Poteva essere salvato Francesco Gianello, il ragazzo di Cistabissara, nel Vicentino, morto nel 2024 a soli 14 anni a causa di un osteosarcoma, un tumore al femore. A sostenerlo sono i periti della Corte d’Assise di Vicenza, chiamati a esprimersi nel processo che vede imputati i genitori del ragazzo, accusati di omicidio volontario con dolo eventuale.
Secondo la perizia, Francesco avrebbe potuto essere curato attraverso i protocolli ospedalieri, basati su trattamenti chemioterapici e chirurgici. La famiglia, invece, si sarebbe affidata al cosiddetto metodo Hamer, ricorrendo a pratiche alternative come impacchi d’argilla e antinfiammatori.
La storia di Francesco
A firmare la relazione sono l’anatomopatologo Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, responsabile dell’Oncoematologia pediatrica del Regina Margherita di Torino, nominati dai giudici per chiarire se il ritardo nell’avvio delle cure abbia avuto un ruolo determinante nell’evoluzione della malattia e nella morte del quattordicenne.
A Francesco il tumore era stato diagnosticato nel dicembre del 2022. Il ragazzo era in cura all’ospedale Rizzoli di Bologna, dove aveva ricevuto la diagnosi. I medici avevano chiesto di effettuare una biopsia per poter avviare il percorso terapeutico, ma i genitori ritirarono il loro consenso.
Nella ricostruzione della vicenda assume particolare rilievo il periodo compreso tra il 15 marzo e il 25 aprile del 2023. Quaranta giorni che, secondo i periti, si sarebbero rivelati decisivi. I genitori si erano infatti affidati al dottor Matteo Penzo, seguace del medico tedesco Ryke Geerd Hamer, radiato dall’Ordine e morto nel 2017. Secondo quanto raccontato dai familiari, Penzo avrebbe sostenuto che la malattia potesse espandersi.
L’inizio delle cure al tumore col metodo Hamer
Fu lo stesso medico, secondo quanto riportato, a suggerire alla famiglia la permanenza nella comunità Valdibrucia, in Toscana, dove erano presenti naturopati, riflessologi e nutrizionisti. Alla base dell’approccio seguito dalla famiglia vi era la convinzione, legata al metodo Hamer, che il cancro fosse il risultato di un conflitto interiore e che, una volta risolto, potesse scomparire.
Solo alla fine di aprile del 2023, quando le condizioni del ragazzo precipitarono, la famiglia lo portò in ospedale a Perugia. Secondo la relazione dei periti, nel marzo di quell’anno l’osteosarcoma era ancora localizzato, operabile e non metastatico. Il ritardo nella diagnosi e nel trattamento avrebbe però inciso in modo significativo sull’evoluzione della malattia.
Gli esperti hanno stimato che l’attesa di quei quaranta giorni abbia ridotto le possibilità di sopravvivenza a cinque anni di Francesco dal 74,8 al 40 per cento. Una conclusione che si contrappone alla posizione della difesa, secondo cui non vi sarebbe un nesso tra le scelte dei genitori e il decesso del ragazzo.
La perizia individua possibili farmaci tossici
La perizia ha inoltre introdotto una nuova ipotesi, relativa all’eventuale utilizzo di farmaci neurotossici da parte dei seguaci del metodo Hamer, tra cui l’Artemisia. Nella lettera di dimissione dall’ospedale di Perugia venivano infatti segnalati diversi sintomi: annebbiamento della vista, scarsa coordinazione motoria, debolezza agli arti e agitazione. Sarà ora il processo davanti alla Corte d’Assise di Vicenza a entrare nel merito delle conclusioni contenute nella perizia. La prossima udienza, nel corso della quale verrà discussa la relazione degli esperti, è prevista per il 16 settembre.
Al centro della vicenda resta la morte di Francesco Gianello e la domanda sulle possibilità che il ragazzo aveva di sopravvivere. Per i periti nominati dalla Corte, il ritardo nell’avvio delle cure avrebbe ridotto drasticamente quelle possibilità: secondo le conclusioni depositate nel processo, il quattordicenne di Cistabissara poteva essere curato e avrebbe potuto salvarsi.
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