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Gino Cecchettin difende l’educazione affettiva nelle scuole: “È l’unica risposta sistematica possibile”

"Se non cambiamo la cultura che genera la violenza, continueremo a piangere altre Giulie, altre famiglie, altre vie spezzate", ha tuonato, sottolineando che il suo obiettivo non è quello di chiedere punizioni o leggi più dure, in quanto l'azione deve svolgersi prima del processo, ovvero prima che la tragedia si verifichi

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A due anni dalla morte di Giulia Cecchettin, la 21enne uccisa dall’ex fidanzato, Filippo Turetta, con 75 coltellate, il padre Gino è tornato a parlare di violenza di genere, femminicidi e modalità di prevenzione. Una battaglia che l’imprenditore ha intrapreso sin dal giorno della tragedia, volendo trasformare la sofferenza per la morte della figlia in un motore per il miglioramento del Paese.

Questi due anni li ho passati nel dolore“, ha raccontato in un’intervista a La Stampa, chiarendo di essere giunto in un momento della sua vita in cui la razionalità ha preso il sopravvento. Il riferimento è alla decisione di accettare la sentenza all’ergastolo per l’omicidio di sua figlia, senza procedere con l’appello per cercare di ottenere il riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e stalking.

A volte bisogna decidere di usare le energie per quello che serve davvero, e non per un riconoscimento che sarebbe solo un esercizio di giurisprudenza“, ha spiegato nella sua intervista, chiarendo che altri due o tre anni di processo non avrebbero portato a nulla di concreto, se non ad uno sforzo mentale estremo.

Cecchettin in commissione femminicidi: “L’educazione affettiva aggiunge a tutti rispetto”

In questa stessa giornata, poi, Gino Cecchettin è stato audito in Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Nel corso del suo intervento, il padre di Giulia Cecchettin ha voluto evidenziare come l’educazione affettiva non sia un pericolo per la nostra società ma un atto di protezione. “Non toglie nulla a nessuno, ma aggiunger qualcosa a tutti: consapevolezza, rispetto e umanità“, ha sostenuto, aggiungendo che la scuola deve essere il mezzo per cercare di cambiare la nostra società.

Quando la scuola tace parlano i social, parlano i modelli tossici, parlano i silenzi degli adulti“, ha ricordato, mettendo in luce il dovere del governo di armare i giovani con gli strumenti adatti per sapersi orientare e per formarsi in tutti i sensi, anche in quelli riguardanti il rispetto per l’altro. “Credo che la scuola sia l’unica risposta sistematica possibile“, ha aggiunto, chiarendo che i tribunali non sono affatto un deterrente per queste tragedie.

Proprio in questo quadro, quindi, si inserisce l’azione della Fondazione Giulia Cecchettin, che si impegna affinché nessun’altra famiglia debba subire quanto vissuto dalla sua. “Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo cambiare ciò che sarà. Per Giulia e per tutte le Giulia che verranno“, ha dichiarato pubblicamente, auspicando che quanto avvenuto non si ripresenti mai più.

Cecchettin in commissione femminicidi: “La violenza di genere è un fenomeno strutturale radicato nella nostra società”

Se non cambiamo la cultura che genera la violenza, continueremo a piangere altre Giulie, altre famiglie, altre vie spezzate“, ha tuonato, sottolineando che il suo obiettivo non è quello di chiedere punizioni o leggi più dure, in quanto l’azione deve svolgersi prima del processo, ovvero prima che la tragedia si verifichi.

Oggi la violenza di genere viene spesso raccontata come un’emergenza, ma non lo è in quanto è un fenomeno strutturale radicato nella nostra cultura, nei linguaggi, nei modelli di relazione e negli stereotipi che continuiamo a tramandare“, ha continuato Gino Cecchettin, chiedendo che davanti a questi episodi non si rimanga più in silenzio.

Cecchettin ha dichiarato di essere rimasto particolarmente colpito dalle morti di Barbara Belotti e di Jessica Stapazzollo, in quanto sarebbero state dal suo punto di vista “due occasioni dove forse potevamo fare di più, perché in un caso c’era stata una denuncia e nell’altro c’è stato un malfunzionamento o addirittura il braccialetto elettronico che è stato disattivato“.

Cecchettin ha quindi concluso il suo intervento, esortando a prendere in considerazione l’educazione affettiva nelle scuole, in quanto “parlarne significa insegnare ai ragazzi che l’amore non è possesso, che la forza non è dominio, che il rispetto è la base di ogni relazione“. Un impegno sempre più necessario, come dimostrano i continui femminicidi che si verificano nel nostro Paese.

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