Come ogni mattina, i cancelli del liceo Righi di Roma, si sono aperti per accogliere studenti e docenti. Questa volta, però, si sono chiusi prima del dovuto. Le lezioni sono state sospese perché nessuno avrebbe potuto mettere piede in aula. Polvere di estintori sparsa ovunque, arredi danneggiati e scritte sui muri. Questo lo scenario che il personale scolastico si è trovato davanti all’alba, dopo un raid vandalico avvenuto nella notte che ha colpito sia la succursale di via Boncompagni si al sede centrale di via Campania.
Lo sgomento è stato tale da costringere il dirigente scolastico, Giovanni Cogliandro, ad avvertire immediatamente le famiglie e fermare l’attività didattica per l’intera giornata. Non una decisione semplice ma inevitabile davanti ad un edificio reso di fatto inagibile e a un clima di forte allarme.
Leggi Anche
Un raid dal chiaro messaggio politico
Secondo le prime ricostruzioni, non si tratterebbe di semplice vandalismo. Le scritte rinvenute all’interno e all’esterno della scuola parlano chiaro: “Autonomia contropotere“, “Righi fascista. La scuola è nostra“ accompagnate da simboli nazisti. Messaggi che trasformano il gesto in un’azione intimidatoria a sfondo politico, rivolta non solo all’istituto ma alla comunità scolastica nel suo insieme.
Come riferisce il delegato all’edilizia scolastica della Città metropolitana di Roma, Daniele Parrucci, la conta dei danni ammonta a 10mila euro. Ma il punto non è l’impatto economico. Ciò che destabilizza di più “un salto di qualità inquietante che ricalca le più oscure logiche squadristiche“, come afferma Giovanni Barbera di Rifondazione comunista.
Liceo Righi: un precedente che pesa
Il liceo Righi, purtroppo, non è nuovo ad episodi di questo tipo. Tra ottobre e novembre dello scorso anno, in pochi giorni si erano susseguiti almeno tre raid: bottiglie lanciate contro l’edificio, cori fascisti e minacce di morte agli studenti. Una spirale di tensione che sembrava essersi allentata e che invece torna oggi con la stessa violenza simbolica, se non maggiore.
Ed è proprio qui che si innesta la riflessione più inquietante, non si tratta di episodi isolati ma di una continuità. Di un conflitto che trova nella scuola un bersaglio privilegiato. Colpire una scuola non è mai un gesto neutro. Significa colpire uno spazio che dovrebbe essere protetto e pluralista, attraversato dal confronto e non dalla sopraffazione. L’uso di simboli esterni, di slogan identitari e di rivendicazioni violente segnala una deriva preoccupante: la trasformazione del dissenso politico in intimidazione.
© Riproduzione riservata


