Il caso di Delitto di Garlasco riaccende il confronto sulla giustizia italiana, sulle impugnazioni delle sentenze e sul ruolo dei media nei grandi casi giudiziari.A intervenire, oggi, è stata l’Associazione Nazionale Magistrati,che ha scelto una linea prudente ma netta: rispetto per il lavoro della magistratura, nessun commento sul merito delle indagini e un forte richiamo contro la spettacolarizzazione dei processi.
A margine dell’assemblea straordinaria dell’Anm in corso a Roma, il presidente Giuseppe Tango ha aperto alla possibilità di un confronto tecnico su un’eventuale riforma del sistema delle impugnazioni, portata all’attenzione nei giorni scorsi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Proprio lui aveva definitosbagliata la norma che consente di arrivare a una condanna definitiva anche dopo due assoluzioninei precedenti gradi di giudizio, facendo esplicito riferimento alla vicenda diAlberto Stasi.
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“Se Nordio, il legislatore o il Governo vorranno affrontare il tema dell’impugnazione delle sentenzee avremo un testo davanti come sempre saremo pronti a dare il nostro contributo tecnico”. Queste le parole di Tango che lasciano intendere una disponibilità al dialogo istituzionale, ma senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria che, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, continua a dividere opinione pubblica ed esperti.
L’Anm sui media nella giustizia
Molto più duro il richiamo dell’Anm sul rapporto tra informazione e giustizia. Il segretario del sindacato, Rocco Maruotti, ha parlato apertamente di processo mediatico”,sottolineando i rischi di una narrazione spettacolarizzata delle indagini.
“La prima vittima del processo mediatico è la presunzione di innocenza”, ha affermato Maruotti. L’indagato diventa un presunto colpevole in attesa di giudizio. Pur riconoscendo l’importanza della cronaca giornalistica e il diritto dei cittadini all’informazione, è fondamentale evitare di trasformare il processo in uno spettacolo, poiché si tratta di una questione di estrema serietà.
Il segretario dell’Anm ha invitato ad attendere gli sviluppi investigativi prima di esprimere giudizi. Sulla stessa linea anche Tango, che ha ribadito comel’Anm non sia un quarto grado di giudizio e non esprimerà valutazioni sul singolo caso per rispettodel lavoro di chi se ne occupa e dei familiari delle vittime.
Il genetista Ricci: “Le nuove indagini vanno molto oltre il Dna”
Nel frattempo, nuove dichiarazioni riaccendono il dibattito investigativo. A parlare è statoil genetista Ugo Ricci, tra gli esperti che contribuirono alla riapertura dell’indagine grazie all’analisi del Dnarinvenuto sotto le unghie della vittima, compatibile, secondo la consulenza, con il ramo paterno di Andrea Sempio.
Ricci ha spiegato che quel materiale genetico, da solo, non sarebbe stato sufficiente per una condanna. Secondo il genetista, però,la nuova inchiesta avrebbe ormai assunto dimensioni molto più ampie, facendo emergere un quadro investigativo molto vasto e anche inquietante, in cui le prove tecniche hanno un ruolo rafforzativo.
Ricci ha definito il Dna e la cosiddetta “impronta 33” attribuita dalla Procura di Pavia a Sempio come “i due grimaldelli” che hanno consentito la riapertura del caso, sostenendo però che gliinvestigatori si sarebbero mossi anche sulla base di ulteriori elementi.
Le critiche alle prime indagini
Il genetista ha inoltre espresso una valutazione molto critica sul primo impianto investigativo che portò alla condanna definitiva di Stasi. Secondo Ricci,un momento decisivo sarebbe stato l’annullamento del fermo di Stasidopo gli errori legati alle presunte tracce di Dna sui pedali della bicicletta sequestrata all’epoca.
“I Ris sbagliarono, ovviamente in modo colposo”, ha detto, sostenendo cheda quel momento le indagini avrebbero continuato a svilupparsi in un’unica direzione.Parole destinate ad alimentare ulteriormente il dibattito su uno dei casi giudiziari più discussi della cronaca italiana recente, mentre politica, magistratura e opinione pubblica continuano a interrogarsi sui limiti del sistema processuale e sul delicato equilibrio tra diritto all’informazione e tutela della presunzione d’innocenza.
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