
Che ci piaccia o no ci sono concerti che sono esperienze di vita: è ciò che è accaduto sabato 4 luglio al concerto di Ultimo a Tor Vergata (Roma). Sono stati 250mila i cuori paganti , che hanno fatto file, percorso chilometri a piedi ed atteso sotto il sole per vivere un sogno comune.
Mentre noi spettatori arrivavamo reduci da 5 km a piedi (chi più, chi meno), Niccolò è arrivato in elicottero: due giri tra le nuvole, sopra l’immensità di quanti eravamo. Uno per vedere cosa stava per accadere, l’altro per realizzarlo davvero. Perché come te lo immagini un artista che riesce, dopo anni di carriera, a raggiungere numeri del genere? Incredulo. Sicuramente.
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Il concerto di Ultimo non è stato solo un concerto, è stato un obiettivo raggiunto per un team che dal giorno zero non ha mai smesso di credere insieme a lui alle favole, trasformando quell’idea in realtà. Abbiamo assistito ad un live che si discosta dalla “fortuna”, bensì i numeri parlano chiaro: questi parlano del coraggio, quello che si ha quando vedi te stesso e decidi di prenderlo, abbracciarlo, tormentarlo, sacrificando tutto e combattere contro coloro che ti dicono di non farlo.
La potenza di Ultimo è unica: non c’è scissione tra la persona e l’artista. Ultimo è Niccolò e viceversa. E nell’essere un tutt’uno funziona a modo suo. Può non piacere il genere musicale ma è impossibile non captarne la bravura. Ancora una volta ci ha confermato che la chiave del successo non è la furbizia, non è l’arroganza, bensì la semplicità.
Molti si sono lamentati dell’organizzazione post live ma sappiamo quantificare veramente quante sono 250mila persone? Tante. Quasi troppe. Tutto è stato curato nei minimi dettagli. Il lavoro di ogni singola persona dietro le quinte, dai ragazzi che hanno lavorato nei parcheggi, alla Polizia di Stato che regalava bottigliette acque nei percorsi a piedi, a tutti coloro che hanno gestito l’assetto interno, tutto ha contribuito alla riuscita di questo concerto (e da anni di Ultimo stesso).
In un mondo che fa dell’anestesia emotiva la regina, Niccolò ti riporta con i piedi per terra e ti fa ricordare l’amore. Ti fa sentire carne, ti ricorda che puoi morire e che raccontare è necessario per poter vivere. I suoi dischi sono portatori di un messaggio molto sottile: non chiudersi. Aprire il cuore, amare, assaporare ogni cosa è un lusso che dimentichiamo troppo spesso di avere. Ci affanniamo e rinchiudiamo continuamente tra i nostri pensieri mentre tutto scivola via. Ogni canzone in scaletta è una sfida che, ognuno di noi, vive nel profondo anche se fa finta di niente. Ecco perché 250mila cuori si sono riuniti sabato sera, per sentirsi liberi per tre ore di poterlo urlare e confessarlo in silenzio tra le note. E questo sentire non conosce differenze di età.
Nessun giudizio, nessun pregiudizio, solo un’assoluzione collettiva nel profondo dalle mancanze, gli errori, gli amori persi, trovati, vissuti affinché tutti possano ricordarsi dell’importanza dei fili che ci uniscono gli uni agli altri.
Ultimo con questo concerto ha fatto pace con tutti e forse si, anche noi.
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