Quest’estate è scoppiato lo scandalo del gruppo Facebook Mia Moglie dove una serie di uomini si vantavano delle proprie partner pubblicando foto senza il loro consenso. Dopo diverse segnalazioni il gruppo è stato chiuso e adesso sono in corso diverse indagini per risalire ai fautori di questa pagina che ha creato un caos non solo mediatico, ma soprattutto legale, poiché le denunce sono state innumerevoli.
Adesso la Polizia di Stato ha eseguito i decreti di perquisizione emessi dalla Procura di Roma nei confronti dei soggetti coinvolti in questo gruppo. Le indagini hanno portato all’identificazione di una donna di 52 anni, di un ragazzo di 24. Mentre il titolare dell’account sarebbe un leccese morto il 30 marzo 2025.
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Durante le perquisizioni, condotte dagli operatori specializzati della Polizia Postale e della Sicurezza Cibernetica, in particolare dal C.O.S.C. di Bari e dalla S.O.S.C. di Lecce, sono stati sequestrati i dispositivi informatici rinvenuti, che saranno ora analizzati per accertare le responsabilità degli indagati.
A seguito della segnalazione della Polizia Postale, il gruppo Facebook (composto da migliaia di utenti che condividevano e commentavano immagini di donne, presentate come mogli o compagne e presumibilmente pubblicate senza il consenso delle persone ritratte) è stato definitivamente rimosso dalla piattaforma, che ha collaborato con gli investigatori.
Gruppo Mia Moglie, il supporto di Annamaria Bernardini De Pace
Il gruppo Facebook Mia Moglie si trattava di una comunità con migliaia di uomini che condividevano foto di donne, spesso presentate come mogli o compagne, accompagnandole con commenti sessisti o denigratori. Molte di queste immagini, secondo gli investigatori, erano state pubblicate senza il consenso delle donne ritratte.
La Polizia Postale, una volta ricevuta la segnalazione, ha avviato le indagini e Facebook ha collaborato chiudendo definitivamente il gruppo. L’episodio ha sollevato un forte dibattito sulla tutela della dignità femminile e sulla responsabilità delle piattaforme digitali.
Nella questione era subentrata anche l’avv. Bernardini De Pace, che aveva annunciato di voler rappresentare legalmente le donne coinvolte. Propone una class action contro Facebook, sostenendo che la piattaforma avrebbe dovuto vigilare meglio e impedire la diffusione di contenuti lesivi della privacy e dell’immagine delle persone. Dicendo anche che avrebbe assistito le vittime chiedendo solo un compenso simbolico.
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