Quando l’emergenza si trasforma in normalità: la crisi come elemento centrale nel discorso pubblico

Dalla pandemia alle crisi permanenti: come media e linguaggio stanno trasformando l'irregolarità in routine

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La parola “emergenza” è recentemente diventata un argomento di attualità non solo nei media, ma anche nella maniera in cui la società percepisce la realtà circostante. La nuova norma odierna è che epidemie e crisi economiche, così come cambiamenti climatici, guerre e disastri naturali, siano all’ordine del giorno. I media sono diventati così dominanti e una presenza così regolare che la crisi è stata ormai normalizzata e viene percepita come parte integrante della società attuale.

Non si tratta solo di una questione di percezione individuale. Secondo gli studi, l’uso di termini relativi alla crisi nei resoconti dei media è aumentato notevolmente. Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Communication, la copertura mediatica delle crisi ha seguito un forte trend in crescita dal XIX secolo fino al 2020, con due momenti salienti nella crisi finanziaria del 2008 e nella pandemia di COVID-19.

Crisi e normalizzazione dell'emergenza
Crisi e normalizzazione dell’emergenza

Emergenza e crisi: utilizzo e conseguenze dei due termini nel mondo dell’informazione

Secondo i ricercatori, l’utilizzo di termini relativi all’emergenza e alla crisi non è solo il prodotto di eventi reali, ma rivela anche alcuni problemi sistemici nei media informativi. I canali di comunicazione interpretano le notizie come una narrazione di eventi e, spesso, enfatizzano gli aspetti più critici e urgenti della crisi. L’inflazione della crisi sembra dunque manifestarsi in diverse dimensioni, non solo verbali o teoriche.

Gli specialisti della comunicazione che creano un racconto basato sulla crisi generano informazioni che attirano l’attenzione del grande pubblico sulla questione. Una narrazione basata sulla paura mantiene gli individui esposti al rischio e li rende più sensibili anche quando non sono più in reale pericolo. Numerose indagini sulla comunicazione di crisi hanno indicato che il processo produce modelli ripetuti di incertezza e ansia.

La pandemia di coronavirus ha portato a un massiccio aumento della comunicazione digitale in tempo reale, che ha esacerbato il senso di emergenza. La crisi ha portato a un’espansione della pubblicità, alla digitalizzazione delle relazioni e alla connettività automatizzata globale. Le notizie e la loro immediatezza non sono più supportate da un sistema editoriale e ciò ha aumentato la precarietà e l’urgenza delle notizie.

La comunicazione e l’emergenza non restano più solo su una dimensione spazio temporale, separata e estranea. Come suggerisce anche l’analisi dell’UNHCR sulla copertura mediatica della crisi dei rifugiati, ci sono ulteriori conseguenze della cornice del discorso come “emergenza”. L’uso ripetitivo del termine “crisi” all’interno delle numerose intersezioni del discorso con migrazione, diritti umani e geo-politica rischia di banalizzare i fenomeni come strutturali e di lungo termine e di normalizzarli come emergenze, indipendentemente dalla loro reale magnitudine.

Questi processi comportano un effetto duplice: da un lato, le persone sono più informate (sebbene preoccupate) e, dall’altro, assistiamo alla trappola narrativa della “crisi”, in cui il termine stesso è quasi privo del suo significato originale e diventa una descrizione dello status quo. È quindi cruciale esaminare cosa intendiamo per crisi e come ciò che definiamo come tale sia costruito dai media, stabilendo quale ruolo svolga nel discorso pubblico. Questo è utile nel tentare di comprendere lo stato attuale del mondo e nel fornire un modo più significativo per interagire con la nostra realtà.

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