Alla luce della terribile tragedia a Crans-Montana rimangono dei quesiti senza risposta.
Dopo la visione dei primi filmati e delle prime immagini, molti nell’opinione pubblica si sono fatti una domanda: perché alcuni dei giovani coinvolti sono rimasti a filmare invece di scappare?
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Secondo il Dott. Simone Capobianchi, terapista psichiatrico, questo fenomeno si chiama “cognitive narrowing”. Un fenomeno psicologico improvviso durante il quale la persona ha una ridotta capacità risolutiva del problema.
Cosa succede allora?
Ci si aggrappa ad azioni semplici e familiari per avere l’impressione che si stia “controllando” ciò che sta succedendo. Il problema non è il telefono, ma il “non sentire” l’emergenza. Il cervello, infatti, in situazioni di stress, non avverte l’allarme e, in modo conseguente, non vede il pericolo.
A chi si interroga su queste reazioni viene spontaneo chiedersi perché rimanere inermi a filmare invece di scappare e mettersi in salvo. Qui nasce il paradosso. Pensiamo di conoscere bene quella dinamica ma in realtà non la conosciamo affatto, non potendo così calcolarne le conseguenze. Ecco il perché alcuni di loro, nel panico e nel caos generale, sono rimasti inermi ed immobili. Hanno continuato a ballare, brindare, divertirsi, come se la festa stesse semplicemente continuando.
Sono da analizzare due aspetti fondamentali: secondo il blog di Centro Leonardo il primo è un dato neuroscientifico. C’è da considerare che fino ai 20/22 anni la corteccia prefrontale (che è l’area del nostro cervello dedita alle funzioni esecutive) non è completamente sviluppata.
Cosa vuol dire?
Vuol due che il nostro cervello non ha la piena facoltà di valutare il rischio, inibire l’impulso, pianificare e scegliere l’azione migliore da compiere nel breve tempo possibile in una situazione complessa.
Dal punto di vista neurofisiologico non possiamo pretendere una risposta lucida da un cervello adolescente. La reazione dei giovani che sono rimasti a filmare è stata automatica, non riflessiva. Essi non hanno colpe. Da qui arriviamo al secondo aspetto ovvero quello del filmare come meccanismo di difesa. Come sostiene la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone la mente, di fronte al trauma improvviso, prende distanza. Avviene così una divisione inconscia tra sé stessi e ciò che sta accadendo intorno.
Il Dott.Capobianchi spiega che, oltre al “cognitive narrowing”, possiamo parlare di “retaggio culturale”: nella società odierna siamo quotidianamente sottoposti alla visione di orrori da non venirne “mai toccati veramente”. Gli incendi, i disastri, la morte sono insiti nel nostro cervello come se fossero una normalità. Il problema non sono i dispositivi tecnologici ma tutte le barriere emotive che vi sono tra noi e la realtà stessa.
Il telefono diventa una protezione, un’azione paradossalmente istintiva che il cervello mette in atto per tutelarsi. Non si tratta di non essere educati al pericolo, bensì di non conoscerlo affatto perché sia su internet che a livello mediatico siamo bombardati da notizie del genere. È come se il cervello si auto-riconfigurasse. In un adolescente è più facile che l’istinto di sopravvivenza sia modulato su parametri a bassa sensibilità: il pericolo diventa familiare, non è più una minaccia.
Non è corretto parlare in questo caso di educazione familiare né di irresponsabilità, i genitori delle vittime non hanno colpe: gli unici ad essere colpevoli di quanto accaduto sono coloro che avrebbero dovuto garantire la sicurezza.
Ciò che è accaduto a Crans-Montana è stata una tragedia.
Una tragedia evitabile.
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