Il Piacere dell’Attesa, in scena al Teatro 7 di Roma dal 16 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026, è una carezza teatrale che arriva in un’epoca affamata di velocità. Nel vivaio di Giacomo (Michele La Ginestra) il tempo respira: cresce insieme alle piante, segue stagioni, silenzi e gesti antichi. È un luogo sospeso in cui l’attesa è promessa e la manualità è pensiero. Quando questo mondo viene attraversato dalla frenesia di Camilla (Manuela Zero) e dalla routine imposta di Aldo (Francesco Stella), il palcoscenico si trasforma in uno specchio potente della nostra società.
Tra risate e momenti di profonda tenerezza, la commedia, scritta da La Ginestra e diretta da Nicola Pistoia, accompagna lo spettatore in una riflessione intima e necessaria: che valore diamo davvero al nostro tempo? Lo spettacolo, senza giudicare, invita a fermarsi, a guardarsi negli occhi, a riscoprire il senso del confronto umano e la bellezza delle cose semplici. La pièce lascia, così, una traccia emotiva che continua a germogliare anche dopo l’uscita dalla sala.
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Il Piacere dell’Attesa, INTERVISTA ESCLUSIVA a Michele La Ginestra: “Nella semplicità c’è la gioia, e purtroppo la stiamo perdendo…”
Il Difforme ha raggiunto Michele La Ginestra, scrittore e protagonista dell’opera, per un’intervista esclusiva. Un dialogo profondo e sincero ha attraversato la genesi de Il Piacere dell’Attesa, il suo straordinario successo e il bisogno urgente, oggi più che mai, di restituire valore al tempo, alla lentezza e alle relazioni umane. Ne emerge il ritratto di un artista che usa il teatro come strumento di confronto e responsabilità sociale.

Michele La Ginestra, potrebbe parlarci della genesi e del tema centrale de Il Piacere dell’Attesa?
Il Piacere dell’Attesa nasce da un mio profondo esame di coscienza sul nostro rapporto con il tempo che scorre. Oggi consideriamo la fretta e la gestione del tempo come una priorità assoluta, ma spesso lo buttiamo via o non riusciamo a goderci gli istanti. L’idea era proprio quella di rallentare e riflettere sul fatto che il tempo perduto non torna indietro. Dobbiamo imparare a vivere e dedicare il giusto spazio ai momenti importanti. Ho cercato una figura che avesse un rapporto sano con l’attesa. Chi meglio di un contadino, che rispetta i tempi della natura? Ho optato per un vivaista, un personaggio in contatto costante con le piante, che le cura, le rispetta e perciò è abituato a gestire le situazioni con il giusto ritmo e con una grande serenità. Per creare un contrasto efficace, gli ho affiancato una donna manager, sempre con il telefono in mano, che vive la sua quotidianità nella difficoltà e nella convinzione che il tempo non sia mai abbastanza. Con loro c’è l’assistente del vivaista, un ragazzo che, con il suo modo di ragionare distaccato, mette in discussione le priorità dettate dai ritmi frenetici che gli sono stati imposti in passato. Questo confronto serrato porta ad un epilogo un po’ particolare…
Lo spettacolo è giunto al quarto anno di repliche. Qual è il segreto di un successo così longevo?
È prima di tutto uno spettacolo molto divertente, ma al tempo stesso è delicato e mai volgare. Il pubblico lo ama perché, oltre a divertire, accompagna in una riflessione sul tempo che passa, sul nostro modo di gestire la routine. Soprattutto, regala dolcezza: oggi le persone hanno bisogno di dolcezza, di poesia, di semplicità, elementi che nella vita di tutti i giorni tendono a mancare. Il fatto che sia giunto al quarto anno di repliche e che sia stato decretato un successo dal pubblico dimostra che è uno spettacolo giusto.
Il titolo suona quasi come una provocazione nell’attuale società del tutto e subito. Che cosa ha scatenato in Lei la necessità di questa riflessione?
La mia scelta è sempre quella di portare sul palcoscenico le cose che reputo importanti per me, perché credo che possano essere altrettanto significative come spunto di riflessione e di confronto per gli altri. Per me, il teatro è un momento di confronto. Ritengo che lo spettatore debba uscire dalla sala con il piacere del divertimento, ma anche con una riflessione che lo accompagni nei giorni successivi. Non si può ridere per il solo gusto di farlo: bisogna farlo in modo intelligente e magari affrontare argomenti di un certo peso. Questa è l’impostazione che do al mio teatro e che mi spinge a trattare vari argomenti negli spettacoli che scrivo.

In un’epoca sempre più triste e carente di valori, quanto è importante saper far ridere affrontando al contempo argomenti profondi?
Io credo che il teatro abbia una vera e propria funzione sociale. Se riusciamo a sdrammatizzare situazioni che per l’essere umano sono drammatiche, otteniamo un grande risultato. Pensiamo al tema del tradimento: subirlo è una sofferenza personale, ma affrontarlo sul palcoscenico con boutades provoca risate e ilarità. Questo significa che, se riesci a distaccarti e a guardare la cosa più grave da una prospettiva diversa, questa può sembrare superabile, anche grazie a una risata. Lo stesso principio vale per tutti gli argomenti difficili: la morte, la malattia, le difficoltà economiche. Il dolore o la chiusura mentale nei confronti di un argomento possono essere scardinati. Così facendo, si offre una boccata d’ossigeno, che, per qualcuno, può anche trasformarsi in qualcosa che gli permetterà di cambiare la vita. Mi piace l’idea che il mio lavoro possa essere utile a qualcuno, anche a una sola persona.
La pièce riesce a bilanciare perfettamente comicità e riflessione, culminando in una soluzione finale definita ‘anacronistica’. Nella canzone Nel 2023 di Dalida si dice: “Ma, se ti volti indietro, le rose sono vive, la pioggia cade ancora, le cose belle sono antiche…”. La conclusione ‘antiquata’ è un invito a tornare indietro nel tempo o, piuttosto, a recuperare qualcosa che abbiamo dimenticato?
Tornare indietro sarebbe assurdo. Si tratta esattamente di un invito a rivalutare le cose belle e semplici che hanno accompagnato le generazioni precedenti, come per esempio la mia infanzia. È la voglia di riscoprire la bellezza, pur con tutte le difficoltà, di un matrimonio duraturo, di un’amicizia che supera lo scorrere del tempo, e la gioia che può derivare da un divertimento fatto di poche cose. Da ragazzino, stavo ore con un pallone e gli amici, senza le distrazioni che derivano da questi apparecchi che stanno modificando la nostra quotidianità. Bastava sbattere tirare la palla contro una saracinesca per essere le persone più soddisfatte della Terra. Bastava poco. Questo ritorno alle origini è qualcosa che ho toccato con mano, per esempio, in Africa. In una missione che abbiamo in Mozambico, pur essendoci poco o niente, ho visto i bambini giocare con un copertone abbandonato. Ho disegnato una pista sulla sabbia e abbiamo giocato con i tappi di bottiglia come quando da bimbo mi divertivo con le biglie. Loro sono impazziti di contentezza. Nella semplicità c’è la gioia, e purtroppo la stiamo perdendo perché non abbiamo più un vero rapporto con l’altro. Non riusciamo più a parlare, a confrontarci. Se una persona deve dire qualcosa, lo fa sui social, ed è bruttissimo perché manca il tempo del confronto, dello sguardo. Quindi, dico che questo anacronismo potrebbe esserci utile per migliorarci: non è un regresso, ma un ritorno a rivedere ciò che è forse troppo semplice per i tempi di oggi, ma che in realtà può illuminare la nostra vita attuale.
Nel Suo testo, invece, il cellulare è descritto quasi come una protuberanza del corpo umano. Nel portare avanti l’opera, la Sua intenzione è quella di muovere una critica sociale all’uso eccessivo della tecnologia?
La mia non è una critica allo strumento in sé, ma, appunto, contro l’abuso. Qualsiasi cosa usata in modo spropositato è deleteria. Se una persona passa cinque ore al giorno attaccata al cellulare, si sta perdendo tutto: non gode del rapporto con gli altri, non apprezza la bellezza di una passeggiata, non trova il tempo di leggere un libro o semplicemente ascoltare la musica stando un po’ per conto proprio. Penso che oggi ci stiamo annullando nel cellulare. Certo, lì c’è di tutto, ma alla fine il mondo vero, quello che conta, non lo conosciamo. Il mondo è fatto dalle persone che ti stanno accanto, che magari hanno un problema che puoi ascoltare o che ti raccontano una storia che è magica quanto quelle immagini lontanissime che vediamo sullo schermo. Non ci stupiamo più di nulla. Invece, dovremmo ricominciare a stupirci delle cose semplici e piccole. Per rimanere in tema con lo spettacolo: una pianta che sboccia è una meraviglia! Metti un seme nel terreno e dopo un po’ comincia a fiorire, poi a dare i frutti. Quale magia è più grande di questa? Dovremmo distaccarci un po’, soprattutto per salvare i rapporti umani. L’eccesso tecnologico è tutto a discapito dell’interazione reale. Se sto facendo qualcosa al cellulare e mio figlio mi chiede una cosa, mi sono imposto di staccare l’attenzione dal dispositivo per ascoltarlo. Al contrario, non accade la stessa cosa (ride, n.d.r.). Ci stiamo perdendo delle cose fondamentali!

Il pubblico di oggi, abituato ai ritmi frenetici, è davvero pronto ad accettare l’idea che rallentare non sia una perdita di tempo, ma un guadagno di senso?
Assolutamente sì. All’uscita, riceviamo tantissimi complimenti. Il pubblico ci ringrazia perché ha amato lo spettacolo e, soprattutto, ha apprezzato la riflessione che ha maturato in sé e il confronto che può essere scaturito con le persone che erano accanto a loro. Gli spettatori che ci vengono a vedere sono intelligenti. Sono esseri umani senzienti che decidono di uscire di casa, prendere la macchina, acquistare un biglietto e trovare parcheggio per assistere a qualcosa di unico e inimitabile. Ogni replica è diversa ogni sera proprio per sua natura. Chi frequenta il teatro è attento. Poi, certo, c’è sempre l’eccezione di quei due che, anche a teatro, vanno sui social. Quando succede, vorrei bloccare lo spettacolo e richiamarli all’attenzione, ma non si può fare… anche se qualche volta l’ho fatto (ride, n.d.r.)! Soprattutto quando riprendono tutta la sequenza: vivono l’evento attraverso un telefono, invece di goderselo pienamente dal vivo e portarsi a casa una memoria che sarà indelebile. Il cellulare si rompe, ma quell’emozione no.
Che cosa spera che rimanga nel cuore e nella mente di chi ha visto Il Piacere dell’Attesa, opera che unisce riflessione e intrattenimento?
Mi piacerebbe che si rivalutasse il proprio rapporto col tempo. Nello specifico, che si trovasse il modo di dedicare all’altro l’attenzione necessaria per far crescere e nutrire i rapporti umani, che ritengo siano la cosa più importante al mondo.
Invece, per Michele La Ginestra quale significato ha il tempo che passa?
Tutto quello che ho raccontato e che ho scritto è nato prima di tutto per me stesso. Ho trovato il modo per impormi di tranquillizzarmi. Invece di andare sempre di fretta, ogni tanto mi obbligo di fermarmi e mi dedico a qualcosa che mi faccia staccare.

Lei è un artista a 360 gradi che spazia con successo tra cinema, teatro e televisione. Quali saranno i Suoi prossimi impegni?
Il teatro sarà sempre centrale. Continuerò la tournée con Il Piacere dell’Attesa per poi passare al Teatro 7 Off con Ti posso spiegare, anch’essa una pièce che replichiamo da anni, insieme a Beatrice Fazi e Martina Pinto. Inoltre, vorrei dire che a maggio debutterò al Teatro Sistina con il mio nuovo spettacolo Mi pare ieri, con cui festeggerò i miei 40 anni di carriera teatrale!
Grazie tante per il Suo tempo e per aver condiviso una riflessione sincera sul significato della vita autentica.
Grazie a Lei per l’attenzione. Vorrei augurare un buon anno a tutti: che il Signore vi accompagni!
Detto da Lei, che spesso ha interpretato il sacerdote, è un valore aggiunto!
Esatto: ormai sono vestito più da prete che da laico (ride, n.d.r.)!
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