Una “guerra tra poveri” dove non ci sono vincitori, non ci sono vinti, ma solo un sistema oppressivo per troppo tempo ignorato. È questa la cruda realtà in cui si inseriscelastrage dei cinque braccianti stranieriintrappolati in un minivan lungo la Statale Jonica, che racconta qualcosa di più profondo e inquietante.Porta allo scoperto l’esistenza di un sistema di sfruttamento che prospera nelle campagne del Sud, capace di unire criminalità organizzata, caporalato etnico e lavoro schiavistico.
Le immagini delle telecamere di sorveglianza hanno sconvolto l’Italia. Le fiamme avvolgono il veicolo fermo in un distributore di carburante ad Amendolara. Un uomo cosparge l’auto di benzina, l’altro blocca le uscite: sono cittadini pakistani anche loro come alcuni dei ragazzi in quell’auto. Quattro persone muoiono carbonizzate. Una quinta riesce a salvarsi, ferita e ustionata.È la sua testimonianza ad aprire uno squarcio su un mondo che da anni vive nell’ombra.
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Amendolara, la punta dell’iceberg di un sistema più ampio
Le vittime erano lavoratori agricoli. Tre immigrati dall’Afghanistan e uno dal Pakistan, 19, 28 e 29 anni. Vivevano a Villapiana, piccolo comune dell’Alto Jonio cosentino dove la vita scorre ancora lenta. Impiegati nella raccolta stagionale di fragole e pomodori, tra Calabria e Basilicata, vivevano in un’abitazione in 10. Ora, sono rimasti in 6, tuttiarrivati in Italia inseguendo la promessa di un salario e di una vita migliore.
Secondo il racconto del superstite, però, la realtà è un’altra:giornate interminabili nei campi,che non si fermano neanche sotto il sole cocente o i temporali,paghe negate o ridotte al minimo, dipendenza totale da chi organizzava il lavoro e i trasporti.Un sistema nel quale i lavoratori non controllano nulla: né gli spostamenti, né l’alloggio, né il denaro che dovrebbero ricevere. I “kapò”, così sono chiamati i caporali pakistani che gestiscono gli ultimi arrivati, sono loro a decidere tutto. Chi lavora, chi viene pagato, e forse anche chi vive e chi muore.
Il nodo sarebbe stato proprio il denaro.I braccianti avrebbero contestato una richiesta dei caporali,pretendevano infatti un rimborso per gli spostamenti da e per il luogo di lavoro. Una ribellione in punta di piedi, dovuta al fatto che non venivano pagati per quelle giornate lavorative devastanti. Secondo l’unico sopravvissuto, questo sarebbe bastato a provocare una reazione feroce e spropositata nei loro caporali.
La realtà della mafia pakistana oltre Amendolara
“È la mafia Pakistana”le parole diMohammad Taj Alamyar, il sopravvissuto al rogo, sono tanto dure quanto sincere. Una strage avvenuta in pieno giorno, sul ciglio dell’autostrada fra Roseto Capo Spulico e Amendolara: serviva questo aportare alla luce una verità che tutti nelle campagne dello Jonio cosentino conoscono.Ma di cui nessuno parla. Il racconto è agghiacciante: la benzina, il fuoco che riempie l’abitacolo e vedere la morte dei propri amici senza poter fare nulla.
Racconta di minacce, intimidazioni, pistole e coltelli mostrati ai lavoratori per costringerli ad accettare condizioni disumane. Racconta di salari trattenuti, promesse nel vuoto. Di una rete di connazionali che controllava lavoro, trasporti e alloggi. Quella descritta da Mohammad èuna struttura di controllo che va oltre il semplice caporalatoe assume le caratteristiche di una vera organizzazione coercitiva.
La riflessione più triste dietro a tutta questa vicenda è la consapevolezza che quella in atto è una guerra tra connazionali, una guerra tra pari. Mohammad come molti dei braccianti nelle campagne calabresi, ne è ben consapevole. I lorocaporali sono pakistani, arrivati in Italia per cercare una vita migliore in lavori disumanizzanti, esattamente come loro.La presa di potere e la collaborazione coi loro sfruttatori li ha portati in una posizione di prevaricazione sui più deboli, gli ultimi arrivati.
Il delicato equilibrio con la ‘Ndrangheta calabrese
Secondo le ricostruzioni emerse dopo la strage, in alcune aree della Calabria e della Basilicata si sarebbe consolidata una filiera del lavoro agricolo segnata da oppressioni profonde. Un mondo dovegruppi criminali di origine straniera operanoall’interno di territori storicamente segnati dalla presenza dellacriminalità organizzata locale.Questi gruppi non hanno sostituito la mafia locale, ma spesso operano insieme in una zona di convergenza.
La strage di Amendolara sembra essere riuscita a rompere una barriera di indifferenza, e a volte ipocrisia, durata decenni. Decenni di cronache locali che raccontano di baraccopoli, dormitori improvvisati, furgoni carichi di braccianti che attraversano all’alba le campagne dell’Alto Jonio e della piana di Sibari. Decenni di denunce di contratti inesistenti, salari da fame e giornate lavorative oltre le 10 ore. E ancora, di condizioni igienico-sanitarie al limite della dignità umana, tutto questo solo per cercare di ottenere un permesso di soggiorno.
L’aspetto più drammatico della vicenda riguarda forse proprio il territorio in cui è maturata.L’Alto Jonio cosentino è una delle principali aree agricole della Calabria, dove tra paesi di poche migliaia di abitanti si estendono infiniti ettari di terra coltivata. Qui si concentrano coltivazioni intensive di ortaggi e frutta destinata ai mercati nazionali ed europei. Ogni stagione richiama spesso migliaia di lavoratori migranti. Sono loro ad occupare l’ultimo gradino di una filiera produttiva enorme, eppure la loro presenza è indispensabile. Senza di loro gran parte della raccolta non sarebbe possibile.
La strage di Amendolaracostringe a guardare proprio lì, dove normalmente non si guarda: nelle case sovraffollate, nei furgoni che all’alba percorrono la Statale 106, nei campi della Sibaritide dove il lavoro agricolo continua a reggersi su una manodopera facilmente ricattabile. Le quattro vittime sono morte dentro una realtà che da troppo tempo viene tollerata in silenzio. Se le accuse del superstite troveranno conferma, questo non sarà soltanto un fatto di cronaca nera.Diventerà il simbolo di un sistema,si spera finalmente scoperchiato,che ha permesso a nuovi caporali di prosperare nell’ombra delle campagne calabresi.
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