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Frame presenta Fermo immagine, istanti musicali come frammenti di vita | INTERVISTA

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Frame

Frame, nome d’arte di Francesco Melito, è un rapper, autore, produttore musicale romano classe 2003. Quello di Frame è un viaggio che parte dall’infanzia ed arriva sino ad oggi, passando attraverso ciò che chiamiamo “vita”. É attraverso il rap marcato da uno stile innovativo che il suo nuovo disco “Fermo immagine” prende forma.

  1. In che modo il tuo nome d’arte è collegato al titolo del tuo album? E perchè hai scelto proprio di chiamarti “FRAME”? 

Il titolo del mio album “FERMO IMMAGINE” è la traduzione del mio nome d’arte, FRAME. Mi chiamo Francesco Melito e FRAME nasce dall’unione della prima sillaba del mio nome e della prima sillaba del mio cognome. Fin dall’inizio mi è sembrato qualcosa che mi rappresentasse, non solo per il suono, ma anche per il significato che porta con sé. Tra le diverse traduzioni della parola “frame”, quella che sento più vicina è “cornice”. È un’immagine che racchiude perfettamente il mio modo di vivere la musica e di raccontarmi. Attraverso le mie canzoni parlo di esperienze, emozioni, persone e momenti vissuti, ma non voglio essere io il centro assoluto del racconto. Mi piace pensare di essere una cornice: il perimetro che contiene e dà forma a tutto ciò che racconto, lasciando che siano le storie in cui gli altri possono ritrovarsi a occupare il centro della scena.

  1. Nel tuo disco parli di “trappole”: c’è qualcosa nella tua vita che hai vissuto come una vera e propria trappola? Se si, ti ha cambiato? 

Sì, le relazioni. In passato ho vissuto rapporti che, col tempo, si sono rivelati tossici. Davo tutto me stesso agli altri, ma spesso finivo per non lasciare nulla a me. Avevo paura della solitudine e pensavo di non essere abbastanza forte per stare bene da solo, come se avessi sempre bisogno di qualcuno accanto per sentirmi completo. Questa è stata una vera e propria trappola, perché mi ha portato a mettere i bisogni degli altri davanti ai miei. è stata proprio la musica ad aiutarmi ad uscire da questa trappola. Per me è una vera terapia.

  1. Affronti, in una delle tue tracce, il tema delicato dell’ ADHD: come ti prendi cura del tuo flusso di pensieri? 

L’ADHD è una condizione che mi spaventa, perché ci convivo da sempre. Sono sempre stato un ragazzo iperattivo, con un flusso di pensieri continuo e difficile da controllare. Il momento in cui la percepisco di più è durante la fase creativa musicale: parto da un’idea di cui sono convintissimo, mi sembra quella giusta, e poi mi ritrovo a fare tutt’altro senza nemmeno accorgermene.

Per molto tempo, quando non ero ancora consapevole di questa mia caratteristica, pensavo che il problema fossero le idee. Credevo di abbandonarle perché non fossero abbastanza valide, quando in realtà spesso era semplicemente la mia mente che correva più veloce di me e mi portava altrove.

Mi succede anche nelle cose più semplici. A volte leggo una pagina di un libro e resto dieci minuti sulla stessa frase, perché nel frattempo ho già imboccato decine di altri pensieri. E fidatevi, non è piacevole come qualcuno potrebbe immaginare.

Per questo mi infastidisce vedere quanto spesso oggi il tema venga affrontato con leggerezza o trasformato in un’autodiagnosi. Per chi lo vive davvero, non è una moda né una particolarità simpatica del carattere.

Negli anni ho trovato un aiuto enorme nella scrittura. Quando scrivo cerco di impormi una direzione e di restare il più possibile focalizzato su quello che voglio raccontare. A volte è uno sforzo enorme, ma è anche il modo che ho trovato per mettere ordine nel caos. Ci convivo, non sempre facilmente, ma va bene così.

  1. Hai mai pensato che è proprio grazie all’io bambino che è in te che riesci a credere così tanto in questo percorso artistico?

Assolutamente sì. Da piccolo inseguivo tutto quello che mi appassionava senza chiedermi se fosse realistico o meno, semplicemente ci mettevo dedizione. E in fondo è lo stesso approccio che ho ancora oggi.

Ricordo che spesso iniziavo un hobby perché lo aveva iniziato mio fratello. A un certo punto lui perdeva interesse, mentre io continuavo, magari per anni. Questa cosa mi ha insegnato che quando sento qualcosa come veramente mia, faccio fatica a lasciarla andare.

Penso che sia proprio quel bambino a permettermi ancora oggi di credere così tanto nella musica. È la parte di me che non si preoccupa troppo del giudizio degli altri, che riesce ad avere i paraocchi quando serve e ad abbracciare fino in fondo le proprie idee. Crescendo diventiamo più razionali e più prudenti, ma io cerco di non perdere mai quella capacità di credere in qualcosa con entusiasmo e ostinazione.

  1. Qual è la difficoltà che, da artista emergente, riscontri nel fare musica in un mondo iper tecnologico ma molto critico dal punto di vista economico?

La difficoltà più grande oggi è trovare un equilibrio tra il tempo che dedichi alla musica e quello che devi dedicare a tutto il resto. Essere un artista emergente non significa solo scrivere canzoni: significa essere presente sui social, creare contenuti, seguire la comunicazione e cercare di rimanere visibile in un flusso continuo di informazioni.

La tecnologia ti permette di arrivare ovunque senza grandi mezzi economici, ma allo stesso tempo rischia di spostare l’attenzione dalla musica al contorno. A volte ho la sensazione che un artista debba dimostrare di essere bravo a fare marketing prima ancora che a fare musica.

Dal punto di vista economico la sfida è avere la pazienza di investire tanto senza avere garanzie di ritorno. Per questo credo che oggi servano due cose: una grande passione e una visione molto chiara di quello che si vuole diventare. Se fai questo percorso solo per inseguire i numeri prima o poi ti stanchi, se invece lo fai perché senti di avere qualcosa da dire, trovi sempre un motivo per andare avanti.

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