Si stringe il cerchio degli inquirenti sullareperibilitàdel veleno che ha portato alla morte della madre e della figlia avvelenate con laricina. Un dettaglio, che potrebbe dare ulteriori indizi agli agenti sul caso delle due donne avvelenate. Un’inchiesta particolarmente complessa sulla quale fare luce si sta rivelando più difficile del previsto.
Dopo aver ascoltato sia l’altra figlia che il padre, l’attenzione degli inquirenti verte ascoprire dove il presunto assassino abbia potuto reperire un veleno tanto difficile da ottenere. Inizialmente, gli agenti avevano pensato che qualcuno lo avesseacquistato dal dark web, ovvero il lato nascosto di internet. Secondo quanto riportaRepubblica, questa ipotesi sembra essere messa da parte dopo che le forze dell’ordine hanno ascoltato più di quaranta testimoni.
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Nei giorni scorsi, infatti, la squadra mobile di Campobasso è andata a fare degliaccertamenti presso l’istituto professionale di stato per l’agricoltura e l’ambiente di Riccia, che si trova a 17 chilometri da Pietracetella (il paese delle vittime). Gli accertamenti, si sono svolti per comprendere sela pianta da cui si potrebbe estrarre il veleno, sia presente nelle campagne della zona. Inoltre, gli inquirenti hanno cercato di comprendere se, il procedimento per l’estrazione possa essere fatto anche da persone comuni.
L’ipotesi del dark web per ora è accantonataanche perché al momentol’inchiestadella Procura di Larino è ancoracontro ignoti, quindi non si possono svolgere le verifiche su nessun tipo di dispositivo elettronico. Attualmente, infatti, la procuratrice Elvira Antonelli sta attenendo i risultati delle analisi del centro antiveleni di Pavia. Quest’ultimi rappresentanol’esito ufficiale sia sui campioni delle due donne sia su quelli del padre Gianni di Vita. Il quotidiano riporta, infine, indiscrezioni provenienti da fonti qualificare che sarebbe confermata la positività alla ricina sulle due donne ma non per De Vita.
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