È un nodo allo stomaco, che si aggroviglia sempre di più ogni anno che passa, ad ogni giudizio lanciato. Si tratta di un disagio che molte donne avvertono, di una pressione schiacciante dimostrata dagli ultimi dati emersi in tema di denatalità.Aumenta l’età media al momento del parto: nel 2025 è arrivata a 33,4 anni per le donne italiane.
Questo dato riportato dal Rapporto sull’evento nascita del ministero della Salute ha da subito fatto discutere: madri sempre meno giovani, calo delle nascite, famiglie che rinunciano ad avere il secondo o il terzo figlio. Così nello stomaco di molte donne quel nodo si è stretto un po’ di più. Il dato che rende ancor più tese le due estremità è che nel 2025 sono state registrate 353.240 nascite contro le 370.577 del 2024.
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Secondo il “Dossier natalità 2026: volere o potere” della Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat, il problema non è culturale. Oltre 6 italiani su 10 in età feconda hanno dichiarato di aver rinunciato ad avere figli perostacoli economici e sociali. Le coppie rinunciano a volte per necessità, per paura, a causa di un’incertezza che pesa. Siamo al minimo storico dal secondo dopoguerra. C’è qualcosa che fa pesare ulteriormente il fatto che molti italiani rinunciano ad avere figli per questi ostacoli: è la consapevolezza.
Denatalità: le donne non viste e quel 50/50 che non esiste
Dal report emerge un dato che riporta una verità schiacciante. Quasi una donna su due (49,9%) teme ripercussioni sulla propria carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini. Con un solo stipendio di media è tendenzialmente impossibile portare avanti una famiglia, ma il lato economico è solo la punta dell’iceberg. Portare avanti una gravidanza e affrontare il post partum sono argomenti che ultimamente prendono sempre più piede tra le nuove generazioni.
Le giovani donne hannopaura della solitudine,di non essere comprese dal partner,di sostenere il peso della maternità da sole. Un 50/50 che nei fatti è davvero ancora lontano: a febbraio il governo e la maggioranza hannobocciato la proposta delle opposizioni sul congedo paritario, che aveva come obiettivo quello di assottigliare la differenza dei mesi che spettano a padre e madre, alzando l’indennità dall’80% al 100%. Nonostante il bonus mamme, i mille euro per ogni figlio nato, bonus nido, sport, libri e centri estivi c’è una possibile lettura che continua a tirare le due estremità del nodo: dei bambini se ne devono occupare le donne. Stando più mesi a casa, automaticamente la responsabilità resta la loro.
Intervistato da Repubblica, Francesco Billari, demografo che guida l’Università Bocconi, sottolinea che adesso “i bambini li fai quando ti senti al sicuro, quando hai davanti una prospettiva di lungo periodo, tendenzialmente quando tutti e due i genitori stanno bene”.
Ma per Billari il problema reale è che anche quando si arriva ad una situazione ideale ci si ferma ad un figlio: “Nelle realtà internazionali dove non accade c’è un sistema che ti accoglie quando arriva un bambino. Ci vuole un’esperienza attorno alla nascita del primo figlio che non sia scoraggiante per il dopo,non deve essere qualcosa di traumatizzante. Non si può restare in coda perché non ci sono posti negli asili, non si può tornare al lavoro dopo la maternità e sentirsi maltrattati o discriminati”. Per il demografo un altro punto fondamentale è che “bisogna far sì che i datori di lavoro consentano ai papà di esserlo appieno”.
Maternità come lusso nell’era della consapevolezza
Anche quando una coppia si sente sicura nell’affrontare la nascita di un figlio si riscontrano difficoltà. Spesso due persone che hanno una relazione stabile aspettano il matrimonio, due lavori più che stabili e avere un tetto sopra la testa. Questo “aspettare il momento giusto” si chiama consapevolezza, del fatto che serve stabilità, risparmi e una rete di persone pronta a sostenere i neogenitori. Attualmentequesti obiettivi però vengono raggiunti oltre i 30 anni. Questo vuol dire che a volte per una coppia aumentano le difficoltà. Qualcuno ricorre alle Pma (Procreazione medicalmente assistita), ma non è un percorso facile: possono volerci svariati tentativi, soldi, e davvero tanta forza.
Così la pressione sociale alla quale sono sottoposte le donne trova una distensione in una scelta: quella dicongelare gli ovociti. In Italia si parla ben poco di questa pratica, detta anche social freezing. L’età consigliata nel nostro Paese viaggia tra i 25 e i 35 anni, ma anche qui c’è un costo: in Italia varia tra i 4.000 e i 6.500 euro per il primo anno, con l’aggiunta tra i 150 ai 400 euro l’anno per la conservazione.
Oltre ai costi da sostenere, il punto centrale restail giudizio che ogni donna affronta sulle proprie scelte. Così vengono messi da parte quei sentimenti che hanno reso quel nodo allo stomaco talmente stretto da fare male: il timore della solitudine, di accantonare desideri e aspirazioni personali. E quella sensazione costante di dover adattare il proprio corpo ai ritmi di una società.
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