A cento anni dalla sua morte, Pasolini non smette di parlarci 

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Ricorre in questi giorni l’anniversario della tragica scomparsa dello scrittore di “Ragazzi di vita”, assassinato su una spiaggia di Ostia: le sue parole irruente di intellettuale controverso riecheggiano ancora fra di noi

“Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi, ndr) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere”.

È Pier Paolo Pasolini che scrive. Sul Corriere della Sera, il 14 novembre 1974, alcuni mesi dopo la strage di Brescia, a Piazza della Loggia, in cui un ordigno nascosto in un cestino portarifiuti esplose nel bel mezzo di una manifestazione antifascista. Gli otto morti di Brescia erano preceduti da quelli di Milano (Piazza della Fontana, 1969) e di Bologna (strage del treno Italicus, 1974). Tutti questi eventi terroristici, i cui mandanti furono identificati come appartenenti al gruppo di estrema destra Ordine nuovo, trovarono in Pier Paolo Pasolini un feroce commentatore.

Il noto autore friulano di adozione romana – aggressivo, spregiudicato, appassionato – rivendicava, con quelle parole, il diritto dell’intellettuale di poter porre virgole laddove ci fosse chi ci aveva messo una pietra sopra, ricostruire il palazzo della verità, a partire dalle macerie e dai corpi bruciati, allungare i discorsi, impastandoli con la propria esperienza e indirizzarli per strade secondarie e curve brusche prima che si dissipassero nel buio dell’indifferenza.

Il tono di “Cos’è questo golpe?”, l’articolo del Corriere da cui deriva la citazione, è petulante. L’anafora scorre per l’intero testo: lo incide con forza lasciando i lettori spiazzati davanti a tale battagliera presa di posizione. 

“(…) Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici”.

Continua così e fa luce sul fango in cui erano caduti (lo sono ancora?) gli intellettuali, e più in generale la società, ammutoliti e relegati ad un ruolo ancillare di convalida o tenue confutazione dei fatti della società. Pasolini mai ammise la sconfitta della letteratura, considerata da molti altri suoi contemporanei, ormai insufficiente a dispiegare il mondo e si distanziò dal disimpegno clownesco, dal nichilismo estetizzato e dalla malinconia solipsistica degli altri, perché “soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, ri[usciva] a riconoscere le cose”. 

Pier Paolo impersonò un ossimoro. In lui convivevano elementi antitetici, e quindi, inconciliabili, che, però, invece di entrare in lotta fra loro resero la sua vita e la sua opera espressivamente ricca e satura di contenuti. «Mite, violento rivoluzionario / nel cuore e nella lingua», elevò la sua contraddittorietà esistenziale a poetica e a modo pregiato di essere. Invece che diverso, Pasolini si rese nuovo e ingaggiò battaglia contro la tradizione, l’autorità e le convenzioni. 

Si scagliò contro il pensiero dominante, in cui versavano soprattutto i giovani. Per questo, per il suo coraggio civico e le violente denunce alla corruzione, ora arrabbiato, ora stanco e nostalgico, è assurto a icona pop dei giorni nostri, incarnando non più un ossimoro, un Io tagliato a brandelli, bensì un’interezza di pensiero da cui trarre ispirazione.

Il potere suggestivo del Pasolini-scrittore si riflette anche sul Pasolini-uomo, che esattamente cento anni fa moriva brutalmente su una spiaggia di Ostia, come documentato nel film del 2014 da un magistrale e spaventosamente simile Willem Defoe. La sua controversia ci affascina e turba. Ancora oggi, Pasolini vive attraverso le parole che ha lasciato e ci ricorda la necessità di una rivoluzione. Rivoluzione individuale: del corpo, come medium di interlocuzione, e della mente, come dimora di incessante elucubrazione, necessaria a ergersi oltre la coltre del pensiero omologante. Gli ultimi anni di Pasolini sono infatti dedicati a una violenta invettiva contro i giovani a lui contemporanei, che lui identifica come le vittime preferite dal consumismo e sparse nelle sabbie mobili del degrado valoriale. 

Anestetizzati dallo schermo luminoso dei televisori, preferiti alle finestre aperte sul mondo, i giovani erano diventati «mostri». La «mutazione antropologica», il nome con cui indica la degenerazione delle coscienze degli uomini in atto fin dalla seconda metà del Novecento, aveva mietuto le sue prime vittime fra i giovani post-sessantottini. Ma i giovani, così irrimediabilmente dannati, erano i costanti interlocutori delle sue opere. La giovinezza diventò per Pier Paolo Pasolini un mito, una condizione storica, il luogo schizofrenico di vitalismo e disperazione.

Riccetto, Marcello, il Caciotta furono, ad esempio, i suoi Ragazzi di vita. La folla di giovani che popola il romanzo del 1955 si muove nella Roma scuoiata delle periferie. Sono sottoproletari, vittime imberbi della cattiveria terrena, che vivono una vita violenta, immersa nel malaffare. Ma sono anche “figli” suoi le vittime tormentate di Salò o 120 giornate di Sodoma, il film maledetto, in cui a giovani antifascisti rapiti non viene risparmiato nulla in termini di violenza e perversione. Gennariello è stato il suo ultimo ragazzo. Era l’interlocutore del trattatello dal titolo omonimo in cui Pasolini si ergeva a maestro di contemporaneità del giovane ancora incorrotto e, non a caso, napoletano. 

Pasolini invoca il dissenso. Ci incoraggia a esprimere il nostro rifiuto contro la cancellazione dell’identità e l’ideologia edonistica, che ci vuole tutti splendidi, ma insulsi. 

Pasolini ci parla con parole irruente dei cardini arrugginiti della società, degli intellettuali polverosi, piegati sulle loro scrivanie senza più progetti da realizzare e di certa classe politica corrotta intrinsecamente, dedita a propagandismi vacui e a repentini cambi di bandiera. Pasolini con la sola forza della penna ha attraversato tutte le stagioni dell’animo umano e la sua figura sublime di ribelle, oggi, in occasione del centenario della sua morte, può essere demistificata e riportata fra noi come uomo dedito alla terrena verità.

“La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare”. 

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