“Sono soltanto bambini“, così la madre di uno dei baby rom accusati di aver travolto e ucciso Cecilia De Astis, risponde a La Repubblica, cercando di giustificare il gesto compiuto dai 4 minori. Hanno tra gli 11 e i 13 anni i bambini accusati di essere saliti a bordo di un’auto rubata e di aver falciato e ucciso una 71enne milanese, morta sul colpo nel quartiere Gratosoglio di Milano.
- La morte di Cecilia De Astis occupa l’attenzione dell’opinione pubblica
- De Astis, i piccoli fanno ritorno a casa nella notte
- De Astis, la Procura non ritiene necessario trasferire i piccoli in una comunità
- Salvini: su mancata integrazione e disagio sociale chiede l’eliminazione della baraccopoli
- De Astis, la posizione del Sindaco di Milano
Una tragedia che brucia e addolora, soprattutto per tutte le implicazioni che porta con sé. I quattro sospettati sono tutti di etnia Rom. Tre maschietti e una femminuccia, due sono fratelli tra loro. Sono stati individuati dalle forze dell’ordine grazie alle magliette che indossavano i tre maschi. Su di essa i famosissimi Pokemon, simbolo di quell’infanzia che lunedì si è conclusa per tutti e quattro i giovanissimi.
La morte di Cecilia De Astis occupa l’attenzione dell’opinione pubblica
Le domande su quanto avvenuto sono numerosissime. Perché i bambini erano a bordo di un’auto rubata? Perché un 13enne si è sentito in grado di mettersi al volante e guidarla? Dove erano i loro genitori? Intanto, a Milano si riaccende lo scontro tutto politico sul futuro dei campi rom del capoluogo milanese. Il centrodestra, in primis il leader della Lega Matteo Salvini, attacca la Giunta comunale di Beppe Sala, per un presunto immobilismo.
Il sindaco risponde che ogni azione contro questi accampamenti è gestito in Prefettura, organo che si rifà direttamente al Viminale, ministero del governo. Intanto, in Italia il tema dei campi rom infuoca per tutti gli stereotipi e le accuse che riguardando i cittadini nomadi. La morte di Cecilia De Astis, quindi, rinfuoca i dibattiti e promette di occupare l’attenzione dell’opinione pubblica ancora a lungo.
Il racconto a La Repubblica di una delle madri dei sospettati chiarisce qualche aspetto della vicenda. Lunedì scorso, i bambini si sarebbero allontanati dal campo senza chiarire le loro intenzioni. “Se li avessimo visti salire in macchina li avremmo fermati“, racconta la donna, visibilmente sconvolta da quanto accaduto. Piange e spiega che questo dolore non è legato solo al futuro di suo figlio, ma anche alla consapevolezza che l’unica vittima di questa vicenda è una donna innocente.
De Astis, i piccoli fanno ritorno a casa nella notte
I piccoli hanno fatto ritorno solo con il buio, forse nel tentativo di sfuggire alle forze dell’ordine. Inizialmente non avrebbero detto nulla poi, a notte fonda, si sarebbero liberati di quel peso troppo grave per i loro piccoli corpi. “Si sono messi a piangere“, racconta ancora la donna, aggiungendo che i minori avrebbero confessato tutto ciò che era accaduto. Prima, la decisione di prendere la macchina, poi lo sbandamento e infine la tragedia. I bambini, però, non si sono fermati a prestare soccorso, ma sono scesi dall’auto e si sono allontanati a piedi.
Il giorno dopo, gli agenti sono arrivati all’accampamento. “Erano qui di mattina“, conferma la donna, mentre ferma un vigile per chiedere quale sarà il destino di suo figlio e degli altri giovanissimi. Proprio su questo nodo, ora, si dipana la questione. I sospetti hanno tutti meno di 14 anni e non sono perseguibili penalmente. Proprio per questo, nella serata di ieri, hanno lasciato il commissariato e sono tornati nel campo di via Selvanesco.
De Astis, la Procura non ritiene necessario trasferire i piccoli in una comunità
La Procura dei Minorenni di Milano, come riporta La Stampa, ha deciso che per il momento non c’è necessità di trasferirli in una comunità. Affinché tale decisione sia presa, infatti, è necessario che i piccoli manifestino una “pericolosità sociale“. L’atto che presumibilmente avrebbero compiuto, invece, rientra nei reati colposi. Eppure, le strade che ora si aprono sono numerose.
Lo stesso sindaco Sala, intervenendo ieri sulla questione, ha spiegato che le famiglie di questi bambini dovranno “render conto” di quanto avvenuto. Al momento, quindi, non si esclude che le madri dei minori possano andare incontro ad un processo penale. La Procura ordinaria starebbe infatti riflettendo su eventuali profili di cooperazione nell’incidente per omessa vigilanza dei minori.
Inoltre, è possibile che i quattro ragazzini vengano allontanati dalle rispettive famiglie, ritenute forse inadeguate e quindi responsabili dei danni provocati dai figli. Una tragedia nella tragedia, insomma, a dimostrazione di come ad ogni gesto facciano sempre seguito delle conseguenze. Al momento, sulla scrivania del Procuratore è aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio aggravato e omissione di soccorso. Non vi è nessun iscritto nel registro degli indagati, in attesa che le indagini facciano il loro corso.
Eppure, nessuna inchiesta potrà porre fine al dibattito che ciclicamente si infuoca sul superamento dei campi Rom. In Italia, secondo i dati raccolti fino al 2024, sono presenti 106 insediamenti formali all’aperto, distribuiti in 75 Comuni e 13 Regioni. A questi, vanno aggiunti i circa 2mila rom residenti in baraccopoli informali, non riconosciute dalle autorità locali e che spesso versano in condizioni critiche, come riporta l’Associazione 21 luglio, non profit che supporta gruppi e individui in condizione di marginalità estrema.
Salvini: su mancata integrazione e disagio sociale chiede l’eliminazione della baraccopoli
Come risolvere un problema di mancata integrazione e di disagio sociale come quella che solitamente caratterizza queste situazioni? La distruzione dei campi rom, evocata anche ieri dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, prevede l’allontanamento dei “residenti” dal campo e l’eliminazione della baraccopoli. Nulla però vieta ai cittadini nomadi di spostarsi in un altro punto della città o del Paese per dare vita ad una nuova residenza.
Il superamento dei campi rom, quindi, si presenta come il tentativo di inclusione sociale di tali etnie, attraverso la promozione di azioni complesse e di interventi finalizzati al miglioramento della vita di queste persone. L’Italia, sempre secondo l’Associazione 21 luglio, è il Paese europeo che ha investito di più nella progettazione, realizzazione e gestione di questi insediamenti, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Paese dei campi“.
Dal 2018, però, si è fermata la costruzione di nuovi campi e sono stati inaugurati i nuovi piani per l’accompagnamento dei nomadi verso soluzioni abitative tradizionali. I progressi sono stati enormi: nel 2010 erano 40mila le persone che vivevano in circa 250 insediamenti in tutto il Paese, mentre nel 2024 erano 13.100 in 106 campi. Un successo che dimostra l’impegno di un Paese verso una soluzione concreta e basata sulla pura e semplice inclusività.
De Astis, la posizione del Sindaco di Milano
Un concetto che ha cercato di esprimere lo stesso sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Rispondendo alle accuse del centrodestra, il primo cittadino ha cercato di chiarire i passi in avanti compiuti dalla sua città nell’ambito del superamento dei campi rom. In 12 anni, dal 2013 al 2024 ne sono stati chiusi 24, di cui 4 autorizzati, in tutta la città. Un risultato ben diverso da quello portato a termine dalle Giunte di centrodestra, che invece, ne avrebbero chiuso solamente uno.
Eppure, il problema della convivenza tra realtà differenti come quella rom e quella italiana è ben più complesso. Razzismo, stereotipi e timore verso tradizioni ben diverse dalle nostre rischiano di fermare ogni progetto e avanzamento. A ciò si aggiunge la chiusura di una popolazione nomade, che non è abituata a condividere o ad aprire i propri orizzonti. I risultati registrati sul fronte dell’inclusione scolastica, ad esempio, sono scarsi in quanto vi è una minima partecipazione delle famiglie nomadi.
La questione, dunque, è più complessa di quanto sembri. I processi di inclusione e integrazione faticano a prendere piede e l’Italia continua dunque a convivere con una parte della popolazione che vive blindata, lontano da occhi indiscreti. Eppure, la morte di Cecilia De Astis ha riportato alla luce il problema. Il pericolo, ora, è che la violenza tra i due popoli torni a manifestarsi più forte di prima.
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