Si è spento a 80 anni Marco Benedetto, giornalista e dirigente editoriale che per oltre mezzo secolo ha segnato la storia dell’informazione italiana.
Già amministratore delegato de La Stampa e del Gruppo L’Espresso, fu protagonista nello sviluppo di Repubblica. Benedetto ha rappresentato uno dei pilastri dell’editoria italiana del secondo Novecento.
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Marco Benedetto, la carriera
Cresciuto in un ambiente di adulti e anziani, Marco Benedetto si avvicina presto al lavoro, già durante il liceo. Un’esperienza che, come lui stesso avrebbe ricordato, gli lasciò un segno profondo: “Ho sempre visto la vecchiaia con timore e fastidio”. Il giornalismo arriva quasi per caso: fu Giancarlo Piombino a scoprirlo ai tempi della maturità. Poi l’Ansa, Genova, Londra: un apprendistato duro e faticoso.
Benedetto non è mai stato un direttore carismatico né un editore visionario. Capo ufficio stampa della Fiat, amministratore delegato de La Stampa, dal 1984 al vertice del Gruppo Espresso negli anni in cui Repubblica diventava un grande giornale. Alla Stampa guidò il primo passaggio alle redazioni informatizzate; a Repubblica introdusse il colore, lanciò il femminile, rimise ordine nei conti. Decisioni tecniche solo in apparenza: in realtà, cultura applicata.
Collaborò con figure centrali dell’industria e dell’editoria: Gianni e Umberto Agnelli, Romiti, De Benedetti, Caracciolo, Scalfari. Di quest’ultimo disse semplicemente: “Un genio“. A De Benedetti attribuì “la fortuna finanziaria”. Di Caracciolo scrisse: “Alla cui dipendenza ho lavorato per un quarto di secolo, devo metà della mia vita”.
Negli ultimi anni fondò Blitzquotidiano, un giornale online agile, fatto di giovani e tecnologia essenziale. “Sto lavorando per garantire un futuro oltre la mia esistenza”, scriveva, come se anche il congedo dovesse essere pianificato con razionalità.
Schivo e poco mondano, Benedetto guardava alla propria vita come a un prodotto storico, testimonianza del progresso dell’Italia repubblicana e della sua appartenenza alla sfera occidentale. Nei suoi ultimi scritti tornava spesso sul tema della fine, citando Giobbe e il Vangelo, senza patetismi. Con la sua morte si chiude una stagione dell’editoria italiana: quella in cui la competenza contava più della visibilità e il potere si esercitava con discrezione. Una vita lunga, sobria, costruita per sottrazione, ma profondamente intrecciata con la storia del Paese.
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