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Strage dei braccianti, c’è un sopravvissuto: ‘Pakistani ci davano casa, ma non soldi’

La testimonianza del cittadino afgano sopravvissuto al rogo nel distributore di carburanti ad Amendolara, conferma le ricostruzioni degli inquirenti che ipotizzavano un delitto plurimo, come da immagini delle telecamere di videosorveglianza. Alla base degli omicidi, un possibile regolamento di conti

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Mi sono salvato rompendo un finestrino“. E’ Taj Mohammad Alamyar, il cittadino di origini afgane riuscito a salvarsi dalla strage di braccianti consumatasi nella tarda mattinata di ieri, in un distributore di carburante adAmendolara, nella provincia ionica di Cosenza. Il 35enne, partito poco più di un anno fa da Jalalabad, ha schiena e due braccia ustionate, ma è sopravvissuto a differenza dei suoi colleghi, quattro braccianti agricoli immigrati e rimasti uccisi in quello che gli investigatori della Squadra mobile di Cosenza, sospettavano fosse undelitto ben architettato, poi confermato dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza.

I fotogrammi passati al vaglio degli inquirenti, mostrano difatti come due persone che, prima uno e poi l’altro, bloccano le portiere dall’esternofacendo forza con le braccia, mentre dal portellone posteriore viene presumibilmente lanciato liquido infiammabile. Quindi la fatale fiammata, ei due che si danno alla fuga. Immediato l’allarme ai vigili del fuoco che sono intervenuti tempestivamente per domare le fiamme ed evitare che la stazione di servizio potesse esplodere. Ma solo quando il rogo viene sedato, i caschi gialli scoprono che all’interno del minivan, di cui non è più riconoscibile targa e colore, ci sono iresti carbonizzati di quattro persone.

Due cittadini pakistani sono stati sottoposti a fermo dalla Procura di Castrovillari per l’omicidio dei quattro braccianti. Ilfermo è giunto al termine di un lungo interrogatorioa cui i due sono stati sottoposti nella Questura di Cosenza, dove sono stati portati nella serata di ieri dopo essere stati fermati a Villapiana. Gli investigatori della Squadra mobile sono risaliti ai due proprio grazie all’analisi delle immagini del sistema di videosorveglianza del distributore dove si è consumato l’omicidio,riprendendo ogni fase del plurimo delitto.

A confermare la ricostruzione è poi stata la testimonianza del superstite anch’egli rimasto intrappolato nell’auto che, intervistato dalTgr della Calabria, ha raccontato che tre delle vittime erano suoi connazionali, la quarta vittima invece di nazionalità pakistana. Il 35enne è anche riuscito a riferire che idue fermati erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime però non volevano dare. Da qui, l’inizio dell’incubo.

Come raccontato da Alamyar, i due hanno gettato prima benzina nell’abitacolo e poi un accendino, bruciando vivi i quattro migranti. E che lui è riuscito a trarsi in salvo rompendo un finestrino. Ma dalla sua testimonianza, l’estremo gesto dei due sarebbe stato solo l’apice di una serie di costanti minacce inferte. I cittadini pakistani, infatti,minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare, ma senza ricevere alcuna paga: “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no“.

E nel racconto del 35enne, anche la denuncia dell’esistenza di una “grande mafia del Pakistan“. Una denuncia che non passa inosservata, considerando che negli ultimi mesi, saltano alle cronache ben 14 incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti, proprio nella zona di Corigliano-Rossano. E purtroppo, non si tratterebbe di incidenti, ma di un sistematico metodo di regolamento di conti per, con ogni probabilità,contendersinon solo lavori nella campagne ma anche tutto ciò che orbita intorno alla permanenza dei cittadini stranieri in Italia, daipermessi di soggiorno agli alloggi.

Intanto, le indagini proseguono serrate per definire i contorni di quanto accaduto ad Amendolara. Da chiarire la dinamica dell’agguato, ma da quanto trapelato dalle forze dell’ordine non si può escludere chedue delle vittime fossero ancora in vita quando è stato appiccato il fuoco. Dal primo esame dei cadaveri, infatti, non è stato possibile verificare se ci siano fori di colpi d’arma da fuoco.

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