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GUERRE, Ivan Festa racconta il periodo post bellico come la resa dei conti con le ferite invisibili| INTERVISTA

7 Min di lettura

“GUERRE” è un riadattamento teatrale di Ivan Festa del libro di Louis-Ferdinand Céline, scrittore, medico e militare francese che è andato in scena al teatro Ar.Ma di Roma dal 17 al 19 aprile. Céline è ritenuto uno degli scrittori più influenti del XX secolo che, grazie alla sua scrittura innovativa, modernizzò la letteratura francese ed europea. Attraverso quest’intervista Ivan Festa, attore e sceneggiatore romano, risponde a dei quesiti essenziali: Quali sono le ferite che resteranno invisibili? Quali quelle di cui vergognarsi? Quali quelle inviolate?

Com’è nato “Guerre” e di cosa si tratta?

    Questo spettacolo ha avuto una genesi casuale, durante un viaggio di lavoro , come mio solito , mi sono rifugiato nelle libreria della stazione in attesa di partire. Porto sempre un libro come compagno per difesa personale. Ho maturato l’esperienza che i viaggiatori si allontanano da chi ha un libro stretto in mano e questo mi permette di sentirmi più sereno e concentrarmi durante la lettura.

    Dicevo , nonostante questo cerco sempre qualche novità che possa incuriosirmi , con cui rinnovare e sviluppare nuove idee, Alla cassa mentre mi accingevo a pagare l’ennesimo libro illustrato, mi sono imbattuto in “GUERRE” di L.F. Cèline , stretto da una fascetta con su scritto “ Novità “ . Ho aperto la quarta, ho scoperto che si trattava di uno di quei manoscritti cui lo stesso faceva cenno in qualche incontro o intervista , che considerava ormai smarrito o al massimo ridotto in cenere. Praticamente mi ritrovavo tra le mani qualcosa che avevo – e in molti avevamo – considerato introvabile e finalmente avrei potuto risolvere alcune domande sulla vita del giovane Dott. Destouches, apprendere fatti ed eventi, descritti in modo diretto , che vedevano coinvolto il giovane Caporale Ferdinand al fronte.

    1. In particolare, c’è una parte del libro di Louis-Ferdinand Céline che ti ha ispirato? Perché?

    L’intero libro è un continuo saliscendi dove la misera condizione umana è messa a nudo, viene accettata senza ombra di giudizio, dove non esiste alcuna mediazione tra fatti e pensieri. Gli eventi si mescolano al sangue, tra il “rumore delle sue orecchie” e la quasi totale incoscienza che pregna gran parte delle pagine.  Il linguaggio è necessariamente crudo e attuale, diretto , necessario.  Non c’è una parola di troppo.  Siano fatti realmente accaduti come descritti, oppure alterati o correlati, poco importa.  Che si tratti di umori ed emozioni di un giovane ragazzo mandato al fronte o che possa aver  un tantino esagerato con i ricordi , non importa.  Abbiamo la certezza che la natura umana è crudele: l’unico fine e salvare solo sé stessi, sopravvivere anche compiendo atti abietti, nefandezze, crimini. Nonostante i propri simili restino sempre impassibili di fronte alle vittime, maturare la capacità di trovare del surreale in questa “faccenda” gli permetterà di  riconoscere, alla fine,  che nonostante tutto “la vita è enorme e ti ci perdi dappertutto “ .

    Qual è la difficoltà maggiore che si riscontra in un riadattamento teatrale di un romanzo e qual è quella più semplice? 

      Il romanzo e in genere qualsiasi piano puramente letterario, ha come caratteristica primaria l’assenza di legame con lo spazio tempo , se non strettamente correlato alla trama. Ovvero può descrivere un determinato tempo storico o no , un periodo in cui è accaduto o meno qualcosa, relazioni e avvenimenti , salti di tempo e ritorni al passato , e potrei continuare. Senza considerare o far riferimento a chi ha immaginato fino a perdersi nel proprio racconto. Questo ha come ritorno uno stimolo per l’immaginazione nel voler individuare e visualizzare quanto si legge , come se volessimo accompagnarci alle parole.

      Il cinema è generalmente più adatto per sua stessa natura, Il teatro , viceversa , pone maggiori limiti fisici : si è costretti ad ascoltare , si è presenti si vive in quell’atto unico e irripetibile si diventa parte di quella dinamica da scatola della tortura.

      I miei adattamenti provano a completare entrambe le esigenze. Stimolare la creatività e l’interesse per l’ascolto senza attrezzare la fantasia dell’astante. 

      Un po ‘ come trovarsi di fronte ad una pagina bianca con solo il titolo. Tutto vuoto , tutto attesa, tutto assenza, Tutto diventa ascolto.

      Viviamo in un mondo pieno di guerre: quando parli di ferite invisibili che permangono negli uomini che le vivono, a cosa ti riferisci?

        Il libro paradossalmente è incentrato proprio su questo: nonostante l’orrore vissuto, lo scrittore, dichiara che nel rumore atroce del dicembre del 14 si è beccato la guerra nella testa, ed è rimasta chiusa nella testa. Non un evento fisico e descrittivo , non lo scoppio della mina o una ferita ,  ma un nuovo parametro indeterminato con cui confrontare l’intera esistenza terrena.

        Cos’è cambiato tra la messa in scena dell’anno scorso e quella di quest’anno? 

          Sono riuscito ad aggiungere e modificare elementi che hanno reso maggiormente chiaro il fine di utilizzare lo spazio totale e non solo il palco. Il mio spettacolo intende racchiudere tutti nello stesso evento, che piaccia o no. Siamo tutti insieme, almeno per un’oretta.

          Qual è il messaggio che vorresti rimanesse al pubblico con il tuo spettacolo? 

            Non ho la pretesa di lanciare un unico messaggio,  preferisco che ognuno, liberamente, sia riuscito a confrontare la propria esperienza a quella vissuta durante lo spettacolo. Magari accettare la propria natura, fino a comprenderla sarebbe già un’enorme evoluzione.

            © Riproduzione riservata

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