Un assalto pianificato in pieno centro, una marcia serrata contro avversari inermi e una sfida aperta ai poteri dello Stato, lanciata a pochi passi da un presidio di polizia. C’èuna durissima requisitoria politica e socialenelle motivazioni della sentenza depositate dal Tribunale di Bari relative al violento raid squadrista avvenuto il 21 settembre 2018 nel quartiere Libertà.
Un provvedimento che, se da un lato scioglie un intricato nodo giuridico alleggerendo la posizione formale degli imputati, dall’altro fotografa una realtà preoccupante.Al centro del processo, giunto a sentenza lo scorso 12 febbraio, c’era l’aggressione ai danni di alcuni manifestantiantifascisti ed antirazzisti di ritorno da un corteo.
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Il bilancio del verdetto di primo grado è di12 condanne e 5 assoluzioni,con l’esclusione per tutti dell’aggravante della premeditazione. Cinque esponenti della destra radicale sono stati condannati a 1 anno e 6 mesi per il solo reato di manifestazione fascista; per altri sette, ritenuti responsabili anche di lesioni personali aggravate, la pena è salita a 2 anni e 6 mesi.
Gli errori della Procura e il chiarimento sul reato
Il deposito delle motivazioni era particolarmente atteso per chiarire un problema nato in aula il giorno della lettura del dispositivo, quandosembrava che ai militanti fosse stato contestato il reato più grave di ricostituzione del partito fascista.I giudici hanno invece chiarito che i pubblici ministeri sono incorsi in un errore di formulazione dell’atto d’accusa.
Se è vero che nella rubrica formale dell’imputazione la Procura ha citato gliarticoli 1 e 5 della Legge Scelba(che normano rispettivamente la riorganizzazione del partito e le manifestazioni fasciste), nel testo concreto della contestazionenon è mai stata descritta la condotta materiale atta a configurare una vera e propria rifondazione del partito.
Escluso il reato formale,il Tribunale non ha però risparmiato parole durissime sulla gravità ideologica di quanto accaduto.Nelle carte si legge che proprio in quella manifestazione pubblica“di tipo fascista”deve riconoscersi“un concreto pericolo di ricostituzione del partito fascista”.Un rischio derivante soprattutto dall’effetto emulativo di azioni simili, capaci di attrarre nuovi associati all’organizzazione CasaPound, quanto meno nel territorio di Bari.
Un pericolo concreto
I giudici descrivono una dinamica paramilitare, caratterizzata dall’occupazione plateale di una strada pubblica con il conseguente blocco del passaggio, dalla marcia affiancata e dall’assalto contro avversari inermi, il tutto per rivendicare la propria ideologia contro l’antifascismo. Tali comportamenti sono stati considerati una manifestazione pubblica di tipo fascistae di disprezzo delle istituzioni democratiche. Un’azione commessa con metodi violenti ed antidemocratici, finalizzata a comprimere le libertà politiche altrui senza farsi frenare nemmeno dalla presenza di donne o persone indifese.
Nel violento pestaggio di otto anni farimasero ferite quattro persone. Tra le vittime costituitesi parti civili figurano l’ex europarlamentare di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza, il suo assistente Antonio Perillo, Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista e Claudio Riccio di Sinistra Italiana.
Accanto a loro, a testimonianza del profondo impatto che la vicenda ha avuto sulla comunità locale e nazionale,nel processo si erano schierati come parti civili anche l’Anpi, il partito di Rifondazione Comunista, il Comune di Bari e la Regione Puglia.I dodici verdetti di condanna segnano un punto fermo, ma le motivazioni dei giudici lasciano aperto un dibattito profondo sul ritorno della violenza squadrista come metodo di lotta politica.
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