“Lo Stato non risponde alle nostre richieste di riaprire l’indagine sulla sua morte. Peròchiede a Rita Atria di pagare il canone Rai”: è la denuncia diNadia Furnari, vicepresidente dell’associazione antimafienata nel 1994 a Milazzo in memoria della giovane testimone di giustizia. La ragazza morì nel1992a Roma, a meno di 18 anni e a pochi giorni dall’uccisione del giudice Paolo Borsellino.
Secondo quanto raccontato, nella sede legale dell’associazione sarebbe arrivata unarichiesta di pagamento del canone Rai pari a 138 euro, intestata alla stessa Atria. “Non c’è alcun riferimento all’associazione, né un codice fiscale, e l’invio è arrivato in un appartamento che non ospita alcuna attività se non la sede legale”, spiega Furnari, “e dove il canone viene già regolarmente pagato”.
Leggi Anche
“Un errore assurdo o un sistema automatizzato”
La richiesta sarà contestata formalmente dall’associazione. “Invieremo una PEC per spiegare cheRita Atria è deceduta e non ricorrono le condizioni indicate”, aggiunge Furnari. “Resta lasciatteriadi un episodio incredibile. Mi rifiuto di pensare che ci sia un essere umano dietro: spero sia uninvio automatizzato,magari gestito da sistemi di intelligenza artificiale”.
Un episodio che, secondo l’associazione, rappresenta un paradosso burocratico difficile da giustificare.
Rita Atria, la storia e la richiesta di riapertura
Rita Atria era una giovanissimatestimone di giustizia, collaboratrice del magistrato Paolo Borsellino. Morì il 26 luglio 1992 a Roma, a soli17 anni, una settimana dopo la strage di via D’Amelio. La sua morte è stata archiviata comesuicidio, ma da anni l’associazione ne chiede lariapertura delle indagini.
“Il fascicolo era microscopico già nel 1992”, spiega l’avvocatoGoffredo D’Antona, che segue il caso. “All’epoca non si sapeva nemmeno che fosse una testimone di giustizia e non ci fu neppure un intervento del Tribunale per i minorenni. È come se si fosse indagato non su una persona, ma suun’ombra”.
Nel corso degli anni l’associazione ha raccoltoelementiche, secondo la difesa, meriterebbero ulteriori approfondimenti. “Mancavano impronte digitali e tracce biologiche”, sostiene l’avvocato D’Antona, “Una serie di incongruitàper cui abbiamo chiesto la riapertura delle indagini alla Procura di Roma, ipotizzando anche l’istigazione al suicidio, senza escludere altre ipotesi”.
Una battaglia ancora aperta
Il procedimento, però, risulta ancora fermo. Tramite una denuncia simbolica e la battaglia giudiziaria, l’associazione continua a tenere viva l’attenzione su una vicenda che, a distanza di oltre trent’anni, è ancora oggetto di interrogativi e richieste di verità.
E poi, proprio mentre si attende unarisposta sul fronte giudiziario, arriva un episodio burocratico che alimenta ulteriormente la polemica:una richiesta fiscale intestata a una ragazza che, per lo Stato, non esiste più da tempo.
© Riproduzione riservata













