A 36 anni da uno dei più grandi misteri della cronaca nera italiana,il delitto di Simonetta Cesaroni torna al centro delle indagini.La Procura di Roma ha disposto una nuova serie di accertamenti scientifici nella speranza che le più avanzate tecnologie di analisi del Dna possano finalmente dare un nome all’assassino della giovane impiegata, uccisa il 7 agosto 1990 negli uffici dell’Associazione italiana alberghi della gioventù di via Carlo Poma, nella Capitale.
L’inchiesta riparte da ciò che per oltre tre decenni è rimasto custodito nei laboratori: i reperti biologici sequestrati subito dopo l’omicidio.I carabinieri del Ris hanno infatti sottoposto a nuove analisi il corpetto, il reggiseno, i calzini e una ciocca di capelli rimasta impigliata nella spallina dell’indumento,sfruttando metodologie che nel 1990 non erano ancora disponibili. L’obiettivo è verificare se le tracce biologiche ancora presenti siano sufficienti per identificare il responsabile del delitto.
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Le nuove analisi sui materiali
Secondo il professor Emiliano Giardina, genetista dell’Università di Tor Vergata e consulente della famiglia Cesaroni, sui reperti sono state individuate tracce potenzialmente utili per i confronti genetici.Tuttavia invita alla prudenza: la presenza di materiale biologico non significa necessariamente che appartenga all’autore dell’omicidio.Proprio per questo motivo le comparazioni rappresentano il passaggio decisivo della nuova fase investigativa.
La Procura ha già portato a termine una prima campagna di verifiche genetiche, avviata nel 2025, su otto persone– tre uomini e cinque donne – appartenenti all’ambiente lavorativo frequentato da Simonetta Cesaroni. I profili genetici, ottenuti attraverso tracce biologiche raccolte da oggetti di uso comune come bicchieri e tazzine, non hanno prodotto alcuna corrispondenza con il Dna repertato sugli indumenti della vittima.
L’attenzione degli investigatori è ora concentrata su una seconda serie di confronti.Questa volta gli accertamenti riguardano sette persone – cinque uomini e due donne – tra professionisti di alto profilo e soggetti ritenuti molto vicini agli uffici di via Poma.I risultati degli esami non sono ancora disponibili e rappresentano uno degli sviluppi più attesi della nuova inchiesta.
Le indagini non si fermano
Parallelamenteproseguono anche gli approfondimenti investigativi.Dopo che il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di archiviazione, invitando la Procura a proseguire gli accertamenti, i carabinieri del Nucleo Investigativo stanno riesaminando ogni dettaglio del caso. L’attenzione si è nuovamente concentrata sul palazzo di via Poma, un edificio frequentato all’epoca da numerose persone tra professionisti, collaboratori, praticanti e segretarie. Secondo gli inquirenti, alcune piste potrebbero non essere state approfondite a sufficienza nelle prime fasi dell’inchiesta, quando le indagini finirono per concentrarsi principalmente sulla figura del portiere Pietrino Vanacore.
Nonostante il progresso delle tecniche scientifiche, gli investigatori sono consapevoli delle difficoltà.Gran parte del materiale biologico repertato nel 1990 è stato consumato dagli esami eseguiti negli anni successivi,rendendo estremamente limitate le possibilità di ulteriori confronti. Per questo motivo ogni minima traccia superstite viene considerata preziosa e potrebbe rappresentare il tassello mancante di un mosaico rimasto incompleto per oltre tre decenni.
Anche la famiglia Cesaroni continua a seguire da vicino gli sviluppi dell’inchiesta,affiancata dal professor Giardina, dall’avvocata Federica Mondani e dal giornalista d’inchiesta Igor Patruno. Tra i punti ancora da chiarire vi è anche l’eventuale esistenza di un testamento lasciato da Pietrino Vanacore, nel quale avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sull’omicidio. Un elemento che, se confermato, potrebbe aggiungere nuovi particolari a una vicenda che, dopo trentasei anni, continua a cercare la sua verità.
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