Profilare il patrimonio diValter Lavitola, indagato in qualità di mandante dell’attentato aSigfrido Ranuccidel 16 ottobre 2025, per stabilire circostanze che potrebbero svoltare le indagini. E’ questo l’obiettivo della procura che punta a risalire a quali fondi potesse contare il faccendiere, e più in generale, se il mondo delle imprese lo abbia finanziato e a che titolo. Ma si tratta solo di un altro filone dell’inchiesta che sembra essere innervata da piste di ogni genere, e che si spera possano trovare soluzione e far piena luce sul caso.
Infatti, intanto, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere,Pellegrino D’Avino, uno dei quattro componenti della banda accusata di aver eseguito l’attentato, ma ha deciso davanti ai pm di Piazzale Clodio titolari dell’indagine, di rendere dichiarazioni spontanee. Dichiarazioni che negano le conoscenze con i protagonisti della vicenda ma confermano un rapporto con lacernieratra mandante ed esecutori: “Non conosco né Lavitola né Ranucci, non sapevo fosse un giornalista“.
Leggi Anche
Ma sullo sfondo permane la caccia al movente che non viene per l’appunto facilitata dai silenzi degli indagati oltre allairreperibilitàdel factotum dell’imprenditoreGomes Clesio Tavares, rientrato in Camerun dopi l’attentato e determinato a far perdere le sue tracce. Irreperibilità che partirebbe dal giorno dell’attentato, quando dal Paese d’origine, secondo intercettazioni e ricostruzioni, disse aiquattro presunti esecutori di rivolgersiall’avvocato di Lavitola,Sergio Cola, ex parlamentare di Alleanza Nazionale ed estraneo alle indagini.
Un particolare nel fascicolo sull’attentato dinamitardo al conduttore di Report che però palesa unastrategia precostituita. In sostanza, per gli inquirenti, la presenza di un difensore individuato in anticipo che adesso diventerebbe un punto di collegamento tra tutti i protagonisti della storia. Perché tutti i coinvolti si sarebbero dovuti rivolgere a lui.
Ma per gli inquirenti, questo reticolo predisposto andrebbe oltre la scelta del difensore. Ma anzi comprendere unalinea difensiva già scritta, studiata e confezionata. Quindi, in caso di arresto gli esecutori materiali avrebbero dovuto dire di essere stati incaricati da un albanese X conosciuto a Ostia nell’ambito di traffici di droga.
Nel caso contrario, si sarebbe messo in campo il piano di fuga. Agli esecutori, a detta delle ricostruzioni, sarebbe stato chiesto di andare in “Spagna, Austria o Francia“. Anche se l’ipotesi non si concretizza, in quanto gli esecutori avrebbero avuto paura di allontanarsi dal loro territorio: “Se mi fanno una cattiveria e mi fanno scomparire?“. Una sequenza che viene interrotta dai carabinieri con gli arresti dei 4 presunti esecutori.
Insomma, i pm non tralasciano alcuna pista nella ricostruzione di un quadro che però potrebbe andare ben oltre la semplice apparenza dei fatti.Perché la struttura alle spalle dell’attentato parla già da sé. Una struttura di garanzia che, ben prima dell’intervento dell’autorità giudiziaria, ha già posizionato ogni tessera della successiva strategia al suo posto. E quindi, una narrazione apparentemente coperta in ogni zona d’ombra da offrire agli inquirenti.
© Riproduzione riservata













