La notte del 27 gennaio 1967 segna una frattura irreversibile nella memoria collettiva italiana. Luigi Tenco viene ritrovato senza vita nella sua stanza all’Hotel Savoy di Sanremo, poche ore dopo l’eliminazione dal Festival di Ciao Amore, Ciao, interpretata insieme a Dalida. Un suicidio, si disse. Un’indagine rapida, troppe ombre, molte domande rimaste senza risposta. In un’Italia distratta dalle luci del Casinò, dal rito festoso della musica leggera e dagli ingranaggi di un’industria che non poteva fermarsi, quella morte diventò subito un inciampo da rimuovere. Vent’anni dopo, anche Dalida sceglierà di togliersi la vita, come se quel legame fosse rimasto per sempre intrappolato in una ferita aperta, come ha affermato il compositore e amico della diva Jeff Barnel in un’intervista esclusiva al nostro quotidiano.
Da quella ferita nasce BANG BANG… DI COLPO LUI. La storia di Tenco e Dalida, lo spettacolo scritto, interpretato e diretto da Sandra Zoccolan, che il 6 febbraio 2026 andrà in scena al Teatro Karol Wojtyła di Cabiate. Un’opera che scava oltre la cronaca e il mistero giudiziario per restituire carne, voce e contraddizioni a due artisti immensi. Attraverso il canto e la parola, le canzoni diventano materia drammaturgica, strumenti per raccontare l’onestà intellettuale di Tenco, la sensibilità profonda di Dalida, il loro incontro come collisione di due solitudini. Una narrazione sull’umanità oltre il mito: quella che ancora oggi continua a interrogare, a commuovere, a resistere al silenzio.
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BANG BANG… DI COLPO LUI. La storia di Luigi Tenco e Dalida raccontata da Sandra Zoccolan: “Restituire questa verità umana, senza sconti e senza filtri, è il mio modo di omaggiare la loro memoria…”
Attrice, cantante e drammaturga di talento e sensibilità, Sandra Zoccolan – accompagnata da Mell Morcone al pianoforte e da Alessio Pacifico alle percussioni e alla batteria – porta in scena questo lavoro come un atto di responsabilità artistica ed emotiva: raccontare senza filtri, senza retorica, lasciando che siano la musica e le parole a restituire la verità umana dei protagonisti. In occasione della replica, Il Difforme l’ha raggiunta per approfondire la genesi, le scelte e le urgenze profonde di BANG BANG… DI COLPO LUI.

Sandra Zoccolan, come è nato il progetto BANG BANG… DI COLPO LUI. La storia di Luigi Tenco e Dalida?
Questo lavoro nasce da una mia grande passione: unire il canto alla recitazione per dar voce a figure che hanno segnato la nostra cultura, non solo con la musica, ma con la loro impronta umana. Ho già affrontato i percorsi di artiste come Mia Martini e Milly, perché credo che le canzoni siano il veicolo perfetto per raccontare l’umanità di chi le ha scritte o interpretate. La figura di Luigi Tenco e il suo fatidico incontro con Dalida mi hanno attirata magneticamente. Mi sono immersa nello studio di biografie, interviste e filmati, concentrandomi proprio sugli anni in cui le loro traiettorie si sono incrociate. Inizialmente mi sono lasciata assorbire dal mistero della sua morte a Sanremo: le indagini, le contraddizioni, la corruzione e i legami opachi tra industria discografica e apparati militari dell’epoca. È stato un viaggio profondo, nato dal desiderio di cercare una verità che rendesse giustizia alla sua figura. Certamente, ho dovuto fare una scelta drammaturgica: per non perdere il cuore emotivo della storia, ho ridotto la parte d’inchiesta per concentrarmi sulla relazione tra i due protagonisti. In questo spettacolo il focus è su Tenco, ma ho scoperto in Dalida una sensibilità e una ricchezza interiore tali che sento già il bisogno di un ‘secondo capitolo’ dedicato alla complessità di questa donna straordinaria.
Da dove deriva la Sua passione per Luigi Tenco?
Inizialmente la mia era una conoscenza superficiale, limitata ai suoi brani più celebri. È stata la curiosità a spingermi oltre, senza sapere bene dove mi avrebbe condotta. Analizzando la sua produzione, sono rimasta affascinata dalla sua modernità: Tenco spesso si allontanava dalla struttura tradizionale strofa-ritornello per dare vita a narrazioni libere, quasi dei flussi di coscienza messi in musica. Approfondire la sua scrittura e studiarne lo stile mi ha permesso di scoprire un artista unico, trasformando quella semplice curiosità in una vera e propria passione.

C’è stato un momento preciso, una lettura o un’urgenza personale che le ha fatto dire: “È il momento di raccontare Luigi, oltre che Tenco”?
A far scattare la scintilla è stato il contrasto profondo tra la sua tragica fine e l’integrità della sua vita. Da un lato mi ha scossa l’approssimazione delle indagini sulla sua morte e le tante ombre che ancora oggi avvolgono quella vicenda; dall’altro, studiando le sue interviste, sono rimasta folgorata dalla sua onestà intellettuale. Tenco era un uomo coerente, capace di rifiutare compromessi e attento a non farsi travolgere dalle logiche di mercato dell’industria discografica, pur cercando di dialogare con il grande pubblico. È stato proprio l’insieme di questi valori, unito al desiderio di esplorare la sua parte più intima, a spingermi verso questo progetto. Volevo raccontare la sua vita e la storia d’amore con Dalida: l’unione di due anime tormentate, dotate di una sensibilità fuori dal comune e segnate da ferite profonde che cercavano, in qualche modo, di curarsi a vicenda.
Stasera, 6 febbraio, al Teatro Karol Wojtyła di Cabiate va in scena BANG BANG… DI COLPO LUI. Il titolo è un chiaro riferimento al celebre brano di Dalida, ma evoca anche il tragico destino di Tenco. Il pubblico che cosa deve aspettarsi?
Il titolo nasce da una coincidenza fatale: Dalida stava registrando proprio Bang Bang quando incontrò Luigi Tenco per la prima volta. È una canzone che racchiude tutto: da un lato il colpo di fulmine improvviso, quella scossa passionale che li ha uniti; dall’altro, tristemente, il colpo di pistola che ha spezzato la vita di Luigi dopo la serata di Sanremo nel 1967. Mi sembrava il tema perfetto per aprire e chiudere il cerchio della loro storia. In scena, il pubblico assisterà a un racconto fluido dove la recitazione si alterna al canto. Interpreto diversi momenti, a volte narrando in terza persona, a volte immedesimandomi nel dolore di Dalida, come nel passaggio drammatico del ritrovamento del corpo. Le canzoni di Tenco non sono semplici intermezzi, ma parte integrante della drammaturgia: servono ad approfondire i temi e le emozioni che emergono dal testo. Con me sul palco ci sono due musicisti straordinari: Mell Morcone al pianoforte e Alessio Pacifico alla batteria e alle percussioni.
Quali brani si potranno ascoltare attraverso la Sua voce, oltre Bang Bang?
Abbiamo selezionato canzoni che sono dei veri e propri tasselli dell’anima e della carriera di Tenco. Partiamo da Se stasera sono qui e Se sapessi come fai, per arrivare a Mi sono innamorato di te e Guarda se io che descrive perfettamente l’innamoramento per una star internazionale, proprio come Dalida. Affrontiamo poi il Tenco più civile e scomodo con Cara maestra, un brano che gli costò due anni di censura radiotelevisiva, e La ballata della moda, che mette in luce il suo conflitto con la società dei consumi. È un punto interessante dello spettacolo: mentre Dalida aveva imparato a navigare nel sistema discografico assecondando, talvolta, i gusti del pubblico, Luigi ne restava profondamente tormentato. Infine, non poteva mancare Ciao Amore, Ciao, il brano sanremese. Nel racconto sveleremo anche la genesi travagliata di questa canzone: in origine si intitolava Li vidi tornare ed era un pezzo dichiaratamente antimilitarista. Quando i discografici la bocciarono perché considerata troppo politica e triste, Tenco scelse, non senza sofferenza, di riadattarla parlando del tema dell’emigrazione, pur di riuscire a portare il suo messaggio su quel palco.
È affascinante notare la differenza tra la versione italiana e quella francese di Ciao Amore, Ciao. Nella lingua di Dante Alighieri, il testo parla del senso di smarrimento dell’immigrato che rimpiange la campagna; mentre, nell’idioma di Molière, Dalida canta il desiderio opposto: la voglia di vivere la città, di stare in mezzo alla gente e di essere amata. Come si rifletteva questa differenza nelle loro interpretazioni?
Questa dicotomia era evidente non solo nei testi, ma proprio nel loro modo di stare sul palco quella sera a Sanremo. Dalida appariva splendente, sicura di sé, con un sorriso smagliante che bucava lo schermo. Tenco, al contrario, interpretò il brano in modo cupo, quasi rallentato, con una pesantezza che trasudava tutto il suo disagio. Il suo approccio era così distante dai canoni dell’epoca che ebbe persino dei battibecchi con il direttore d’orchestra. Mentre lei incarnava perfettamente il ruolo della diva che domina la scena, lui portava sul palco tutta la sua sofferenza e il suo rifiuto per quel meccanismo spettacolare. In quel contrasto così stridente, tra il sorriso di lei e la tensione di lui, si leggeva già il presagio di quello che sarebbe successo di lì a poco.
Ciao Amore, Ciao lega indissolubilmente i destini di Tenco e Dalida. Proprio in questi giorni, il 27 gennaio, è ricorso l’anniversario di quella tragica notte a Sanremo, di cui restano solo pochi scatti e un’incisione audio. Molte teorie mettono in dubbio il suicidio, parlando apertamente di omicidio: Lei si è fatta un’idea precisa al riguardo?
Sì, mi sono fatta un’idea. Approfondendo gli studi e le perizie, emerge chiaramente che le prove a sostegno del suicidio sono estremamente fragili. Molti indizi spingono invece verso altre ipotesi, legate alla vita complessa e per certi versi misteriosa di Tenco: si è parlato di tutto, dai regolamenti di conti a oscuri intrecci internazionali. Ho studiato a lungo queste teorie e ammetto che mi avevano appassionato profondamente, ma ho dovuto fare una scelta drammaturgica precisa per evitare che lo spettacolo diventasse un’inchiesta di tre ore. Al di là dei dubbi giudiziari, ciò che resta oggi è il fatto che una verità assoluta non sia mai stata restituita. Ma forse, in un certo senso, la cronaca passa in secondo piano rispetto all’eternità: il mito di Tenco e quello di Dalida sono ormai scolpiti nel tempo e la loro arte continua a parlare più forte di qualsiasi zona d’ombra.
Lei porta in scena questo spettacolo ormai dal 2021, un progetto nato durante il silenzio della pandemia. Tra tutti i brani in scaletta che ha citato prima, ce n’è uno a cui è particolarmente legata?
Sì, è un lavoro che mi accompagna da tempo. Se devo scegliere, amo moltissimo La ballata della moda e, in generale, tutte quelle ballate meno note che rivelano un Tenco ironico e incredibilmente all’avanguardia. Un esempio è Giornali femminili, un testo che definirei protofemminista: Luigi la canta ridendo, quasi schernendo l’idea retrograda dell’epoca secondo cui l’uomo era l’unico essere intelligente e responsabile, mentre la donna doveva limitarsi a leggere riviste di moda. È straordinario pensare che scrivesse cose del genere già negli anni ’60. A livello puramente emotivo, invece, il brano che più mi tocca è Vedrai, vedrai. Mi regala uno spazio interpretativo immenso e mi commuove profondamente, anche per il suo significato più intimo: non è una canzone dedicata alla persona amata, ma una promessa struggente fatta alla madre. Cantarla ogni volta è un’esperienza che mi coinvolge totalmente.
Raccontare Tenco e Dalida significa immergersi in territori di estrema fragilità, come dimostrano i tragici epiloghi delle loro vite. C’è qualcosa della loro storia che ha toccato una sua corda personale?
Sì, molto. Io ho sempre vissuto un rapporto conflittuale con l’esposizione pubblica. Nonostante sia il mio mestiere, espormi mi costa: mi sento spesso priva di quella spregiudicata ambizione che a volte il mondo dello spettacolo richiede. Porto con me una timidezza e una vulnerabilità che rendono ogni mia performance una sorta di lotta interiore. Allo stesso tempo, però, sento l’urgenza vitale di usare il mio corpo, la mia voce e la mia anima per dare vita a queste storie; è qualcosa che mi fa bene e che sento il bisogno di trasmettere. Incontrare l’umanità così nuda e fragile di due icone come Tenco e Dalida mi ha dato una grande spinta: vedere come persone così importanti a livello mondiale abbiano convissuto con una sensibilità tanto profonda mi ha fatta sentire ‘legittimata’. Mi ha insegnato che si può stare sul palco portando con sé la propria fragilità, trasformandola in forza narrativa.
In un certo senso Lei è un affascinante ossimoro vivente: un’artista che firma regia, drammaturgia e interpretazione, ma che confessa quanto le costi esporsi. In questo triplice ruolo, c’è un momento dello spettacolo che La emoziona più degli altri?
Sì, c’è un passaggio particolarmente toccante che rievoca il funerale di Luigi. Tra le poche persone note che scelsero di esserci, c’era l’amico Fabrizio De André. In quel momento della pièce, racconto il loro legame profondo e interpreto Preghiera in gennaio, il brano che Fabrizio scrisse proprio per lui. C’è un verso che recita: “Lascia che sia fiorito / Signore, il suo sentiero / quando a Te la sua anima / e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare”. Cantare quelle parole è per me il culmine emotivo della serata: rappresenta l’addio finale, ma anche la restituzione della sua anima al pubblico. È un istante di pura commozione che ogni volta mi tocca nel profondo.

Da come lo descrive, questo spettacolo sembra mancare del tutto la retorica del ‘genio maledetto’. Da quanto emerge, la Sua non è un’opera che vuole giustificare o addolcire la realtà, ma piuttosto restituire l’umanità di Tenco e Dalida partendo dai fatti…
Esattamente. È un approccio che riflette profondamente la volontà dello stesso Tenco. Nelle sue interviste ribadiva spesso di non voler essere un personaggio da rotocalco; diceva che il suo vero io risiedeva nelle sue canzoni, nei suoi pensieri e nelle sue battaglie. Il mio obiettivo è rispettare questo suo desiderio: allontanarmi dal pettegolezzo o dalla morbosità legata alla cronaca nera per restare concentrata sulla persona. Cerco di far parlare i suoi valori e la sua coerenza, lasciando che sia la musica a raccontare chi fosse davvero. Restituire questa verità umana, senza sconti e senza filtri, è il mio modo di omaggiare la sua memoria.
Portare in scena il dolore altrui implica una grande responsabilità etica. Quanto è stato difficile gestire questo peso emotivo?
Per me recitare significa attingere al mio materiale umano per canalizzarlo all’interno della storia che racconto. Che si tratti dello strazio di Dalida nel momento in cui scopre il corpo di Luigi, o della disillusione e della solitudine di Tenco dopo l’esclusione da Sanremo, il mio obiettivo è restare immersa in quel mondo emotivo, pur mantenendo ferma la finalità narrativa. Non vedo le mie emozioni come un fine, ma come uno strumento: un mezzo sincero per dare corpo alla loro storia. Cerco di vivere quel dolore autenticamente sulla scena, ma non con un intento autoreferenziale; lo faccio per onorare ciò che racconto. In questo senso, la responsabilità si trasforma in una forma di rispetto: metto la mia vulnerabilità al servizio della loro verità.

Riguardo all’ “uso del materiale umano” c’è qualcosa a cui fa riferimento in maniera particolare, se posso permettermi?
Effettivamente sì. Durante la lunga fase di ricerca e studio su Tenco, è emerso un dolore sotterraneo che traspare prepotentemente, anche dai suoi tratti più ironici. Ho riconosciuto in lui una sofferenza profonda, a tratti venata da una spinta autodistruttiva, che ha risuonato con alcune mie corde interiori. È un tipo di dolore che mi ha colpita non solo emotivamente, ma anche a livello razionale: mi ha permesso di comprendere davvero la sua urgenza comunicativa. Trovare questi punti di contatto tra la mia interiorità e la sua è stato fondamentale: mi aiuta a portare sul palco un’autenticità intimamente vissuta.
Per interpretare la figura di un’icona internazionale come Dalida, ripresa da una miniserie, un film, e numerose pièces, ha scelto di confrontarsi con queste rappresentazioni o ha preferito seguire una sua strada?
Per prepararmi, ho preferito tornare alla fonte: mi sono immersa nelle sue interviste scritte e nei filmati originali, cercando di cogliere l’essenza della diva direttamente dalle sue parole e dai suoi gesti. Volevo che l’interpretazione fosse libera da filtri o condizionamenti esterni. Al momento, la Dalida che porto in scena è il frutto di questo incontro diretto; tuttavia, quando inizierò a lavorare al ‘secondo capitolo’ a cui accennavo poco fa, dedicherò sicuramente un tempo ancora più ampio all’approfondimento di ogni sua sfumatura.

In Italia, quando si ricordano Luigi Tenco e Dalida, lo si fa quasi sempre in associazione alla tragedia di Sanremo ’67, come se fossero rimasti prigionieri di quel momento. Eppure, il pubblico che assiste a spettacoli che li omaggiano, come il Suo, dimostra una partecipazione e una sete di conoscenza straordinarie. Come mai, a differenza della Francia dove il culto di Dalida è vivissimo, nel nostro Paese si fatica ancora a tributare loro il giusto valore artistico, al di là della cronaca?
È vero, è come se su di loro fosse calato un velo d’ombra proprio a causa di quell’evento tragico. Di Tenco, ad esempio, si ignora gran parte della produzione: il grande pubblico si ferma ai classici, mentre il resto del suo repertorio resta confinato a una cerchia di esperti. Credo che il motivo risieda anche in quella scelta che si fece allora: decidere che il Festival di Sanremo dovesse proseguire a ogni costo, come se parlare di quanto accaduto fosse troppo scomodo o triste. Questa rimozione forzata ha fatto sì che per decenni la loro storia fosse trattata più come cronaca nera spettacolarizzata che come patrimonio artistico. Si è preferito il sensazionalismo alla verità, e questo ha finito per offuscare il valore della loro opera. Proprio per questo, sento l’urgenza di continuare questo percorso e, come prossimo passo, dedicare un lavoro specifico a Dalida, per restituirle lo spazio che merita nella nostra memoria culturale.
Sandra, La ringrazio sinceramente per questa conversazione così intensa.
Grazie a Lei per l’attenzione.
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