Alberto Trentini, i primi racconti sulla detenzione: ‘Il carcere era una sorta di Alcatraz in salsa tropicale’

Alberto Trentini, l'operatore umanitario liberato dopo 423 giorni di detenzione in un carcere venzuelano, racconta ciò che ha vissuto a La Repubblica e A che tempo che fa. Il ritorno alla normalità sarà lento ma necessario

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Il profumo della libertà ha un odore preciso: quello dell’aria che torna nei polmoni dopo essere mancata troppo a lungo. È questo che ha travolto Alberto Trentini, 46 anni, veneziano, operatore umanitario dell’ONG Humanity & Inclusion, impegnata da anni nell’assistenza alle persone con disabilità. Un uomo partito per aiutare e finito inghiottito da un incubo che non avrebbe mai immaginato di vivere.

Era in Venezuela da circa un mese quando, il 15 novembre del 2014, mentre viaggiava da Caracas a Guasdalito per lavoro, è stato fermato ad un posto di blocco. Un controllo di routine, all’apparenza. Poi l’arresto, insieme all’autista che lo accompagnava. Cinque ore di interrogatorio, il telefono sequestrato, e infine l’accusa: sul cellulare sarebbero stati trovati messaggi contrari al governo Maduro. Tanto è bastato per attribuirgli due capi di imputazione pesantissimi e mai confermati ufficialmente: terrorismo e sovversione.

All’inizio c’era solo confusione. Poi è arrivata la paura. Quella vera. La paura delle torture, dei maltrattamenti, dell’annientamento fisico e psicologico. E, sopra ogni cosa, il pensiero dei genitori, ignari di tutto, di una sparizione improvvisa e senza spiegazioni. Dopo dieci giorni nella pecera, lo stanzone del Controspionaggio, Alberto è stato trasferito nel carcere di El Rodeo 1. Crede che sarà una parentesi breve. Non sa ancora che resterà lì 423 giorni.

La svolta arriva solo dopo la caduta del governo Maduro. La premier Delcy Rodriguez ha riaperto le carceri e ha disposto la liberazione di alcuni prigionieri stranieri detenuti in maniera irregolare. Tra questi c’era Alberto Trentini che, non aveva mai avuto un processo regolare. Nella notte dell’11 gennaio 2026, le porte di El Rodeo I si aprono. Dopo oltre un anno di prigionia, Alberto torna libero e può finalmente riabbracciare la sua famiglia.

Alberto Trentini racconta per non dimenticare

In un’intervista per La Repubblica, Trentini racconta quello che ha vissuto. Non per sé, ma perché nulla venga dimenticato e perché ciò che è accaduto non accada più. La descrizione delle celle in cui ha trascorso i suoi giorni di detenzione genera immagini nitide e disturbanti: spazi minuscoli di 2 metri per 4, bui, soffocanti e impregnati di odori stagnanti. Spazi in cui il tempo si dissolve e il contatto umano diventa un miraggio. Ogni gesto, ogni attesa, ogni silenzio è un atto di umiliazione, imposto da chi detiene il potere.

Trentini descrive il carcere di El Rodeo1 come “una sorta di Alcatraz in salsa tropicale: un luogo che colpisce direttamente la dignità umana e mira a piegare le persone prima ancora che i corpi“. Dalle sue parole emergono le rappresentazioni raccapriccianti di un luogo in cui i detenuti vengono spogliati di tutto: oggetti, identità, bisogni primari, perfino della percezione di sé. Le torture fisiche erano riservate ai sospettati di reati gravi o di controspionaggio; quelle psicologiche non facevano distinzioni. Trentini racconta anche l’uso della macchina della verità, dei tentativi deliberati di farlo sbagliare, di spezzarlo lentamente.

La voce che riporta alla vita

Nella giornata di ieri, 1 febbraio, Alberto Trentini, ospite a Che tempo che fa, ha ricostruito la sua detenzione dividendola in due fasi. I primi sei mesi sono stati puro smarrimento: la mancanza di contatti con l’esterno e l’assenza di una spiegazione chiara di ciò che stava succedendo, lasciavano spazio solo ad un presente sospeso e incomprensibile. Poi, dopo circa 180 giorni, la prima telefonata con la madre, Armanda Colusso.

È stato il suono della sua voce a riportarlo alla realtà e a ricordargli chi fosse e da dove venisse. Con la seconda telefonata è arrivata anche la notizia della mobilitazione in corso per lui in Italia. La percezione del supporto e della solidarietà comunitaria l’ha raggiunto in modo forte e chiaro.

Al rientro in Italia, Alberto sceglie il silenzio e la lentezza. Vuole ritrovare l’equilibrio e la normalità. Ha detto “Ho scelto di trascorrere i primi giorni a casa della mia famiglia materna, ho voluto evitare il clamore, ho visto mio padre solo per videochiamata. Sono stato con la mia compagna, ho fatto delle belle passeggiate, ho visto la neve in montagna. Starò a casa un bel po’. E voglio dire grazie al Presidente Mattarella, alla società civile, ai giornali, a tutte le persone che hanno lottato per me”.

E dopotutto, dopo l’abisso, la salvezza passa anche da questo: riscoprire la bellezza della cose semplici, il calore degli affetti e il silenzio buono delle mura di casa. Ad Alberto Trentini resta il tempo. E la libertà. Solo cose belle, finalmente.

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