Le vite dei coniugi Jessica e Jacques Moretti, titolari del locale Constellation, sono state travolte dalla strage di Capodanno a Crans-Montana, in cui hanno perso la vita 41 persone, tra cui 6 giovanissimi italiani. Ma se per le famiglie delle vittime il tempo si è fermato la notte dell’incendio, per i coniugi Moretti il dopo è stato segnato da un silenzio lungo e pesante, che ha contribuito ad alimentare l’indignazione, rabbia e sospetto nell’opinione pubblica.
Un silenzio che ha ferito non solo i parenti ma anche i dipendenti del locale, rimasti senza risposte e senza stipendi. Un’assenza di parole che nel contesto di una tragedia di questa portata è apparsa a molti come un’ulteriore frattura difficile da colmare. Quel silenzio si è interrotto ieri, con una lettera indirizzata ai lavoratori del Constellation e con un’intervista esclusiva rilasciata da Jessica Moretti ad un inviato de Il Corriere.
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Crans Montana, la lettera ai dipendenti dei Moretti
Una presa di parola tardiva, arrivata dopo settimane di tensione e dopo l’intervento dei sindacati, sollecitati dai dipendenti che non avevano ricevuto gli stipendi a dicembre. Nella lettera i coniugi spiegano che il pagamento sarebbe stato disposto da Jessica Moretti ma non sarebbe andato a buon fine a causa del congelamento dei conti deciso dalla procura.
La coppia rivendica l’esigenza di rassicurare i dipendenti e dichiarano di sentire il peso della responsabilità morale per quanto accaduto. Rivolgono inoltre un pensiero ai dipendenti morti nella strage, tra cui Cyane, Stephan e Mateo, nomi che per i familiari rimangono ferite aperte, non semplici menzioni.
La lettera diventa anche uno strumento per respingere alcune delle accuse circolate nei giorni successivi alla tragedia. Gli imprenditori negano di essere fuggiti con l’incasso e affermano di essere rimasti sul posto a prestare soccorso.
Le parole di Jessica Moretti sulla strage a Crans Montana
Questa versione è stata ribadita anche da Jessica Moretti nell’intervista, concessa in un bar fuori dal commissariato di Sion, ad un inviato deIl Corriere. “Sono state dette tante bugie. Troppe. Non sono mai scappata. E non scappo nemmeno ora, perché voglio la verità“, ha dichiarato. Parole nette, che segnano una linea difensiva chiara, ma che si collocano in un contesto in cui la verità giudiziaria deve ancora essere accertata e in cui il dolore delle famiglie continua a chiedere risposte.
Jessica Moretti afferma di voler collaborare con gli inquirenti per ricostruire quanto accaduto e restituire chiarezza anche ai parenti delle vittime. Nell’intervista emerge anche un ricordo personale di Cyane, la cameriera con il casco, fidanzata del figlioccio di Jacques. “Mi chiamava “tata Jessica”“, racconta la donna con voce commossa.
Ma al di là delle parole e dei ricordi, resta un dato ineludibile: la strage è avvenuta, le responsabilità sono oggetto di indagine e il dolore non si attenua con le dichiarazioni. Secondo i coniugi, la lettera e l’intervista sarebbero stati l’unico modo possibile per esprimersi, difendersi e contrastare voci ritenute false. Per molti però, la scelta di parlare ora non cancella le omissioni percepite nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, quando, nel silenzio delle famiglie che piangono figli, amici e fratelli, ogni parola ha un peso.
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