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CASI RARI, Maria Letizia Gorga porta in scena la forza femminile: una commedia per sensibilizzare sull’importanza della sanità e le malattie poco conosciute – INTERVISTA ESCLUSIVA

L'artista debutta al Teatro Don Bosco di Lanuvio il 29 novembre 2025 con uno spettacolo teatrale scritto e diretto da lei. Un'opera necessaria che, attraverso la leggerezza dell'ironia, illumina il valore dell'empatia, l'indispensabilità della speranza e la rilevanza dell'assistenza pubblica ed emotiva di fronte alle patologie insolite

16 Min di lettura

Nella veste di scrittrice e regista, Maria Letizia Gorga offre al pubblico CASI RARI, una commedia profondamente umana che nasce dal desiderio di trasformare la fragilità in forza condivisa. Gorga, già riconosciuta a livello nazionale per il suo importante contributo alla Cultura, impegno che le è valso l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 2015, torna ora con un progetto che unisce talento, responsabilità sociale e un profondo senso di cura verso le storie degli altri.

Il 29 novembre 2025, al Teatro Don Bosco di Lanuvio, quattro donne si incontrano in un pronto soccorso portando con loro malattie rare, paure intime e un’inquietudine che diventa materia scenica. Attraverso l’ironia, la delicatezza e un ascolto reciproco che diventa salvezza, Gorga costruisce un’opera che vibra di autenticità. La sua pièce è un’esperienza teatrale che solleva domande cruciali sul valore della sanità pubblica, sulla necessità di non lasciare indietro chi convive con patologie poco conosciute e sull’importanza di riconoscersi nell’altro.

CASI RARI, Maria Letizia Gorga: “Il riso ha un potere catartico: può esorcizzare i problemi e aiutarci ad affrontarli con maggiore coraggio e determinazione…

Nella sua prima assoluta al Teatro Don Bosco di Lanuvio (in Via San Lorenzo), l’opera prende vita attraverso quattro interpreti: Federica Palmeri, Rosaria Cianciulli, Chiara Elcino e Trisha Sammarone Longo. Le attrici sono dirette da Maria Letizia Gorga e accompagnate dalle musiche originali di Stefano De Meo e dall’assistenza alla regia di Claudia Portale.

La trama ruota attorno all’incontro in pronto soccorso di quattro figure femminili, le cui esistenze sono segnate da fragilità diverse, ma ugualmente profonde. La prima vive prigioniera dell’ipocondria, radicata in un trauma lontano; la seconda affronta la Sindrome di Marfan, che trasforma anche un semplice virus in una minaccia concreta; la terza combatte con la durezza dell’Osteosarcoma e le conseguenze fisiche ed emotive che comporta; la quarta è segnata da un disagio psicologico, plasmato da una dolorosa sindrome dell’abbandono.

CASI RARI è anche uno sguardo verso il futuro artistico di Gorga, impegnata a dare spazio a nuovi linguaggi e nuove voci e a continuare un eccellente percorso creativo con progetti all’insegna del buon gusto e della sensibilità. In occasione di questa sua nuova sfida, Il Difforme ha avuto l’opportunità di raggiungerla. Parlando dell’opera, è emerso che ciò che andrà in scena non sarà ‘solo’ uno spettacolo, ma un invito a sensibilizzare le persone sull’unione nelle battaglie quotidiane perché la condivisione può diventare un’indispensabile forma di cura.

Maria Letizia Gorga ottimista
Maria Letizia Gorga

Maria Letizia Gorga, come è nata l’idea di CASI RARI?
L’ispirazione per CASI RARI è emersa dal mio intenso lavoro di formazione con aspiranti attori. Mi dedico con passione a chi vuole intraprendere questa professione e l’idea è nata proprio su richiesta delle mie ex allieve della Action Academy, una delle prestigiose accademie con cui collaboro. Loro hanno aperto la prospettiva di creare uno spettacolo incentrato sulle malattie rare, in particolare quelle che comportano una sorta di disabilità attiva. Questa condizione si manifesta quando l’individuo si trova a vivere in uno stato costante di allerta, costretto a rimodellare la propria esistenza e a cambiare il modo di vivere in funzione della patologia che detta le regole. Non ho voluto farne un dramma, bensì una commedia. L’ho scritta componendola sulle improvvisazioni delle mie attrici, un metodo che ha dato vita a un testo che ora dirigo e che oggi prende il suo avvio a Lanuvio. La trama è incentrata su quattro donne che si incontrano in un pronto soccorso, ognuna alla ricerca di una diagnosi più approfondita per la propria malattia. Il messaggio più bello è che, attraverso l’amicizia e la reciproca attenzione verso le difficoltà altrui, nasce un’empatia fondamentale che permette alle protagoniste di costruire un senso di futuro e forza. L’opera è anche un’occasione per sollevare un tema cruciale: quanto sia indispensabile che la sanità pubblica mantenga una fruizione importante e allargata. Sottolineiamo la necessità di non favorire la privatizzazione e di impiegare le risorse pubbliche anche per la ricerca sulle malattie rare.

Complimenti per questa interessante iniziativa!
Grazie! Questo progetto ci permette di affrontare argomenti estremamente attuali attraverso la lente del teatro. L’opera riflette la verità della vita, fatta di gioie e dolori, e dimostra che c’è un modo migliore per affrontare le difficoltà: non essere soli. Il supporto necessario non arriva solo dalle strutture sanitarie, ma è essenziale anche l’aiuto psicologico e il sostegno che si può ricevere dalle persone che si incontrano, capaci di condividere il proprio disagio. È la natura stessa dell’esistenza, e noi, nelle pieghe di questa commedia, raccontiamo proprio come l’amicizia, che può nascere persino in un luogo inaspettato come un pronto soccorso, sia in grado di offrire un profondo senso di futuro.

C’è stato un momento particolarmente difficile durante la creazione?
Certamente, ogni fase creativa porta con sé delle sfide. Credo che ognuno di noi abbia attinto a una propria esperienza personale, rendendo l’intero processo emotivamente molto intenso. La vera difficoltà è stata trasformare queste esperienze, anche molto intime, e metterle al servizio della divulgazione. Il punto cruciale è far comprendere che ciò che capita a un singolo non è un problema particolare, ma generale e può toccare chiunque. Riuscire a trasmettere questo messaggio rende lo spettacolo uno strumento importante per sostenere la crescita della ricerca.

Quanto è difficile parlare di temi delicati come questi attraverso il linguaggio della commedia?
Secondo me, è complesso. Però, penso sia l’unica chiave per raggiungere un pubblico vasto e in modo trasversale, offrendo al contempo un sorriso e un senso di speranza. La commedia ci permette di usare l’ironia per affrontare le dinamiche a volte beffarde della vita che ci mettono a dura prova. Il riso, in questo contesto, ha un potere catartico: può esorcizzare i problemi e aiutarci ad affrontarli con maggiore coraggio e determinazione. Invece di piangerci addosso, questo approccio ci spinge a rimboccarci le maniche.

Come è stata la scrittura di questa opera? In che modo ha plasmato i personaggi sulle Sue attrici?
La fase di costruzione del testo è stata profondamente collaborativa. Loro hanno lavorato attivamente sulla definizione di ogni ruolo, stabilendo dettagli come l’età e le esperienze vissute. La creazione è scaturita da una vera e propria alchimia tra il loro vissuto personale e ciò che immaginavano per i loro personaggi. Dunque, sono state loro a decidere come doveva essere la propria donna: la storia che ha avuto, le problematiche relazionali che la affliggono e gli eventi che l’hanno segnata.

Chi sono le donne di CASI RARI?
Sono quattro figure femminili complesse. Ciascuna rappresenta una realtà di donna che è al tempo stesso fragile e incredibilmente forte. Nonostante la paura di essere abbandonate o sopraffatte dalla malattia, sono persone che riescono a ritrovare in sé stesse straordinarie risorse interiori.

Perché il tema dell’abbandono è ricorrente in ciascuna delle quattro storie?
Il tema dell’abbandono, o della paura di essere abbandonati, è così ricorrente perché rappresenta un timore universale, che diventa particolarmente acuto quando si vive in uno stato di salute precario. È una preoccupazione che, verosimilmente, può assalire chiunque si trovi a fronteggiare una malattia o una difficoltà significativa.

Quali patologie specifiche avete deciso di portare in scena?
Passiamo dall’ipocondria alla Sindrome di Marfan, dall’Osteosarcoma al disagio psicologico. La Sindrome di Marfan colpisce il tessuto connettivo e può portare a conseguenze estreme, come la lacerazione dell’aorta, mettendo a rischio la vita del malato. Queste persone vivono con grande cautela: evitano lo stress fisico, monitorano costantemente ogni minimo cambiamento nel corpo e mantengono sempre una valigetta pronta per recarsi in ospedale. Data la loro vulnerabilità, quando si trovano in un ambiente sanitario, adottano misure preventive estreme, come mascherine e guanti, per evitare il contatto con germi e batteri. L’Osteosarcoma, invece, è un tumore osseo comune, spesso diagnosticato nei giovani, che può rendere necessario un intervento chirurgico significativo, comportando talvolta la sostituzione di parte di un arto con una protesi. Attraverso questa storia, portiamo in scena anche la realtà della menomazione e le conseguenze di una chirurgia così invasiva.

Che cosa spera che lo spettatore si porti a casa uscendo dal teatro?
Il mio desiderio è che il pubblico esca dal teatro portando con sé due messaggi cruciali: uno sociale e uno umano. Io chiudo con una frase di Gino Strada, secondo cui la sanità non deve diventare un affare. La salute deve essere un diritto pubblico e accessibile a tutti, garantendo che nessuno si senta mai solo e abbandonato. Se pensiamo che la sanità è fondamentale quanto la cultura, che è essa stessa una medicina per l’anima, secondo il principio del mens sana in corpore sano, allora diventa evidente quanto sia vitale non solo godere dell’assistenza sanitaria, ma anche pretendere un forte investimento statale nella ricerca, in particolare per le malattie rare. Spero che il pubblico si sensibilizzi verso queste patologie meno conosciute, riconoscendo l’immenso lavoro dello staff di medici e ricercatori che cercano soluzioni. Non dobbiamo limitare la ricerca solo alle malattie diffuse; ogni individuo conta, e ogni vita merita di essere salvata. Mi piacerebbe, infine, che lo spettatore si affezioni a ogni singola storia e comprenda che ispirare fiducia nelle persone che ci sono vicine, senza mai abbandonarle, è di per sé una grande forza. Essere al fianco dell’altro può davvero essere la chiave per affrontare i disagi con maggiore determinazione.

Invece, che cosa lascia a Lei?
Direi che mi lascia un senso di profonda condivisione.

Il pubblico avrà il piacere di trovarLa sul palco?
No, stavolta no: io ho scritto e diretto lo spettacolo. Sul palco ci saranno quattro attrici: Federica Palmeri, Rosaria Cianciulli, Chiara Elcino e Trisha Sammarone Longo. Le musiche sono di Stefano De Meo, grande compagno dei miei lavori. E poi l’assistente alla regia è Claudia Portale, mia ex allieva e oggi bravissima interprete, reduce dall’evento Mia Cara Mimì, che mi sta dando una mano in questo progetto.

Questo è il primo spettacolo che Lei ha scritto e diretto integralmente. Maria Letizia Gorga che, normalmente, è abituata a calcare la scena in prima persona, come intreccia questi ruoli?
Sì, esatto. Questa è la prima commedia che ho scritto integralmente da sola. Ho diretto diverse pièces e ho collaborato alla stesura di molti testi, ad esempio con Pino Ammendola e Ulderico Pesce. Ho anche scritto interamente un melologo per voce e archi con quattro compositrici, ma quello rientra nell’ambito delle opere liriche.
Tornando alla Sua domanda, sono sempre stata affascinata dall’idea di stare ‘dall’altra parte’. L’ho fatto spesso con persone che ho accompagnato nel percorso di formazione. Ritengo che la direzione debba sempre includere l’esperienza diretta del palcoscenico: chi calca le scene sa cosa chiedere a un attore, si tratta di sperimentare insieme. Molte soluzioni si trovano nella pratica, non solo nella costruzione teorica del personaggio. Per questo, la mia esperienza come attrice mi avvantaggia nel creare relazioni e personaggi sul palco. Mi piace valorizzare le attrici e gli attori che ho a disposizione per tentare di aumentare il loro talento. Spero di aiutarli come se fossi un’alleata.

E tutto ciò conferma che Lei è un’eccellenza dello spettacolo italiano…
La ringrazio molto! Dopotutto, noi siamo degli artigiani: l’obiettivo principale è fare bene il nostro lavoro. Con gusto, cerchiamo di evitare le volgarità che talvolta caratterizzano il nostro tempo e, soprattutto, di accendere le emozioni nel pubblico. È un compito molto delicato, ma spero sinceramente di assolverlo sempre a modo mio: con onestà.

Oltre a questo Suo impegno come regista e scrittrice, i Suoi ammiratori dove potranno ritrovarLa in veste di attrice?
Riprenderò in questi giorni la tournée di Chicchignola di Petrolini, con la regia di Massimo Venturiello. Saremo in scena da inizio dicembre fino alla fine di gennaio, toccando Milano, Torino, Napoli e Lecce. Successivamente, tornerò con il mio Avec le temps, Dalida, di cui avevamo già avuto il piacere di parlare in una Sua sensibile intervista. Inoltre, sto lavorando per programmare nuovi appuntamenti anche con altri miei lavori.

La ringrazio molto: in bocca al lupo per la prima di stasera!
Grazie a Lei e viva il lupo.

Maria Letizia Gorga in posa
Maria Letizia Gorga

Ringraziamo infinitamente Maria Letizia Gorga per la sua disponibilità, per l’umanità con cui attraversa ogni racconto e per la sensibilità artistica che trasforma fragilità e realtà difficili in un Teatro che accoglie, illumina e fa sentire meno soli.

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