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Tony Effe con Vallanzasca su Instagram: il teatrino da evitare

Il criminale Renato Vallanzasca appare sorridente insieme al trapper Tony Effe su Instagram: è questo il modo di rapportarsi con i pluriomicidi sui social? Un esempio da non seguire

7 Min di lettura

Circa 22 ore fa è apparso un video che per chi conosce la storia (criminale) italiana non lo ha lasciato indifferente. Il famoso trapper Tony Effe, con circa 2,1 milioni di follower, ha deciso, non si sa come e perché, di postare due stories su Instagram con il famoso Renato Vallanzasca uno dei più efferati criminali italiani. Nei video i due ridono, scherzano, fanno gli amiconi, come se fosse una cosa di tutti i giorni e senza conseguenze. Ma normalizzare e intrattenersi in rapporti leggeri con un pluriomicida, rapinatore e sequestratore, non può esserlo.

Il problema più grande in tutta questa storia, oltre alla leggerezza del gesto, risulta essere la platea del famoso trapper, composta da milioni di ragazzini che riscoprono il nome dell’ormai 73enne Vallanzasca, autore almeno di 7 omicidi, 3 sequestri e almeno 70 rapine. La minimizzazione del passato di quest’uomo, riportato in auge dal cantante, non è un gesto che non avrà conseguenze, ma è un’altra operazione fatta (in modo inconsapevole o non) per esaltare e mitizzare il potere criminale.

Non è “figo” fare delle storie del genere con un personaggio di quel calibro, non è intelligente far passare il messaggio che è “cool” il crimine e scherzare con una persona che ha sulle sue mani sangue di innocenti. Fatto sta che, grazie (per così dire) all’incoscienza e al poco tatto di Tony Effe sui social, ora sicuramente milioni di ragazzini, che forse neanche conoscevano il nome di Vallanzasca, avranno le mani infuocate a forza di digitare su internet per saperne di più.

Chi è Renato Vallanzasca

Renato Vallanzasca Costantini nasce il 4 maggio 1950 in via Nicola Antonio Porpora 162, nel quartiere Lambrate di Milano, dove la madre Maria Vallanzasca Costantini aveva un negozio d’abbigliamento. Già a 8 anni si fa riconoscere, forma una piccola banda di delinquenti per commettere i primi furtarelli. Poco tempo dopo inizia a farsi spazio nel mondo criminale e diventerà uno dei nomi più noti delle cronache del tempo con la Banda della Comasina. In seguito a svariati furti, arresti e una vita di ostentata ricchezza, verrà arrestato per la prima volta nel 1972 per una rapina in un supermercato.

Viene rinchiuso a San Vittore e qui, tra un tentativo di evasione e un altro, passerà 4 anni e mezzo della sua vita. In totale sono 36 i cambi di penitenziari per via delle risse, dei pestaggi e delle sommosse. Poi, dopo l’ennesimo tentativo, riesce a fuggire di prigione nel 1976, ricostruire la banda e continuare la sua attività criminale.

Metteranno a segno una settantina di rapine a mano armata, senza preoccuparsi della scia di morti che si lasceranno dietro, tra cui, i più famosi, quelli di quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. Sempre nello stesso periodo inizieranno i sequestri di persona, quattro di cui due mai denunciati. Nel febbraio del 1977 viene rintracciato e catturato. Tutto questo a soli 27 anni.

L’assassinio di Massimo Loi

All’inizio degli anni ’80, dopo l’ennesimo tentativo di evasione da San Vittore viene trasferito nel carcere di Novara. È qui che toglierà la vita al giovane Massimo Loi, ex componente della banda della Comasina, durante una rivolta innescata come pretesto per compiere l’omicidio.

Il motivo era tradimento, aveva fatto da autista a due malviventi che erano entrati a casa dei genitori di Vallanzasca per impossessarsi di 100 milioni di vecchie lire e che in seguito hanno malmenato il padre di Renato, Osvaldo Pistoia. Solo nel 2010 ammetterà all’interno della sua biografia che gli tolse la vita con 4 coltellate, una fatale alla giugulare.

Dopo un altro omicidio viene condannato al carcere duro, ma il 18 luglio 1987 riesce a scappare di nuovo, attraverso un oblò di una motonave che da Genova avrebbe dovuto condurlo al carcere di Nuoro, in Sardegna. L’8 agosto del 1987, infine, viene fermato a un posto di blocco a Grado mentre cerca di raggiungere Trieste e riportato al fresco.

E ora?

Attualmente all’ex protagonista della mala milanese degli anni ’70 e ’80, che ha già trascorso oltre 50 anni da detenuto, è permesso “fruire dei permessi premio” per frequentare, in alcuni giorni e per alcune ore, la comunità dove già si recava in passato. Può uscire dal carcere di Bollate perché, da circa quattro anni, fanno sapere gli avvocati, soffre di un decadimento cognitivo. I legali, a causa delle sue condizioni di salute, avevano chiesto al Tribunale di sorveglianza di Milano, fine maggio scorso, il differimento pena, con detenzione domiciliare in una struttura adatta. Respinto. Ora i difensori, fa sapere La Repubblica, si sono rivolti alla Cassazione. L’udienza è fissata per il 30 novembre.

Morale delle storie(s) di Tony Effe

Quando ci sono di mezzo certi personaggi non vale la frase “nel bene o nel male l’importante è che se ne parli”, se se ne parla bisognerebbe farlo solo bene e nella maniera più oggettiva e seria possibile.

Qualche tempo fa Antonella D’Agostino, l’ex moglie di Vallanzasca, chiedeva ai giudici: “Quanto deve pagare ancora perché possa morire in pace?”, ad oggi la risposta potrebbe essere “finché continua a fare stories su Instagram insieme a trapper da 2 milioni di followers”.

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