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Crans Montana, Rozerin Ozkaytan: “Ora voglio solo giustizia e vedere in faccia i Moretti”

Rozerin Ozkaytan, una delle vittime dell'incendio a Crans Montana, racconta i fatti di quella sera e chiede giustizia. È importante che quello che è successo non accada più e non venga dimenticato

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Dolore profondo, rabbia e paura. È tutto ciò che resta della tragedia di Crans Montana, un disastro che ha spezzato giovani vite e ne ha segnate altre per sempre. Le cicatrici sul volto, i capelli rasati, le mani guantate e l’impossibilità di esporsi al sole per almeno due anni raccontano solo una parte di ciò che Rozerin Ozkyatan, diciotto anni, porta addosso.

Molto più evidenti sono le ferite invisibili: lo sguardo stanco, spento e impaurito di chi convive con incubi notturni e ricordi che non concedono tregua. La notte di capodanno Roze era al Constellation come community manager. Dopo settimane trascorse in coma in un ospedale del Belgio, oggi è ricoverata in una clinica di Morges, vicino Losanna. Dalla sua stanza chiede giustizia e, soprattutto, che quanto vissuto da lei e da oltre 300 ragazzi non venga dimenticato.

In un’intervista esclusiva per La Repubblica, Roze racconta i momenti precedenti al disastro. Il suo compito nella serata era semplice: scattare foto e girare video per Instagram. Proprio in uno di questi filmati – ora nelle mani delle autorità- sarebbe visibile Cyane, la cameriera con il casco, seduta sulle spalle di un ragazzo mentre reggeva bottiglie con le candele pirotecniche. Subito dopo, qualcosa cambia.

Roze si gira e nota un piccolo incendio che inizia a propagarsi sul tetto. Prova invano ad avvisare chi le sta intorno, ma nessuno sembra rendersene conto. Le fiamme non sono ancora visibili, l’allarme non scatta. Poi, all’improvviso, il panico. Spintoni, urla, cadute. Anche Roze finisce a terra. Qualcuno le pesta una gambe, il fuoco le ustiona viso e mani. Solo vedendo una finestra riesce a fuggire e corre a chiedere aiuto.

Nel Constellation a Crans Montana “nessuno sapeva cosa fare”

È qui che il racconto della ragazza si trasforma in accusa. Un’accusa che non riguarda i giovani presenti quella sera, ma chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza. Roze, con un tono a metà tra incredulità e rassegnazione, racconta di non aver visto Jessica Moretti durante i momenti cruciali: probabilmente, dice, era uscita subito, senza aiutare nessuno. L’avrebbe rivista solo dopo, in lacrime davanti al locale distrutto. L’unica azione concreta sarebbe stata la chiamata ai vigili del fuoco. Troppo poco, troppo tardi.

La rabbia di Rozerin nasce soprattutto da ciò che è mancato prima. Lo staff non era preparato a un’emergenza: nessuno sapeva come aprire le uscite di sicurezza, nessuno ha usato un estintore, nessuno aveva un piano. Una catena di omissioni che, forse avrebbe potuto limitare i danni o addirittura evitare la tragedia.

Tra il 2020 e il 2025, racconta Roze, il locale non sarebbe mai stato sottoposto a controlli. Quella sera, inoltre, erano presenti anche minorenni che consumavano alcol. “Il locale non era sicuro”, ribadisce la ragazza. E non per colpa dei giovani presenti. Roze chiede chiarezza, chiede che vengano individuati i responsabili di queste grandi mancanze. È determinata: quando potrà, andrà in tribunale e guarderà negli occhi i Moretti. Non ha paura di loro. La vera paura è un’altra: che tutto possa ripetersi.

Le immagini di quella sera tornano spesso, interrompono il sonno, resistono persino ai farmaci. Roze teme di rimanere sola, ma accanto a lei c’è il padre Huseyin. Ferite così profonde richiedono tempo, forse una vita intera, per rimarginarsi. Eppure, nonostante tutto, la sofferenza non ha spento i sogni. Roze guarda avanti: spera di diventare medico, di approfondire il suo interesse per la neurologia. È il segno più potente che lascia questa storia: anche dopo il fuoco, anche dopo il buio, c’è chi prova ancora a immaginare un futuro.

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