Il caso Bibbiano torna al centro dell’attenzione dopo il deposito delle motivazioni della sentenza del processo relativo ai presunti affidi illeciti di minori nella Val d’Enza, in provincia di Reggio Emilia. Nelle 1.650 pagine che spiegano la decisione pronunciata il 9 luglio 2025, i giudici sottolineano come l’intera vicenda sia stata caratterizzata da un “clamore mediatico” che avrebbe avuto effetti devastanti su tutti i soggetti coinvolti, a partire dai minori e dalle loro famiglie, fino ad arrivare agli imputati e ai testimoni.
Secondo il Tribunale di Reggio Emilia, dal 27 giugno 2019, giorno in cui vennero eseguite le misure cautelari, la risonanza pubblica dell’inchiesta avrebbe inciso profondamente sulle vite personali e sociali dei protagonisti del procedimento, con conseguenze definite “non calcolabili”. Il processo si è concluso con tre condanne, tutte con pena sospesa, a fronte delle richieste della Procura che arrivavano fino a 15 anni di reclusione per i 14 imputati complessivi.
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Il caso Bibbiano: l’inchiesta “Angeli e Demoni”
Il caso Bibbiano nasce nel 2019 da un’indagine della Procura di Reggio Emilia su presunte irregolarità nella gestione degli affidi familiari di minori nella Val d’Enza. L’inchiesta, denominata “Angeli e Demoni”, ipotizzava l’esistenza di un sistema illecito attraverso il quale alcuni bambini sarebbero stati allontanati ingiustamente dalle famiglie d’origine per essere affidati ad altre famiglie o inseriti in percorsi terapeutici ritenuti non adeguati.
In particolare, le indagini si concentrarono sul ruolo dei servizi sociali, di professionisti del settore psicologico e delle strutture coinvolte nella presa in carico dei minori. Il caso assunse rapidamente una dimensione nazionale, diventando uno dei temi più dibattuti nel panorama politico e mediatico italiano degli ultimi anni. Nel corso del processo, durato diversi anni e caratterizzato da 146 udienze e 107 capi d’imputazione, sono state coinvolte 27 parti civili e tre responsabili civili.
Le motivazioni della sentenza dei giudici
Le motivazioni depositate dal tribunale delineano un ridimensionamento delle accuse iniziali. Infatti, i giudici evidenziano criticità nella ricostruzione dei reati contestati, parlando di “erronee individuazioni delle fattispecie” e sottolineando la “debolezza sotto il profilo scientifico e metodologico” delle consulenze tecniche presentate dall’accusa.
In particolare, la sentenza mette in discussione l’utilizzo della teoria dei cosiddetti “falsi ricordi”, ritenuta non unanimemente condivisa dalla comunità scientifica e quindi non idonea a sostenere accuse penali secondo il principio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”. Alla fine del giudizio di primo grado, 11 imputati sono stati assolti con formula piena. Le condanne hanno riguardato Federica Anghinolfi, condannata a 2 anni, Francesco Monopoli, a 1 anno e 8 mesi e Flaviana Murru, a 5 mesi, per reati di falso ideologico e violazione del segreto, senza alcun riconoscimento di pratiche abusive o manipolative nei confronti dei minori.
La “macchinetta dei ricordi” e l‘esposizione mediatica del caso
Uno dei punti più cruciali e controversi dell’inchiesta riguardava l’utilizzo del dispositivo Neurotek, soprannominato “macchinetta dei ricordi”, impiegato durante alcune sedute terapeutiche. La Procura aveva ipotizzato che si trattasse di un trattamento non autorizzato e potenzialmente pericoloso per i bambini, contestando la sua applicazione senza il consenso dei genitori e senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
“Si esclude, nel concreto, che dall’utilizzo di Neurotek, siano derivati rischi per i minori”, questo il passaggio che si legge nella sentenza. I giudici hanno chiarito che in quella fase, il consenso alle terapie spettava ai servizi sociali, poiché ai genitori naturali era stata temporaneamente sospesa la responsabilità genitoriale. Inoltre, dalle verifiche tecniche è emerso che le vibrazioni e i segnali elettrici prodotti dal dispositivo risultavano paragonabili, per intensità, a quelli generati dall’ascolto musicale tramite cuffie. Di conseguenza, proprio per queste ragioni, la psicoterapeuta Nadia Bolognini è stata assolta da tutte le accuse.
Secondo i giudici, la pressione dell’opinione pubblica e la diffusione massiccia di notizie e interpretazioni avrebbero contribuito a influenzare profondamente le vite dei minori coinvolti, delle famiglie, degli imputati e degli stessi testimoni chiamati a deporre. Il caso Bibbiano rappresenta quindi non solo un processo giudiziario complesso, ma anche un’inchiesta spinosa sul rapporto tra giustizia, informazione e opinione pubblica.
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