia, tolleranza, pazienza e, soprattutto, di luce. Quella luce che, se ognuno di noi riuscisse a custodire dentro di sé e a far emergere all’esterno, forse il mondo sarebbe diverso. È chiaro che si tratta di un’utopia, ma è un pensiero al quale bisognerebbe dedicare spazio più spesso.
Che cosa La accomuna alla Sua Miriàm?
Direi il fatto di essere entrambe pacifiche ed equilibrate.
Invece un tratto divergente?
Oltre al tempo in cui viviamo, direi senza dubbio la tenerezza. Lei è decisamente più tenera di me: io non lo sono troppo.

Quali sono i Suoi prossimi impegni?
Riprendo immediatamente la tournée con la quale sono in giro da tre mesi. Si tratta di un ruolo completamente diverso: se penso che dopo questi giorni trascorsi con In nome della Madre dovrò tornare a interpretare Elvira, il ruolo che fu di Franca Valeri ne Il Vedovo mi fa quasi impressione! Sono due personaggi l’uno l’opposto dell’altro, ma è proprio questo che amo di più del mio mestiere. Il Vedovo è una commedia esilarante con la quale stiamo riscuotendo grande successo con Massimo Ghini e tutta la compagnia.
Lei ha dimostrato una grande versatilità interpretando figure femminili molto diverse. Qual è il segreto di questa straordinaria disinvoltura?
Le dirò una cosa: ho interpretato anche due figure maschili quando ero giovanissima, Orfeo e Ulisse. Ero con la mia compagnia assieme al mio ex marito e sua sorella. Tornando alla Sua domanda, il segreto risiede nella volontà di partire da zero ad ogni nuovo ruolo. Concettualmente, nelle prime fasi di lavoro, cerco di non portare nulla di mio, ma lascio che sia il personaggio a crescere gradualmente dentro di me. Il mio approccio è quasi quello di un archeologo: attraverso il testo vado alla ricerca meticolosa dei connotati, delle caratteristiche e dell’anima del personaggio. Qualcuno diceva che gli attori si distinguono in due gruppi: chi porta in scena sé stesso attraverso le vicende, e chi invece porta in scena il personaggio, facendo un passo indietro. Io appartengo a questo secondo. Ed è esattamente questo che amo: poter affrontare ruoli così diversi l’uno dall’altro. Ritrovarmi sempre nello stesso registro non mi basterebbe, non mi piacerebbe e non farebbe parte di me.
Grazie infinite, Galatea Ranzi. Dal Suo operato e dalle Sue parole emerge chiaramente che la Sua sia una vita interamente a servizio dell’arte. Complimenti!
Grazie a Lei per l’attenzione.
© Riproduzione riservata


